mercoledì 21 ottobre 2026
L’audizione di Salvatore De Luca e la fine delle narrazioni di comodo su Via D’Amelio
C’è un momento preciso in cui le retoriche d’ordinanza crollano sotto il peso dei fatti, e quel momento è arrivato il 20 ottobre 2026. L’audizione del Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, non è stata una semplice deposizione tecnica: è stata la chiusura di un cerchio e, al contempo, l’apertura di una crepa insanabile nelle narrazioni consolatorie che per oltre trent’anni hanno anestetizzato la ricerca della verità sulla strage di Via D’Amelio.
De Luca ha fatto qualcosa di spiazzante nell’odierno dibattito pubblico: ha difeso l’operato del Gip Santi Bologna e ha ricostruito con rigore i passaggi che portarono all’archiviazione del celebre dossier Mafia-Appalti. Ma l’aspetto più dirompente della sua testimonianza risiede altrove, in un paradosso politico e culturale che nessuno sembra avere il coraggio di evidenziare con la dovuta franchezza.
IL CORTOCIRCUITO DELL’ANTIMAFIA DI FACCIATA
Siamo abituati a una narrazione manichea, in cui il potere politico viene dipinto come l’unico carnefice intento a esercitare pressioni e intimidazioni sui magistrati sgraditi. De Luca ha ricordato come questo fenomeno esista e vada denunciato senza timidezze. Tuttavia, il vero paradosso odierno è un altro: oggi il Gip Santi Bologna finisce sotto tiro proprio da parte di chi dell’antimafia ha fatto la propria narrazione dominante e identitaria.
Chi per decenni si è proclamato custode unico della memoria antimafia si ritrova ora nell’imbarazzante posizione di criticare un magistrato solo perché la realtà processuale ed documentale non coincide con i teoremi precostituiti. Un cortocircuito concettuale: la magistratura va difesa sempre, tranne quando smonta le tesi di chi ha trasformato il dolore per la morte di Paolo Borsellino in un brand politico o editoriale.
Quando la verità giudiziaria non serve più alla narrazione di parte, anche il rigore di un Gip diventa un ostacolo da abbattere.
È qui che l’antimafia di principio rischia di scivolare nell’inquisizione d’opportunità.
PERCHÉ QUESTA AUDIZIONE CHIUDE UN CERCHIO
L’intervento di Salvatore De Luca non serve a rinfocolare le tifoserie, ma a fare piazza pulita degli isterismi. Dimostra che per 34 anni ci sono stati poteri — visibili e invisibili, politici e talvolta persino interni alle istituzioni — che hanno allontanato la verità materiale sulla morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta.
Ma soprattutto, l’audizione pone la Commissione Antimafia di fronte a una responsabilità storica non più procrastinabile: mettere nero su bianco le proprie conclusioni senza distinzioni ideologiche, senza sconti e senza cedere alla tentazione della polemica spicciola.
La Commissione ha oggi il dovere morale e politico di superare gli steccati di appartenenza. Non si tratta di stabilire chi vince o chi perde nel dibattito politico del giorno, ma di rispondere a una domanda banale quanto devastante: perché per più di tre decenni la verità è stata depistata, frammentata e allontanata?
COSA RESTA OLTRE LA POLVERE DELLE POLEMICHE
Cosa ci lascia, dunque, la giornata del 20 ottobre? Ci lascia uno squarcio di luce. Ci insegna che la ricerca della verità non appartiene né alla destra né alla sinistra, né ai professionisti dell'antimafia da salotto né ai negazionisti della presenza mafiosa nello Stato.
Resta la certezza che le istituzioni credibili sono quelle che non hanno paura dei fatti, anche quando smentiscono i propri pregiudizi. Se la Commissione Antimafia saprà fare tesoro delle parole del Procuratore De Luca, isolando gli isterismi di chi vive di rendition ideologiche, potremo finalmente fare un passo avanti definitivo verso quella verità che dobbiamo a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutti i cittadini italiani.
Tutto il resto è rumore di fondo. E di rumore, in 34 anni, ne abbiamo sentito fin troppo.
di Alessandro Cucciolla