Tre gambe, non una

martedì 15 settembre 2026


Il centrodestra ha bisogno di una Forza Italia di nuovo berlusconiana e di una Lega di nuovo autonomista. FdI, invece, sta facendo esattamente ciò che deve

C’è un numero che dovrebbe togliere il sonno a chi governa, e non è il 26,9 per cento di Fratelli d’Italia. È il 41,1 per cento: quanto pesa oggi, nella Supermedia YouTrend-Agi del 10 settembre, l’intera coalizione di maggioranza. Un decimale sotto la soglia del 42 per cento che la nuova legge elettorale, in queste ore al Senato, fissa per assegnare il premio di governabilità. Il centrodestra si è cucito addosso un vestito e rischia di non entrarci.

La tentazione, di fronte a questa aritmetica, è di leggerla come un problema di Giorgia Meloni. È esattamente il contrario. Il partito della premier è l’unico pezzo della coalizione che sta facendo bene il proprio mestiere. In quattro anni Fratelli d’Italia ha compiuto un’operazione che alla destra italiana era riuscita male per trent’anni: trasformarsi in forza conservatrice di governo senza dissolversi nel centro e senza restare prigioniera della propria storia. Atlantismo senza ambiguità, credibilità sui conti pubblici presidiata da via Venti Settembre, una collocazione europea chiara. Chi si aspettava l’avventura ha trovato l’amministrazione. Si può discuterne il merito, non la coerenza.

Il problema è che un partito conservatore al 27 per cento non fa una maggioranza. E qui viene il punto politico che a Roma si preferisce non nominare: il centrodestra è diventato monocentrico, e il monocentrismo non gli conviene. Perché i voti che gli alleati perdono non migrano verso Palazzo Chigi. Vanno altrove, o non vanno da nessuna parte.

La prova sta in una sigla che un anno fa non esisteva. Futuro Nazionale è oggi accreditato del 7,6 per cento, alla pari con Forza Italia e due punti sopra la Lega. Roberto Vannacci non ha inventato un elettorato: ha raccolto quello che la Lega gli aveva prima consegnato e poi lasciato scoperto, portandoselo via insieme alle 532 mila preferenze del 2024.

La morale è sgradevole ma utile. Nel mercato del sovranismo identitario c’è sempre qualcuno disposto a rilanciare, e chi ci si mette a competere perde due volte: perde la sfida al rialzo e perde la propria ragione sociale. Salvini quel gioco lo ha già tentato, arruolando l’avversario prima di subirlo. Non c’è bisogno di rifarlo.

Agli azzurri il mercato assegna oggi un ruolo modesto: essere la garanzia moderata dell’esecutivo, l’ala rassicurante che tranquillizza Bruxelles e i mercati. È una funzione, non un’identità. E soprattutto non è ciò che Forza Italia è stata.

Il partito del 1994 non nacque come centro di equilibrio fra due estremi. Nacque come offerta liberale di massa: meno tasse, meno Stato, meno magistratura nella vita pubblica, più impresa, più merito, più libertà individuale. Era popolare nel senso letterale, parlava ai commercianti e ai professionisti come ai pensionati, e lo faceva con un linguaggio che nessuno gli aveva insegnato in una scuola di partito. Aveva torti in quantità. Non aveva la timidezza.

Il referendum del 22 e 23 marzo è stato il momento in cui questa differenza è diventata visibile. La separazione delle carriere è stata portata al voto come una questione ordinamentale, quasi notarile, e affidata alla difesa d’ufficio di un governo. È stata respinta dal 53,7 per cento degli italiani, con un’affluenza del 58,9 per cento: non una disattenzione, una risposta. Quella riforma era, per storia e per vocazione, la battaglia di Forza Italia, e andava combattuta come tale: una battaglia di libertà, non un adempimento. Il garantismo non è un lusso da convegno, è l’unico terreno su cui gli azzurri hanno qualcosa da dire che nessun altro, nella coalizione e fuori, può dire al posto loro.

Invece il partito discute di congressi regionali, di tessere, di equilibri fra Roma e Arcore. Sono questioni serie per chi le vive e irrilevanti per chiunque altro. Un partito che parla di sé mentre il Paese chiede salari, fisco, casa e sanità ha smesso di fare politica e ha cominciato a fare amministrazione interna. La successione a Berlusconi non si chiude gestendola: si chiude aprendola, con una competizione vera e una proposta scritta su un foglio, non su un organigramma.

Il Carroccio ha il problema opposto e simmetrico. Ha un’identità disponibile, forte, radicata, e da otto anni la tiene in cantina.

L’autonomismo delle origini non era folklore. Era la rivolta fiscale di un pezzo produttivo del Paese contro uno Stato che prelevava molto e restituiva male; era federalismo, sussidiarietà, responsabilità di chi amministra davanti a chi paga. È una cultura politica europea, non un’eccentricità padana, e in Italia non la presidia più nessuno. La svolta nazional-sovranista ha prodotto il 34 per cento del 2019 e il 5,6 di oggi: un affare pessimo, anche solo a guardare il saldo.

Nel frattempo, l’autonomia differenziata, che sarebbe la bandiera naturale del partito, è rimasta a metà del guado dopo la Consulta. E i governatori del Nord, che quella bandiera la reggono ogni giorno nei bilanci delle proprie regioni, chiedono da mesi una gestione collegiale e un congresso federale che manca da nove anni. Domenica 20 si va a Pontida. Sarebbe il momento di rispondere politicamente, non con un accordo sulle liste del 2027. Le liste passano, la domanda resta: quale Lega?

La risposta competitiva è una sola, e non è quella di essere una destra un po’ più dura delle altre, perché quel posto è occupato. È essere il partito di chi amministra bene, del Nord che produce, del federalismo fiscale, delle autonomie. Un elettorato che esiste, che paga le tasse e che oggi non ha rappresentanza.

C’è chi risponde che la strada più semplice sia l’opposta: un partito unico del centrodestra, tutti sotto la stessa insegna, fine delle liturgie identitarie. È una tesi rispettabile e l’esperienza del Popolo della Libertà ne mostra il limite. Quando si fondono le identità non si sommano gli elettorati: si perdono i marginali di ciascuno, quelli che votavano per una ragione precisa e non trovano più nessuno che gliela ricordi. La destra italiana ha già pagato una volta il conto di questa scorciatoia.

Una coalizione di tre soggetti distinti e compatibili, conservatore, liberale-popolare, autonomista, vale più di tre copie dello stesso soggetto. Non per nostalgia: per aritmetica elettorale, e perché a un Paese con questi problemi serve una destra che sappia parlare al ceto medio produttivo e ai territori, e non soltanto all’identità.

Mancano diciotto mesi al voto. Il tempo per rimettere in piedi due gambe c’è ancora. Non ce n’è molto.

(*) Avvocato, dottore di ricerca in filosofia del diritto


di Edoardo Colzani (*)