Rovigo, dove gli assessori saltano

giovedì 8 ottobre 2026


La giunta comunale del capoluogo polesano si muove ormai al ritmo frenetico di un pit stop di Formula 1. In appena due anni dal trionfo elettorale, l’amministrazione guidata dalla sindaca Valeria Cittadin ha azzerato, revocato e sostituito una quota impressionante di membri dell’esecutivo, trasformando Palazzo Nodari in un set di porte revolving. Questa cronica instabilità ha convertito la cronaca locale in un vero e proprio caso di studio politico nazionale, sollevando il velo su una tendenza strutturale della politica italiana contemporanea: il corto circuito delle liste civiche utilizzate come paravento dai partiti tradizionali, che va a sommarsi alla crisi irreversibile dei partiti stessi.

L’anomalia di Rovigo salta all’occhio per la sua sistematica e quasi geometrica frequenza. Nella cabina di regia cittadina gli assessori cadono come birilli e la squadra di governo originaria, presentata alla città come il motore dell’efficienza nel rapporto tra politica e mondi civici di area, è ormai un ricordo sbiadito. Nel giro di ventiquattro mesi le dimissioni per motivi personali, le frizioni politiche sotterranee e le revoche repentine hanno decimato le file della maggioranza. L’episodio più eclatante ha visto il clamoroso siluramento del vicesindaco e assessore all’Urbanistica Andrea Bimbatti, un pezzo da novanta di Forza Italia rimosso da un mosaico istituzionale incapace di trovare pace. Questo allontanamento segue una scia di addii eccellenti, tra cui si registrano le uscite di Mattia Maniezzo (Fratelli d’Italia) alla Polizia locale, Matteo Zangirolami (Fratelli d’Italia), Nadja Bala (Civica Cittadin) alle Politiche sociali, Giuliana Bregolin (Civica Cittadin) al Bilancio, dimessasi con una clamorosa PEC notturna, e Andrea Denti (Fratelli d’Italia). Un viavai continuo che ha costretto il primo cittadino a costanti rimpasti, culminati negli inserimenti dell’espertissimo Ivan Dall’Ara (Forza Italia, già Sindaco di Ceregnano e Presidente della Provincia) come nuovo vicesindaco e di Ezio Conchi (già candidato sindaco di area civica di centrodestra che si opponeva alla stessa Cittadin) nell’esecutivo.

L’instabilità rodigina offre una lente d’ingrandimento ideale per analizzare il fenomeno del “civismo di facciata”, un modello elettorale che mostra enormi potenzialità nella fase del consenso, ma svela limiti drammatici al momento di governare. Le liste civiche nate a supporto del candidato sindaco possiedono l’indubbio pregio di intercettare il voto d’opinione, presentandosi come forze fresche, pragmatiche e slegate dalle vecchie logiche romane. Permettono di mobilitare le energie migliori della società civile, attirando professionisti ed ex atleti che altrimenti rimarrebbero distanti dalla militanza partitica. Tuttavia, quando queste liste vengono utilizzate per mascherare chiare e radicate colorazioni politiche di centrodestra o centrosinistra, il castello di carte crolla rapidamente. Dietro la facciata della “lista del sindaco” continuano a pulsare le correnti dei partiti tradizionali – da Fratelli d’Italia a Forza Italia, fino alla Lega – impegnate a rivendicare spazi, pesi specifici e deleghe chiave come il bilancio e l’urbanistica.

Il limite insito in questa formula risiede proprio nella mancanza di una struttura di partito organizzata, capace di assorbire e mediare i conflitti interni prima che esplodano nelle stanze comunali. Quando il civismo è solo un vestito elettorale per nascondere i simboli tradizionali, l’azione amministrativa ne esce paralizzata. Non appena un assessore si insedia e comincia a studiare i dossier più complessi della città, la terra sotto i suoi piedi trema a causa di veti incrociati e accordi pre-congressuali mai del tutto digeriti dai coordinamenti provinciali. A pagare il prezzo più alto è la continuità dei servizi per la cittadinanza, ostaggio di una perenne contrattazione poltrona per poltrona che costringe la sindaca a continue “rimodulazioni delle deleghe” per placare le ire dei partiti alleati.

Questa paradossale situazione ha superato i confini del Veneto per diventare un caso politico nazionale. Il laboratorio rodigino interroga direttamente la tenuta dei sistemi elettorali maggioritari e la gestione delle alleanze a livello centrale. Il caso dimostra come l’esasperazione del rapporto fiduciario monocratico tra sindaco e assessori possa trasformarsi in una fragilità istituzionale, in cui la sopravvivenza della leadership viene difesa a colpi di decreti di revoca a scapito della stabilità collettiva. Mentre le opposizioni sollevano legittimi dubbi sulla reale governabilità del capoluogo, Rovigo si propone come la metafora perfetta della frammentazione della politica italiana moderna: un luogo dove il civismo si trasforma in un paravento per le faide di partito, la squadra cessa di esistere e l’esercizio del potere locale si riduce a un infinito e logorante valzer di poltrone.


di Leonardo Raito