lunedì 19 ottobre 2026
Eccoci di nuovo di fronte agli stessi, monotoni e identici fenomeni di violenza per le strade di varie città italiane. Sarebbe fin troppo facile polemizzare con la sinistra e le sue difficoltà a prendere le distanze da cortei che definisce pacifici ma infiltrati da personaggi violenti senza mai proporre, o fare, qualcosa per prevenire queste “infiltrazioni” lasciandole alla cura delle forze di polizia. Salvo, poi, criticare anche la loro condotta in nome del diritto di manifestazione. Eppure, gli individui con passamontagna o maschere, per infiltrarsi, devono raggiungere un corteo: perché mai non vengono invitati a starsene lontani dagli altri, sereni amanti della pace?
Lasciamo dunque la polemica perché, in ogni caso, la sinistra non farà mai nulla per soddisfare l’esigenza, borghese e governativa, di ordine e tranquillità nelle nostre città. Essa, ancora una volta, sbaglia però i propri conti perché la corale e violenta protesta contro questo e quello, Governo in testa, non favorisce la sinistra nelle urne bensì la demolisce e favorisce, semmai, la reazione della destra più dura.
È invece più interessante ciò che contraddistingue la protesta, violenza inclusa, in relazione alla sua origine. Infatti, ancora una volta, lo stimolo è nato altrove ossia in Francia come nel ‘68 era nata negli Usa e, alla fine degli anni 80, sempre in Francia contro la riforma universitaria Devaquet riproposta in Italia contro la riforma Ruberti. Tre fenomeni di palese imitazione che, per chi fosse interessato, possono, almeno parzialmente, trovare spiegazione in un autore il quale, alla fine del secolo XIX, aveva scritto un libro specificamente destinato a questo tema. Naturalmente sto parlando di Gabriel Tarde (Les Lois de l’imitation, 1890) e della sua descrizione dell’imitazione come fattore centrale della vita sociale caratterizzato da iniziative individuali che vengono imitate da altri e, in casi non rari, finiscono per divenire abitudini consolidate o mode di pensiero o di comportamento. È fin troppo chiaro che giovani studenti ma persino ragazzini delle medie non scendono in piazza dopo aver approfondito idee filosofiche o, quanto meno, dopo aver letto giornali o libri ed essersi fatta un’idea della politica economica o estera del Governo. Costoro si aggregano, verbo che deriva dal latino ad gregem, ossia andare nel gregge, e vanno in piazza perché stimolati, nelle riunioni di peer group, da qualche loro leader (influencer di varia natura e origine) il quale, a sua volta, imita altri leader, magari stranieri, in nome di una battaglia sempre e solo contro.
È insomma sicuro che, senza l’esempio francese, nessuno sarebbe sceso in piazza in Italia o, perlomeno, non in questi giorni e nelle forme che abbiamo visto.
Quanto alle ragioni che hanno motivato la protesta appare evidente il loro consueto sapore di una litania che sentiamo da sempre: costi, guerre, scuole piene di problemi, ecc. È un peccato che giornali e commentatori di sinistra, rapidissimi nel qualificare qualsiasi decisione governativa come fenomeno pre-elettorale, non esercitino la stessa arguzia critica nei confronti del banale, ma dannoso, ripetersi di manifestazioni che, sulla scia di eventi simili in altri Paesi, non fanno che ripetere gli argomenti della sinistra in vista delle elezioni.
Una sinistra che condanna sdegnosamente ogni violenza, come fosse inaspettata mentre è ormai altamente prevedibile, forse intuendo improvvisamente che essa di sicuro non allarga elettoralmente il “campo largo”. Senza però nemmeno adottare il prudente, e abbastanza ipocrita, linguaggio del Pci negli anni di piombo, quando i terroristi di ispirazione marxista vennero semplicemente definiti “compagni che sbagliano”.
di Massimo Negrotti