Quando l’insulto sostituisce il confronto

giovedì 1 ottobre 2026


C’è un limite che il dibattito pubblico non dovrebbe mai oltrepassare: quello che separa la critica, anche aspra, dall’umiliazione personale. Il confronto tra Andrea Scanzi ed Emanuele Fiano sul disegno di legge contro l’antisemitismo dovrebbe essere, prima di tutto, un confronto sul merito. Una discussione su una legge, sulla definizione di antisemitismo, sulla libertà di espressione, sulla tutela delle minoranze e sul modo in cui una democrazia deve reagire alla crescita dell’odio.

E invece, ancora una volta, il dibattito rischia di trasformarsi in una gara a chi urla più forte.

Nel commentare le posizioni di Fiano, Scanzi lo ha definito “piangina”, arrivando a deridere anche il racconto della sua esperienza a Birkenau. È proprio qui che, a mio avviso, il confronto politico e giornalistico perde qualcosa di essenziale: il senso della misura.

Si può contestare Fiano. Si può non condividere il Ddl. Si può sostenere che la definizione IHRA presenti rischi per la libertà di critica nei confronti del governo israeliano. Si può discutere, punto per punto, del contenuto della legge.

Ma una cosa è discutere una posizione politica. Un’altra è trasformare la storia personale dell’interlocutore in un bersaglio.

Fiano non è semplicemente un politico che sostiene una determinata proposta. È il figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz e ha raccontato pubblicamente una storia familiare segnata dalla persecuzione nazista. Questo non rende le sue opinioni automaticamente corrette e non le rende immuni dalle critiche. Ma dovrebbe imporre, soprattutto a chi fa informazione, una responsabilità ulteriore nel modo in cui si sceglie di contestarle.

La memoria della Shoah non è un lasciapassare per evitare il confronto. Ma neppure può diventare materiale da sarcasmo.

E c’è un altro punto che non possiamo eludere.

Criticare il governo israeliano non è antisemitismo. Criticare le decisioni di Netanyahu, le operazioni militari o le politiche dei coloni rientra pienamente nel diritto di critica politica. Lo ha affermato lo stesso Fiano, che ha esplicitamente distinto la critica a Israele dall’odio antiebraico.

Proprio per questo, però, bisogna avere il coraggio di discutere seriamente anche quando una critica supera quella soglia.

L’antisemitismo non scompare perché viene negato. E non diventa meno grave perché proviene da ambienti che si definiscono progressisti.

La questione dovrebbe essere affrontata con gli strumenti della ragione: quali parole vengono utilizzate? Quali comportamenti vengono messi in discussione? Si sta criticando un governo, uno Stato e una politica oppure si sta attribuendo una colpa collettiva agli ebrei? Si sta contestando una decisione oppure si nega a un popolo il diritto all’autodeterminazione?

Sono queste le domande da porre. Non gli insulti. Non le caricature personali. Non il sarcasmo sulla memoria di una famiglia.

In queste settimane il Parlamento italiano sta discutendo proprio di questo: come contrastare l’antisemitismo senza comprimere la libertà di espressione. È un tema troppo importante per essere ridotto a una schermaglia televisiva o social. Il testo in discussione e le posizioni favorevoli e contrarie meritano di essere letti e confrontati nel dettaglio.

E soprattutto meritano una discussione nella quale l’avversario politico non diventi un nemico da ridicolizzare.

Perché la libertà di parola non significa libertà dall’obiezione. Significa esattamente il contrario: avere il diritto di essere contestati con argomenti, dati e idee.

Ed è proprio questo che ci si aspetterebbe da chi fa giornalismo.

Non sempre dobbiamo essere d’accordo. Ma dovremmo essere ancora capaci di discutere senza perdere il rispetto per la persona e per la storia che porta con sé.

Perché quando l’insulto prende il posto dell’argomentazione, non vince nessuno. Perde il dibattito pubblico. E perde, soprattutto, la memoria.


di Claudia Conte