La pace dei protetti

lunedì 19 ottobre 2026


Esercitazione nucleare in Italia: chi non ha forza non può deporla

Dal 13 ottobre, e per una decina di giorni, i cieli italiani stanno ospitando “Steadfast Noon”, l’esercitazione annuale con cui la Nato verifica le procedure della propria deterrenza nucleare: diciassette Paesi, le basi di Aviano e Ghedi, nessun armamento reale impiegato, come ha tenuto a precisare l’Aeronautica Militare. Non era un segreto: dal 20 agosto un avviso tecnico ai piloti, pubblico e consultabile da chiunque, ne indicava aree riservate, corridoi di volo, quote e orari, senza però nominare mai il nucleare. Per settimane quel documento è rimasto lì, leggibile e non letto. A tirarlo fuori, il 6 ottobre, non è stata la stampa, e nemmeno l’Alleanza, che pure l’annuncio lo dà di regola, ma un’associazione pacifista; il giorno dopo un deputato ne ricavava un’interrogazione. In un Paese che si crede informato, la principale esercitazione nucleare della Nato era a disposizione di tutti e non interessava a nessuno.

L’8 ottobre, quando la notizia è uscita dai canali ufficiali, si è consumato uno scarto che meritava più attenzione di quanta ne abbia ricevuta: il comunicato dell’Aeronautica Militare parlava di deterrenza senza mai aggiungere di quale genere fosse, mentre nelle stesse ore la responsabile della politica nucleare dell’Alleanza, incalzata dai cronisti, dichiarava che “Steadfast Noon” è a tutti gli effetti un’esercitazione nucleare, e che su questo esiste piena sintonia con Roma. La frase dice due cose insieme: che il governo aveva scelto un lessico reticente, e che la reticenza era concordata. Replicando all’interrogazione, il ministro della Difesa avrebbe poi ricordato che l’Italia ospita l’esercitazione dal 2010, sotto governi di ogni colore, ricavandone la prova che si tratta di routine: era la difesa più solida possibile, e insieme la confessione più involontaria. Nei rapporti tra potenze, la consuetudine è la forma più sincera della gerarchia.

Ciò che accade a Ghedi e ad Aviano è noto nelle linee generali e indimostrabile nei numeri, giacché nessun governo italiano ha mai confermato né smentito la presenza di ordigni statunitensi sul territorio nazionale, secondo una prassi comune a tutti i Paesi del cosiddetto nuclear sharing. Le stime vengono da centri indipendenti, e parlano di una trentina abbondante di bombe B61-12 divise tra le due basi: l’Italia sarebbe il Paese dell’Unione con il maggior numero di ordigni e l’unico a ospitarne in due siti. Un dato però non è stimato, bensì ufficiale: a Ghedi l’aeronautica statunitense mantiene un proprio reparto per il supporto al munizionamento, circa centotrenta uomini. A che cosa serva, ufficialmente non si dice; secondo la Federation of American Scientists non starebbe lì se non vi fossero armi nucleari. Del resto, il segreto non serve a nascondere le bombe agli avversari, che le contano dall’orbita, ma a risparmiare agli italiani la domanda su chi decida, in casa loro, su ciò che conta davvero.

Conviene allora ricordare ciò che l’abitudine ha reso impronunciabile, e cioè che questo assetto non nasce da una scelta, bensì da una sconfitta. L’Italia ha perso la Seconda guerra mondiale, e il trattato di pace del 1947 ridusse le sue forze armate a compiti interni, di difesa locale delle frontiere e antiaerea. Quei vincoli durarono pochi anni, poi caddero: non per restituirci una difesa nostra, però, ma per permettere di riarmarci dentro l’Alleanza; e l’accordo che regola l’uso delle basi americane sul nostro territorio resta a tutt’oggi non pubblicato. Da allora decidiamo tutto tranne l’essenziale: l’unica volta che il Parlamento ha autorizzato qualcosa in materia nucleare è stato nel 1979, e non fu certo per dire no. Gli imperi, d’altronde, non domandano adesione, domandano continuità, e la nostra non è mai stata interrotta. E non c’è da rimproverarlo: costa meno un padrone lontano che una difesa propria, e il conto, in vite e in denaro, l’hanno pagato altri. Noi abbiamo pagato in un’altra valuta, e senza mai contare. Un conto però è saperlo, un altro è tenere la testa sotto la sabbia e sventolare bandiere che non smuovono nulla.

In questo vuoto si colloca l’attuale pacifismo italiano, al quale va però riconosciuto ciò che gli spetta, giacché la data dell’esercitazione è emersa perché qualcuno ha letto un documento che nessun quotidiano aveva aperto, e perché un appello di fine settembre lamentava, con ragione, che l’Italia partecipasse senza alcun dibattito parlamentare. Il limite non sta nella sincerità di chi protesta, bensì nella condizione in cui protesta: rinunciare alla forza è un atto politico soltanto per chi la forza la possiede, mentre per chi non la possiede la rinuncia non è una decisione, ma una condizione. Un Paese che non dispone di una capacità militare autonoma non sceglie la pace: la subisce. Si depone soltanto un’arma che si ha, e tutto il resto è testimonianza: nobile quanto si vuole, ma nessuna testimonianza ha mai spostato una flotta.

Si capisce allora perché non ne sia rimasto nulla. I giornali ne hanno scritto, un deputato ha interrogato il ministro, il ministro ha risposto: la procedura ha funzionato a dovere, e si è esaurita in se stessa. Oltre quel recinto la cosa non è andata. Quella settimana il Paese discuteva di due cose soltanto, il prezzo del gasolio e la salute del Pontefice, e non è un caso: sono gli unici due ambiti nei quali gli italiani si sentono ancora un soggetto, l’uno perché riguarda ciò che possiamo permetterci, l’altro perché riguarda l’unica potenza con sede a Roma di cui il mondo si occupi. Non è censura, dunque, perché tutto era pubblico; è qualcosa di meno rimediabile, vale a dire che una collocazione mai decisa smette, col tempo, di apparire come un fatto politico e si trasforma in condizione ambientale, al pari della lingua che si parla: nessuno l’ha scelta, e nessuno se ne accorge finché non ne incontra un’altra. È questo, non la segretezza, il capolavoro di ogni egemonia riuscita: farsi obbedire senza doversi far notare.

Nel giro di pochi giorni gli aerei torneranno alle loro basi, e di “Steadfast Noon” non resterà quasi nulla, come quasi nulla era rimasto le altre volte. La nostra pace non è una virtù che abbiamo conquistato: è una decisione che altri hanno preso per noi, e che da ottant’anni ci limitiamo a chiamare con un nome più nobile.


di Claudio Amicantonio