venerdì 16 ottobre 2026
È formalmente iniziata la lunga campagna elettorale che ci porterà alle elezioni politiche del 2027. La scadenza naturale della diciannovesima legislatura è fissata per il 13 ottobre 2027. Manca, quindi, poco più di un anno per il rinnovo del Parlamento che sarà chiamato ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Praticamente poco meno della media di durata di un Governo nella cosiddetta Prima Repubblica. L’Esecutivo di centrodestra non si dovrebbe far distrarre dalle polemiche strumentali delle eterogenee opposizioni; ma puntare a continuare l’opera straordinaria di risanamento dei conti pubblici che erano stati disastrati dai Governi Conte 1 e 2 con le politiche di elargizioni di superbonus e reddito di cittadinanza. Politiche prudenti di bilancio che tanto hanno contribuito alla fiducia dei mercati finanziari sul debito sovrano italiano. E proseguire l’attività di Governo per ridurre l’asfissiante burocrazia che, insieme all’eccessivo carico fiscale, è di ostacolo alla crescita economica. Chiudere, senza la leva della spesa pubblica e con le attuali crisi internazionali, il 2026 con una crescita del Pil dell’uno per cento è un vero e proprio miracolo! La lungimiranza dell’attuale maggioranza di Governo, che ha introdotto con il Decreto legge 66/2026, convertito nella legge numero 116 del 2 luglio scorso, meglio conosciuto come “Piano casa”, ha anticipato la crisi sociale sfociata con le manifestazioni di protesta prima in Spagna e che si sta allargando a macchia d’olio in tutto il Vecchio Continente. Il “Piano casa” non è solo lo strumento legislativo per far fronte alla crisi delle abitazione nelle citta con vocazione turistica e ad alta tensione abitativa ma è anche un volano per la una crescita sana del Pil.
Tuttavia, se non si semplificano le procedure, la burocrazia, e soprattutto i poteri che si sono autoassegnati gli uffici tecnici dei comuni, che interpretano sempre in modo restrittivo le complesse norme edilizie e quindi frapporre ostacoli al rilascio dei permessi a costruire, il “Piano casa” è destinato al fallimento. Il costo di realizzazione delle abitazioni, per la costosa pletora ridondante di adempimenti propedeutici al rilascio del permesso a costruire, purtroppo giustifica i economicamente il prezzo delle case e quello degli affitti. Investire, nelle condizioni date, nell’acquisto di un immobile, magari da dare in locazione, è diventata una scelta economica che non produce gli effetti sperati per chi, come il risparmiatore medio italiano, vedeva in passato, nell’investimento immobiliare la garanzia quantomeno di mantenere nel tempo il valore capitale dell’investimento. Forse, ancora vale la pena comprare la casa per abitarci. Pochi sanno l’elenco infinito di adempimenti burocratici, anche per le cooperative edilizie a mutualità prevalente che hanno come scopo sociale la costruzione in economia da assegnare in proprietà ai soci. Il vantaggio di costituirsi in cooperativa edilizia è sempre stato quello di realizzare l’alloggio ad un costo ridotto rispetto ai prezzi di mercato. Negli anni Settanta-Ottanta, nelle grandi città, molte famiglie appartenenti alla piccola borghesia riuscivano a comprare casa grazie a norme vantaggiose per le cooperative. Oggi, le cooperative edilizie che perseguono lo scopo sociale di realizzare piccoli alloggi per i soci dove andare ad abitare, sono trattate peggio delle imprese di costruzione che perseguono legittimamente il lucro. Un esempio per tutti. Dieci persone si costituiscono in cooperativa edilizia per la costruzione di 10 alloggi di 50 metri quadrati.
Comprano un’area edificabile regolarmente inserita nel piano regolatore del comune di Fiumicino. Iniziano il faticoso iter burocratico per la stipula della convenzione con il comune. A causa di una “alluvione” il terreno, ex post, viene inserito a rischio idrologico. Passano oltre 5 anni e finalmente il comune allenta il vincolo idrologico, imponendo che l’edificazione degli immobili sia sopraelevata di circa 80 centimetri dal suolo. La cooperativa incarica un tecnico per elaborare il progetto da presentare al comune. Quando si era pronti per la stipula della convenzione urbanistica, propedeutica alla realizzazione di piccole opere di urbanizzazione a scomputo, cambia il dirigente dell’ufficio tecnico che arbitrariamente impone, “non firmerò mai il permesso a costruire” se non viene asfaltata, ovviamente a spese della cooperativa una strada di campagna confinante con il terreno edificabile. Il paradosso della richiesta è che l’area interessata dalla inaudita nuova richiesta non è di proprietà della cooperativa. I soci, loro malgrado, saranno costretti a presentare il progetto che rispetta le norme edilizie, ma è probabile il diniego del burocrate. La cooperativa farà ovviamente ricorso al Tar (ulteriori spese legali) e in sede civile per il risarcimento del danno. Quello che era un sogno realizzabile per i soci è diventato un incubo!
di Antonio Giuseppe Di Natale