giovedì 22 ottobre 2026
I due pomeriggi del 17 e del 18 ottobre hanno lasciato, nel centro di Milano, una decina di vetrine sfondate e 272 ragazzi negli uffici di polizia, dei quali l’80 per cento non aveva compiuto 18 anni e qualcuno ne contava appena 11. Di fronte a simili cifre l’opinione pubblica si è divisa, com’era prevedibile, fra chi ha letto in quei pomeriggi il sintomo di un disagio e chi vi ha riconosciuto la furia cieca del teppismo e del vandalismo. Ma le due letture, lungi dall’escludersi come pretendono i loro sostenitori, meritano di essere percorse ciascuna sino alla propria conseguenza ultima, giacché è soltanto là, e non nel clamore della cronaca, che si misura quanto l’una e l’altra abbiano da dire.
Si ammetta, per ipotesi, che abbiano ragione coloro i quali parlano di disagio socioeconomico, e che quei ragazzi siano discesi in piazza perché nulla possiedono, perché vengono dalle periferie abbandonate. Se così fosse, la conseguenza non sarebbe affatto quella che comunemente se ne trae, poiché al disagio che nasce dalla povertà non si rimedia con altro che con la ricchezza, e la ricchezza la produce il capitalismo. La produce da quando esiste, e in misura via via crescente, se è vero che in due secoli e mezzo la vita media si è più che raddoppiata, che la fame è scomparsa là dove esso ha potuto operare senza impacci e che quel benessere, il quale ancora nell’Ottocento toccava a pochi, è divenuto nel Novecento la condizione ordinaria di popoli interi. Che poi il capitalismo si sia rivelato il migliore strumento di produzione della ricchezza mai conosciuto nella storia, non è conclusione di una teoria, ma risultato di un esperimento che il Novecento ha realmente compiuto, allorché divise la Germania in due e la lasciò vivere per quarant’anni sotto i due sistemi opposti: e quando il muro di Berlino cadde, cadde dalla parte in cui nulla si poteva comprare, verso la parte in cui tutto si trovava. Il capitalismo, dunque, è il solo meccanismo che abbia mai prodotto il benessere delle masse, e tanto più largamente lo produce quanto meno gli si impedisce di farlo.
Se dunque si resta dentro l’ipotesi del disagio, la via d’uscita da quelle piazze non è la pena, che ne colpisce i soli effetti e lascia intatta la causa, e non è nemmeno la consolazione di chi quei ragazzi vuole comprendere e compiangere, giacché il compatire la povertà non l’ha mai fatta diminuire di un soldo: la sola via d’uscita è una più rapida produzione della ricchezza. E a frenarla, in Italia, concorrono certo tutti gli ostacoli che altrove rallentano la crescita, ai quali però da noi se ne aggiunge uno tutto particolare, che è il culto della rendita: di quella che deriva dal capitale e di quella che deriva dall’intangibilità del posto pubblico, di quella garantita dalla concessione e di quella difesa dall’ordine professionale, di quella protetta dalla legge e di quella protetta dal costume. Poiché ogni rendita, quale che sia la forma che assume, consiste pur sempre nella medesima pretesa, che è quella di ricevere senza produrre.
Si ammetta, all’opposto, che vera sia l’altra ipotesi, e che non di disagio si tratti ma di pura volontà di devastare: che quei ragazzi, lungi dal chiedere alcunché, non abbiano in animo di ottenere un posto entro l’ordine costituito, come chi protesta per esservi finalmente ammesso, bensì di abbattere quell’ordine per insediarsi al suo centro, sottraendo a coloro che oggi detengono il potere e la ricchezza. Anche a volerla concedere, tuttavia, una simile ipotesi conduce a un vicolo non meno cieco del primo, e vi conduce per una ragione contro la quale né il decreto che minaccia né la predica che ammonisce potranno mai nulla, poiché essa non si colloca sul terreno delle intenzioni, dove ogni cosa può essere voluta, ma su quello dei dati.
E i dati, che l’Istat ha fissato al 1° gennaio di quest’anno, meritano di essere letti con lentezza, perché dicono assai più di quanto a prima vista non paia. L’età media dei residenti in Italia è di 47,1 anni, quella mediana di 49,1, vale a dire quasi 18 anni più della mediana del mondo intero, che non arriva a 31, sì che il solo Giappone, fra tutti i popoli della terra, può dirsi più vecchio del nostro; e di questi residenti, coloro che non hanno ancora compiuto 30 anni sfiorano appena il 27 per cento, mentre tutti gli altri, quelli che vengono dopo, sono il 73. Chi è dunque sceso in piazza non è una minoranza qualsiasi, ma la minoranza di una minoranza, stretta da ogni lato entro una popolazione che non soltanto la sopravanza in modo incomparabile per numero, ma possiede il voto, il risparmio, la proprietà e il tempo, e con essi tutto ciò che occorre per imporre la propria volontà.
Questa maggioranza non vuole il mutamento. E non lo vuole perché il mutamento, per chi ha già ricevuto dalla vita quanto gli bastava, non è più una promessa ma un pericolo: ciò che può ancora accadere a chi possiede non è di avere di più, ma di perdere ciò che ha. Perciò essa non chiede alla politica di trasformare il mondo, bensì di custodirlo immobile per il tempo che le avanza. E contro una volontà che non vuole nulla, e che proprio per questo non ha bisogno di difendersi, la furia di qualche migliaio di adolescenti nulla può: sarà repressa, se persiste; sarà dimenticata, se cede; e in nessuno dei due casi avrà scalfito l’ordine che si illudeva di travolgere.
Non che quei due pomeriggi siano privi di significato, ché anzi dicono qualcosa di vero sul malessere di chi li ha vissuti; ma il loro peso, se lo si commisura alle forze reali che governano un paese, è quello di un margine, e di un margine assai sottile. La cronaca li ingrandisce, perché il vetro che si rompe fa rumore e la pietra che vola si vede; la storia, che misura con altra bilancia, li registrerà appena.
Resta, al di sotto delle due ipotesi, ciò che né l’una né l’altra sa vedere: che il capitalismo, il quale è stato ed è il modo più efficiente di produrre ricchezza, non lo sarà in eterno, perché a esso è destinata a subentrare la tecnica, che quella ricchezza saprà produrla e distribuirla meglio. Ma l’avvento della tecnica non si misura in anni, e nemmeno in decenni, poiché si compie in quel tempo lungo nel quale alle epoche succedono le epoche, e non in quello breve nel quale ai governi succedono i governi. A chi è sceso in piazza con una pietra in pugno, pertanto, come a chi da dietro la vetrina infranta ha invocato pene più dure, la notizia non dirà nulla, giacché quel futuro è tanto remoto che, prima di vederlo giungere, saremo tutti morti.
di Claudio Amicantonio