mercoledì 7 ottobre 2026
Mentre in Francia divampa il fuoco della protesta, il leader de La France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, si culla nel sogno di un nuovo Sessantotto. Una retorica comoda, quella del capobastone della sinistra radicale transalpina, pensata unicamente per blandire la propria base e accarezzare nostalgie d’antan. Ma derubricare la crisi francese a semplice folklore ideologico costituisce un errore di miopia politica imperdonabile. Quel che accade oltralpe, d’altronde, non è un incidente isolato: Barcellona mostra i chiari segni di un modello iberico in profondo affanno sul fronte immobiliare e sociale, mentre la locomotiva tedesca arranca sotto il peso di un sistema economico che scricchiola paurosamente.
L’Europa di Schengen, nata giustamente per abbattere le barriere e favorire la libera circolazione, rischia oggi di trasformarsi in un formidabile conduttore del contagio del malessere sociale. Il populismo agisce semplicemente da magnete, raccogliendo rancori, ingiustizie e storture irrisolte da una classe dirigente continentale troppo spesso distratta o più semplicemente inadeguata. Il grande welfare del secondo dopoguerra, la promessa rassicurante della protezione “dalla culla alla tomba”, ha raggiunto una scadenza naturale che i governi hanno colpevolmente finto di ignorare. Da una parte resiste il rigore cieco e burocratico imposto da Bruxelles e Francoforte; dall’altra si muovono esecutivi nazionali costretti a manovre di sopravvivenza, abili nell’alimentare la comoda narrazione di un’Europa matrigna.
In questo quadro, cullarsi nella convinzione che le Alpi costituiscano un baluardo naturale e impenetrabile è un esercizio di autoconvincimento suicida. È indubbio che i nostri indicatori macroeconomici offrano, in questa fase, qualche margine di tenuta in più rispetto ai partner: la nostra industria ha frenato meno di quella tedesca e la conflittualità giovanile e scolastica non ha raggiunto i picchi drammatici registrati in Francia. Ma è proprio qui che si annida il rischio di una pericolosa illusione. Scambiare una maggiore tenuta per una reale immunità sarebbe un errore. Concentrare il dibattito pubblico su polemiche di superficie o riforme costituzionali incomprensibili alla stragrande maggioranza dei cittadini significa, in questo momento, giocare col fuoco.
La minaccia, infatti, potrebbe essere molto più vicina di quanto si pensi. I fuochi della protesta e dell’insofferenza possono divampare in Italia molto più rapidamente di quanto i palazzi della politica siano disposti ad ammettere. Non è necessario immaginare scenari estremi né stabilire improbabili parallelismi con quanto sta accadendo oltreconfine: basta osservare con attenzione i segnali che arrivano dai territori.
A Milano, le recenti tensioni nate attorno alle scuole - culminate nell’aggressione di uno studente fuori dal liceo Einstein e nelle conseguenti, partecipate mobilitazioni di piazza - mostrano che il clima sociale può surriscaldarsi rapidamente anche laddove, fino a ieri, prevaleva una percezione di relativa tranquillità. Un episodio, da solo, non fa tendenza. Ma ignorare la somma di tensioni e malesseri che attraversano il continente sarebbe altrettanto irresponsabile.
La combinazione tra problemi strutturali irrisolti, difficoltà economiche e fragilità di un quadro politico inevitabilmente esposto alle scadenze elettorali crea un terreno fertile per chi intende soffiare sul fuoco del caos. Ed è proprio la rapidità con cui una protesta può propagarsi, oggi, a rendere il fenomeno particolarmente insidioso: ciò che sembra lontano può arrivare molto più velocemente di quanto le istituzioni siano preparate a gestire.
Per questo sarebbe un grave errore attendere che la scintilla diventi incendio prima di prendere sul serio i segnali d’allarme. Le congetture lasciano il tempo che trovano e non tutto ciò che si teme si avvera immancabilmente, ma la prudenza, in questi casi, resta una virtù cardinale. La vera miopia, oggi, non consiste nel prevedere una rivolta che forse, auspicabilmente, non ci sarà. Consiste nel ritenere impossibile, o comunque improbabile, che il vento rovente proveniente da oltralpe possa soffiare presto anche sul Belpaese.
di Salvatore Di Bartolo