L’antisemitismo e la prova di coerenza di tutto il Parlamento

giovedì 8 ottobre 2026


Il disegno di legge del Governo riporta al centro una questione dirimente che l’Italia non può più eludere, quella riguardante il contrasto all’antisemitismo, perché difendere gli ebrei significa tutelare la libertà, la dignità e la sicurezza di tutti e di conseguenza equivale a difendere la civiltà dalla barbarie della violenza.

La battaglia contro l’antisemitismo non può diventare una querelle politica, né può essere svuotata da chi minimizza il problema in nome della causa palestinese.
Infatti, c’è una linea che una democrazia non dovrebbe mai oltrepassare, ossia quella che separa il dissenso politico dall’odio contro un popolo.

Eppure, nel dibattito italiano sull’antisemitismo, questa distinzione viene troppo spesso piegata alle convenienze della polemica politica.

Il disegno di legge promosso dal Governo italiano per contrastare l’antisemitismo pone una questione che va ben oltre gli equilibri parlamentari: quale credibilità può rivendicare una forza politica che si proclama paladina dei diritti umani se, davanti all’ostilità contro gli ebrei, reagisce con imbarazzo, distinguo o silenzi?
La questione merita un’inchiesta politica e culturale, non una semplice contrapposizione tra maggioranza e opposizione.

L’antisemitismo non è un residuo bellico del Novecento, né un fenomeno confinato ai gruppi apertamente neonazisti. Invero, esso può riemergere attraverso il linguaggio della propaganda, le teorie del complotto, la demonizzazione collettiva, le intimidazioni e la rappresentazione degli ebrei come responsabili di decisioni politiche sulle quali non hanno alcun controllo.

L’antisemitismo può insinuarsi persino in ambienti che si considerano emancipati da ogni pregiudizio, quando l’antisionismo diventa il pretesto per riproporre stereotipi antiebraici.
Il provvedimento governativo deve essere giudicato sulla base del suo testo, delle sue finalità e delle garanzie che offre. Inoltre, non basta presentarsi come difensori della comunità ebraica, ma occorre dimostrare che gli strumenti proposti siano efficaci, proporzionati e compatibili con la Costituzione.

La lotta all’antisemitismo richiede norme chiare e dettagliate, prevenzione, formazione, tutela delle vittime e un’applicazione rigorosa delle disposizioni già vigenti e richiede, soprattutto, che le istituzioni non attendano l’aggressione fisica per riconoscere la gravità di una campagna d’odio.
Proprio qui emerge la responsabilità dell’opposizione, infatti, per quanto la contestazione di un disegno di legge sia legittima e, in uno Stato democratico, persino necessario, non è altrattanto legittimo e civile strumentalizzare ipotetiche critiche inerenti alla compromissione della libertà di espressione e di opinione come schermo pretestuoso per evitare di riconoscere l’esistenza di un antisemitismo che si manifesta anche in ambienti politici e culturali tradizionalmente collocati a sinistra.
Una parte della sinistra italiana sembra talvolta incapace di affrontare questa contraddizione e quando l’attenzione si concentra esclusivamente sulle responsabilità del Governo israeliano, ogni richiamo all’antisemitismo rischia di essere liquidato come strumentale o come un tentativo di zittire la solidarietà con i palestinesi.

Pertanto, questo è un aberrante errore politico e morale, perchè la difesa dei diritti dei palestinesi non richiede di relativizzare la sicurezza degli ebrei e condannare le operazioni militari israeliane non autorizza a colpire una sinagoga, intimidire uno studente ebreo o attribuire a un’intera comunità la responsabilità delle scelte di un Governo straniero.
La distinzione è essenziale, perché criticare il Governo israeliano, contestarne le decisioni o sostenere il riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi rientra pienamente nel confronto democratico.

L’antisemitismo comincia invece a manifestarsi quando il giudizio politico si trasforma in ostilità verso gli ebrei in quanto tali, quando si pretende da ogni cittadino ebreo una dichiarazione di fedeltà, quando si nega agli ebrei il diritto alla sicurezza o si utilizzano contro di loro stereotipi che la storia europea conosce fin troppo bene.
Non ogni critica a Israele è antisemitismo, così come non ogni denuncia dell’antisemitismo costituisce un attacco alla libertà di manifestazione del pensiero.

Quindi, confondere questi piani significa alimentare un confronto sterile, nel quale le vittime diventano strumenti di propaganda e i diritti vengono selezionati in base all’appartenenza politica.
In sostanza, è proprio questa selettività a rappresentare il punto più debole di una certa cultura progressista.

Se una manifestazione contro una guerra viene tollerata anche quando compaiono slogan che evocano l’eliminazione di Israele o celebrano la violenza contro civili, la domanda non può essere archiviata come una provocazione della destra.

Occorre verificare i fatti, distinguere gli slogan, accertare le responsabilità individuali e condannare senza ambiguità le espressioni che incitano all’odio o alla violenza.

La solidarietà con la popolazione palestinese non può trasformarsi in un lasciapassare morale per chi perseguita quella israeliana o di religione ebraica.
L’Europa ha costruito una parte fondamentale della propria identità democratica sulla memoria della Shoah, ma la stessa memoria, se viene ridotta a cerimonia, rischia di diventare una formula priva di conseguenze.

Per questo motivo bisogna ricordare gli insegnamenti della Storia e riconoscere i segnali dell’esclusione quando si ripresentano, anche sotto forme nuove e intervenire prima che l’ostilità si trasformi in violenza.
Il fenomeno contemporaneo si sviluppa in una dimensione ulteriore come quella digitale, sui social network circolano teorie del complotto, immagini manipolate, accuse collettive e messaggi che alimentano la disumanizzazione.

I meccanismi di amplificazione possono trasformare un pregiudizio in una campagna virale, raggiungendo giovani e ambienti che non si riconoscerebbero mai apertamente nelle ideologie antisemite.

Per questo la risposta non può limitarsi alla sanzione, ma servono educazione civica, alfabetizzazione digitale, responsabilità delle piattaforme e strumenti accessibili per segnalare minacce e discriminazioni.
Il Governo ha, dunque, l’opportunità di dimostrare che il contrasto all’antisemitismo non è soltanto una bandiera identitaria.

Per farlo concretamente dovrà assicurare trasparenza, proporzionalità e garanzie giuridiche, chiarendo il rapporto tra prevenzione dell’odio, libertà accademica, ricerca, protesta politica e diritto di critica.

Una norma efficace non teme il controllo parlamentare né il vaglio dei giuristi, ma al contrario, ne esce rafforzata.
All’opposizione spetta una responsabilità altrettanto importante, quella di evitare che ogni iniziativa della maggioranza venga respinta per riflesso condizionato e che ogni denuncia proveniente dalla comunità ebraica sia sottoposta a un esame di convenienza politica prima di essere presa sul serio.

Le obiezioni giuridiche sono necessarie, mentre la minimizzazione del problema non lo è e perciò la sinistra che intende essere fedele alla propria tradizione antirazzista deve saper riconoscere anche i pregiudizi che possono annidarsi nei propri ambienti, senza rifugiarsi nell’alibi della causa geopolitica del momento.
La questione, in definitiva, non è stabilire chi possa intestarsi la lotta all’antisemitismo, ma è verificare chi sia disposto a praticarla con coerenza, anche quando questo comporta criticare i propri alleati, smentire i propri militanti o rinunciare a una comoda semplificazione ideologica, al costo anche di perdere il consenso e di conseguenza anche i voti.
Il disegno di legge del Governo dovrà essere valutato nel merito, senza indulgenze e senza pregiudizi e il principio che lo ispira non può essere oggetto di ambiguità.

Nessun cittadino deve essere costretto a temere per la propria identità ebraica, nessuna comunità può essere trasformata nel bersaglio di una controversia internazionale e nessuna battaglia per i diritti può giustificare la discriminazione.
A una certa sinistra va ricordato che l’antirazzismo non è una dichiarazione d’appartenenza, ma una responsabilità quotidiana.

Non esistono minoranze meritevoli di protezione e minoranze sacrificabili sull’altare dell’opportunità politica della faziosità ideologica.

Al postutto, se questa rappresenta la prova di coerenza posta dal nuovo provvedimento, il Parlamento non può sottrarvisi, perché la credibilità di una democrazia si misura soprattutto dalla sua capacità di difendere chi rischia di essere lasciato solo e su questa difesa deve sussistere un accordo comune tra tutti gli schieramenti politici e parlamentari.


di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno