Bruciare per devozione

giovedì 6 agosto 2026


“Lecologismo è una religione rassicurante: assolve attribuendo ogni colpa al clima. Nel frattempo, i nostri paesi vengono sommersi e i nostri boschi bruciano”

L’ambiente merita politiche serie. Ciò che riceve è invece una liturgia: dogmi che non ammettono revisione, peccati espiati da altri, indulgenze per chi paga ed eretici espulsi dal dibattito. Quando il “riscaldamento globale” è stato ribattezzato “cambiamento climatico”, il credo è stato reso impermeabile ai fatti: siccità o alluvione, caldo o freddo, tutto lo conferma. Un’ipotesi compatibile con qualsiasi evidenza può essere molte cose. Ma non è scienza. È fede. E la fede ha anche usi terreni.

Il primo consiste nel soffocare la discussione. Nella politica secolare, chi dissente fornisce informazioni. In una religione, chi dissente commette peccato, e al peccatore non si risponde: lo si scomunica come negazionista. Il secondo uso è più redditizio: l’esenzione dalla responsabilità. Se il disastro è provocato dal clima, nessun amministratore ha colpa. La responsabilità non ricade sui funzionari che hanno lasciato le opere incompiute, ma sul destino climatico, una divinità adirata che punisce senza consentire che i suoi sacerdoti siano chiamati a risponderne. È una teodicea amministrativa: quanto più terribile è il dio, tanto più assolto è il funzionario. Sarebbe un errore attribuire ogni colpa ai politici. Come ogni liturgia, anche questa risponde a una nostra domanda. Il rito è visibile, economico e immediato; la gestione è invisibile, costosa e produce risultati lentamente. Pensare è faticoso, credere è comodo. E i politici soddisfano volentieri questa domanda: vietare non costa nulla, ma non costa nulla neppure evitare di ripulire il sottobosco, dragare gli alvei o costruire bacini idrici. La sacralizzazione trasforma la negligenza di bilancio in una virtù teologica: il funzionario evita i costi della manutenzione e, nello stesso tempo, si appropria della superiorità morale del protettore. Poche dottrine hanno saputo conciliare con tanta precisione la pigrizia fiscale e la santità.

La Spagna è oggi il luogo nel quale questo meccanismo si manifesta con maggiore evidenza. Nel 2025 sono bruciati più di 393mila ettari, quasi un milione di acri: il dato peggiore dal 1994. E quest’estate il ritmo degli incendi è già molto superiore. La risposta ufficiale, un grande patto nazionale contro gli incendi, conferma la preferenza per il rito. La causa immediata è il caldo accompagnato dal vento. La causa strutturale è rappresentata da decenni di abbandono, durante i quali il materiale combustibile si è accumulato sulle colline, lasciate senza i loro antichi custodi dallo spopolamento rurale e senza manutenzione dalle normative ambientali. Una legge sui rifiuti del 2022, figlia dell’economia circolare europea, ha vietato la combustione dei residui vegetali. Gran parte dei rilievi oggi in fiamme è protetta dalla rete Natura 2000 dell’Unione europea, dove il disboscamento selettivo, la realizzazione di fasce tagliafuoco e gli incendi controllati richiedono una preventiva autorizzazione. La stessa fede ha concesso nel 2021 una protezione rigorosa al lupo iberico, accelerando la scomparsa dell’allevamento estensivo, proprio l’attività che ripuliva le colline senza costare un euro. La California porta in scena da più tempo lo stesso copione, con gli incendi controllati soffocati dalle autorizzazioni e dai contenziosi. Sacralizzare un bosco significa consegnarlo alle fiamme.

L’acqua racconta la stessa storia. L’ingegneria idraulica, un tempo orgoglio di intere generazioni di tecnici, è diventata un peccato: oggi i fiumi vengono “rinaturalizzati”, termine con il quale si indica la scelta di lasciarli a sé stessi. L’alluvione che ha colpito Valencia nell’ottobre 2024 ha provocato 229 morti, un’inchiesta penale e la prova che il Ministero aveva bloccato opere di laminazione delle piene per 228 milioni di euro, interventi che avrebbero potuto attenuare la violenza dell’inondazione. Nessuno si è dimesso per non avere costruito. L’omissione non lascia impronte digitali e il destino climatico si assume tutta la colpa. Il caso energetico è il più rivelatore, perché in quel settore la religione fallisce persino secondo i propri criteri. Supponiamo che la decarbonizzazione sia l’unico obiettivo valido. La scelta razionale consisterebbe nel correggere l’intermittenza delle fonti rinnovabili, accumulando l’energia solare prodotta a mezzogiorno per utilizzarla la sera attraverso centrali idroelettriche di pompaggio.

La Spagna dispone tuttavia di appena sei gigawatt circa di capacità di pompaggio, mentre decine di progetti privati restano bloccati in un sistema autorizzatorio nel quale tutti possiedono il diritto di impedire e nessuno quello di costruire. Nel frattempo, resta in vigore il calendario di chiusura delle centrali nucleari, a cominciare da Almaraz. L’autorità di regolazione ha appena dato parere favorevole alla proroga del suo funzionamento fino al 2030, ma la decisione dorme in un cassetto ministeriale, nonostante la chiusura determinerebbe un aumento sia delle emissioni sia dei prezzi. Il blackout dell’aprile 2025 aveva già presentato il conto in modo evidente. La Germania, che ha chiuso gli ultimi reattori nel 2023 affidandosi al carbone e al gas per colmare il vuoto, offre la versione compiuta dell’esperimento.

L’incoerenza non è tecnica, ma liturgica: il bacino artificiale sommerge una valle e la centrale nucleare profana il dogma, cosicché entrambi vengono esclusi dal culto anche quando servono il suo stesso dio. Il rito esige dolore, non soluzioni. Lo stesso vocabolario tradisce la liturgia: le perturbazioni vengono ormai battezzate, come gli dei del tuono degli antichi pantheon. Il clima fornisce soltanto il moltiplicatore. La base la mettiamo noi. Il territorio brucia dove le colline sono più abbandonate, non dove fa più caldo; si allaga dove gli alvei sono occupati e le opere non sono state realizzate, non dove piove di più.

E qualora il clima stesse davvero peggiorando, ripulire, costruire dighe e accumulare energia diventerebbe più urgente, non meno. Chi accetta la premessa climatica ma rifiuta l’adattamento locale non sta difendendo l’ambiente. Sta difendendo il monopolio del rito. Questa religione possiede anche una contorta economia morale. Le imprese acquistano indulgenze regolamentari sotto forma di relazioni sulla sostenibilità, documenti che hanno scarsa correlazione con i loro comportamenti effettivi. Per questo non basta semplificare quelle direttive, come Bruxelles ha ora deciso di fare. Occorre abrogarle. I fedeli, dal canto loro, pagano alle urne il prezzo della propria identità. Le indulgenze e l’identità costano poco; il dissenso è l’unico bene costoso. Qui si trova il danno più profondo, quello epistemico: senza eretici tollerati non esiste falsificazione, senza falsificazione non esiste correzione degli errori, e una politica che non può avere torto è una politica incapace di imparare.

Da tempo la natura è entrata in quel cerchio morale all’interno del quale non è consentito valutare costi e benefici. La natura è rimasta dentro. Noi veniamo lasciati fuori. Chi sacralizza la natura finisce per bruciarla; chi trasforma il clima in un dio finisce per utilizzarlo come alibi. Il miglior servizio che oggi potremmo rendere all’ambiente sarebbe quello di secolarizzarlo: farlo scendere dall’altare per riportarlo nel bilancio, sottrarlo al rito per affidarlo al calcolo, abbandonare il dogma e tornare alla manutenzione. I boschi non chiedono fede. Chiedono di essere ripuliti.

(*) Università Pompeu Fabra di Barcellona; professore affiliato, BSE; ricercatore associato, FEDEA. Già presidente della Society for Institutional & Organizational Economics

(**) Tratto da The Objective


di Benito Arruñada (*)