venerdì 16 ottobre 2026
Il copione da molti anni è sempre lo stesso: ogniqualvolta un ebreo partecipa a una manifestazione pubblica o aderisce a eventi culturali scattano contestazioni che richiedono, quasi sempre, l’intervento delle forze dell’ordine, per evitare il linciaggio fisico.
In tal senso, quanto accaduto nei giorni scorsi a Reggio Emilia è soltanto l’ultimo episodio di una lunga sequenza. La vicenda è particolarmente significativa perché riguarda una città che ha fatto della partecipazione e del dialogo i fattori centrali della propria identità. Al Centro internazionale Loris Malaguzzi era attesa una delegazione di insegnanti provenienti da scuole ebraiche statunitensi e israeliane invitata a conoscere il noto modello pedagogico reggiano (Reggio Children).
Le proteste erano cominciate ben prima, inducendo l’intera delegazione americana a rinunciare alla visita, mentre i docenti israeliani si sono comunque presentati, pur accolti da una piazza ostile. Chiarito che non è in discussione il diritto legittimo di criticare le scelte di Benjamin Netanyahu, la riflessione non più ineludibile attiene alle ragioni per le quali la provenienza israeliana e l’appartenenza alla comunità ebraica debba trasformare insegnanti, studiosi o semplici cittadini in corresponsabili delle politiche del governo. Quale responsabilità può essere attribuita loro sulla base della sola identità religiosa? Nessuna, in punta di fatto.
Quel che sta accadendo ormai da molto tempo in Italia è il frutto avvelenato di ciò che è stato chiamato “palestinismo”, un dispositivo ideologico attraverso cui i diritti dei palestinesi vengono trasformati in dogma politico. Ne discende che Israele è colpevole per definizione, mentre i suoi avversari vengono giustificati in nome del contesto storico.
Del resto, nei giorni scorsi in molte manifestazioni pro-Pal il massacro del 7 ottobre 2023 per mano dei terroristi di Hamas è stato ricordato come “un atto di resistenza”.
Quando lo Stato israeliano viene considerato responsabile a prescindere dalle circostanze e le azioni di Hamas vengono contestualizzate fino a diventare implicitamente giustificabili (così come ogni critica alla narrazione dominante viene liquidata come ostilità verso i palestinesi) il confronto cede il posto al conformismo ideologico. Si tratta di un atteggiamento radicato in ampi settori della sinistra che, attraverso letture parziali della storia israelo-palestinese, rischia di distorcere la comprensione degli eventi e di alimentare ambiguità, ostacolando, in tal modo, un’analisi politica rigorosa fondata su una ricostruzione accurata dei fatti.
La storia europea dovrebbe averci insegnato quanto sia pericoloso trasformare un’intera comunità in un soggetto collettivamente sospetto. L’identità ebraica non può essere sovrapposta automaticamente alle responsabilità del governo israeliano. È proprio da questo principio che occorre ripartire, se non si vuole che il conflitto mediorientale diventi il pretesto per riproporre e legittimare, sotto nuove forme e con un lessico diverso, antichi pregiudizi antisemiti.
di Francesco Carella