martedì 29 settembre 2026
Quando il giornalismo preferisce il mito ai fatti
A trentaquattro anni dalle stragi del 1992, la ricerca della verità su Capaci e Via D’Amelio continua a mietere la sua vittima più illustre: la verità stessa.
Fa discutere – e dovrebbe far riflettere profondamente – la recente iniziativa, appoggiata persino dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), di una lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica e alla Commissione Parlamentare Antimafia. La richiesta? Non abbandonare a tutti i costi la cosiddetta “pista nera”, muovendo sostanzialmente una critica implicita (se non un’aperta sfiducia) al lavoro investigativo e processuale portato avanti da una Procura della Repubblica.
Si tratta di una mobilitazione singolare, per non dire anomala. Raramente si assiste a una levata di scudi della categoria dei giornalisti contro l’operato di magistrati inquirenti quando questi mettono da parte una suggestione investigativa per attenersi al vaglio dei riscontri. Ma quando una narrazione è affascinante, quando un teorema ideologico o politico si sovrappone alla complessità della realtà processuale, la tentazione di credere che “i conti debbano tornare a modo nostro” diventa irresistibile.
Ma una domanda, a questo punto, è non solo lecita, ma doverosa: su quali fatti, su quali prove e su quali riscontri oggettivi si fonda questa mobilitazione?
Perché le teorie, le suggestioni e le architetture speculative lasciano il tempo che trovano. Il lavoro giudiziario – così come, teoricamente, quello giornalistico – si nutre di atti, testimonianze incrociate, perizie e verbali, non di desideri o d’ipotesi suggestive destinate a soddisfare una determinata narrazione politica.
Può un sindacato di categoria come la Fnsi, che dovrebbe rappresentare la tutela del rigore informativo e dell’autonomia del giornalismo, prendere una posizione di questo tipo davanti alla prima carica dello Stato e alla Commissione Antimafia? Può farlo basandosi su teorie non ancora suffragate da fatti, erigendosi a giudice del lavoro della magistratura?
A oltre tre decenni da quel tragico 1992, sembra che i devastanti depistaggi del passato – a partire da quei pezzi deviati dello Stato sulla strage di Via D’Amelio, che per anni ha sviato le indagini con falsi pentiti – non abbiano insegnato nulla. C’è il rischio concreto e paradossale che, nel tentativo di inseguire a tutti i costi il “grande livello” o la matrice ideale preferita, si finisca per alimentare un ennesimo depistaggio culturale.
Invece di indirizzare il Presidente della Repubblica e la Commissione Antimafia verso piste basate sul fascino delle teorie, sarebbe opportuno che il mondo dell’informazione tornasse al suo dovere primario: il rispetto dei fatti. L’invito ai colleghi firmatari e alla Fnsi è quello di una riflessione laica e oggettiva. Perché quando il giornalismo sostituisce il dogma della verità con il dogma dell’ideologia, smette di cercare risposte e comincia a costruire illusioni.
E la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino merita solo fatti, per quanto complessi o sgraditi possano essere.
di Alessandro Cucciolla