La vittoria mutilata

venerdì 16 ottobre 2026


Giovedì mattina a Bruxelles, prima ancora che il Consiglio europeo apra i lavori, Giorgia Meloni e il presidente romeno Nicusor Dan convocano i diciassette capi di Stato e di governo degli Amici della coesione. Dichiarazione comune, bilancio “ambizioso, equo ed equilibrato”, nessun rimborso per chi versa di più, e soprattutto salvaguardia delle politiche fondamentali previste dai Trattati, che tradotto significa una cosa sola: agricoltura e fondi regionali non si toccano. È la linea che portiamo a Bruxelles da vent’anni, con governi di destra, di sinistra e tecnici, con una costanza tale che chiameremmo forse ostinazione.

E ha funzionato benissimo. La scatola negoziale irlandese taglia 141 miliardi alla proposta della Commissione, ma li taglia quasi tutti nello stesso posto: competitività, ricerca e difesa perdono il 13 per cento e scendono a 456 miliardi, la politica estera perde il 17 e si ferma a 157, mentre coesione, agricoltura e pesca cedono il 3 e restano a 914. La prima giornata di vertice si è chiusa senza intesa, con mandato ad António Costa di scrivere un nuovo compromesso e conclusioni che evitano con cura di impegnare i leader a chiudere entro dicembre. Ma l’impianto è quello.

Abbiamo dunque vinto. Il guaio è che abbiamo vinto la partita sbagliata, per due ragioni che riguardano noi assai più degli altri sedici.

La prima. Le voci che abbiamo blindato le finanziamo in larga parte da soli. L’Accordo di partenariato italiano vale circa 75 miliardi, di cui 42,7 europei e 32,3 di cofinanziamento statale; allargando al perimetro complessivo della coesione in Italia, Fondo sviluppo e coesione compreso, si arriva a 135 miliardi, e due euro su tre sono nostri. Abbiamo passato una mattinata a Bruxelles a difendere il diritto di spendere soldi italiani secondo procedure scritte da altri.

La seconda. Le voci sacrificate erano le uniche interamente europee. I programmi per la ricerca e la competitività non si ripartiscono per quote nazionali: si assegnano per bando, e nessuna quota è preassegnata a nessuno. E lì l’Italia ha una posizione curiosa: su Horizon Europe, per esempio, siamo terzi per numero di partecipazioni e soltanto quinti per ritorno finanziario, 4,46 miliardi tra il 2021 e il 2025, l’8,4 per cento del budget del programma, a fronte di un contributo al bilancio dell’Unione vicino al 13. Presentiamo progetti come i grandi e incassiamo come i medi, perché li coordiniamo meno e li costruiamo più piccoli. Un divario che si colma con amministrazioni capaci e consorzi più grandi, non con una riga nella scatola negoziale.

C’è poi la terza mossa, compiuta nella stessa giornata. Insieme ai paesi di Visegrad, a Cipro e alla Grecia, l’Italia ha chiesto di far slittare l’avvio dell’ETS2, il mercato del carbonio esteso a edifici e trasporti. La richiesta ha ragioni proprie, legate al caro energia, e non sono ragioni deboli. Ha però un effetto che a Bruxelles nessuno finge di ignorare: i proventi dell’ETS sono tra le risorse proprie con cui la Commissione conta di finanziare il bilancio che noi chiediamo ambizioso. In poche ore, dunque, abbiamo domandato più spesa, difeso le voci più costose, escluso nuove tasse europee e provato a rinviare l’entrata che avrebbe dovuto pagarne una parte.

Abbiamo protetto il capitolo che paghiamo e che fatichiamo a spendere, e lasciato tagliare quello dove si compete e si vince. Per i paesi che dalla coesione ricevono più di quanto versano è un affare. Per noi è il prezzo di una linea che non cambia da vent’anni, e che continuerà a farci ottenere esattamente quello che chiediamo. La classica vittoria mutilata à l’italienne.


di Andrea Romano