L’astensione su Tortora è l’ennesima resa al giustizialismo

mercoledì 5 agosto 2026


Ci sono occasioni nelle quali il Parlamento dovrebbe dimenticare le appartenenze, abbassare le bandiere di partito e riconoscersi nei valori fondanti della Repubblica. L’istituzione della Giornata nazionale dedicata a Enzo Tortora era una di queste. Eppure, qualcuno ha scelto comunque di voltarsi dall’altra parte.

L’astensione di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non è un dettaglio procedurale. È un fatto politico. È la fotografia di una cultura che continua a considerare il garantismo un principio negoziabile, da evocare quando conviene e da accantonare quando rischia di incrinare l’antica fascinazione per il giustizialismo.

Le spiegazioni offerte sono deboli, quasi imbarazzanti. Si parla di iter parlamentare, di commissioni, di passaggi tecnici mancati. Argomenti formalmente legittimi, ma politicamente inconsistenti. Perché nessun cavillo può giustificare la scelta di non sostenere un’iniziativa che rende omaggio all’uomo divenuto il simbolo più drammatico della malagiustizia italiana.

Gaia Tortora ha definito “ridicole” quelle motivazioni e “incommentabili” i loro protagonisti. Ha ragione. Perché chi ha vissuto sulla propria pelle la devastazione provocata da un errore giudiziario sa distinguere perfettamente tra le ragioni autentiche e gli alibi costruiti per non assumersi una responsabilità politica.

Enzo Tortora non appartiene, o perlomeno non dovrebbe appartenere, né alla destra né alla sinistra. Non è una bandiera della maggioranza né dell’opposizione. È il volto di uno Stato che, in un momento della sua storia, tradì uno dei propri cittadini più noti, travolgendolo con accuse infondate e umiliandolo davanti all’opinione pubblica.

La sua vicenda dovrebbe essere studiata nelle scuole, ricordata nelle università e celebrata nelle istituzioni. Perché rappresenta il monito più severo contro ogni abuso del potere giudiziario e contro quella deriva culturale che trasforma un avviso di garanzia in una condanna e un’indagine in una sentenza.

Ed è qui che emerge il nodo politico. Una parte della sinistra italiana non è mai riuscita a emanciparsi davvero dal riflesso giustizialista che l’ha accompagnata per decenni. Cambiano i leader, mutano gli slogan, ma resta quella diffidenza verso il garantismo, quasi fosse una concessione anziché la tutela dei diritti di ogni cittadino.

È un errore profondo. Perché il garantismo non è l’opposto della legalità: ne è il presupposto. Non difende i colpevoli, ma impedisce che gli innocenti vengano trattati come tali. Non limita la giustizia: la rende compatibile con la libertà. Senza garantismo non esiste Stato di diritto, ma soltanto il rischio di uno Stato che pretende di avere sempre ragione.

Per questo l’astensione pesa. Pesa perché trasforma una giornata di memoria in una polemica politica. Pesa perché alimenta l’impressione che esistano ancora resistenze culturali a riconoscere fino in fondo gli errori di un certo protagonismo giudiziario. Pesa perché manda ai cittadini un messaggio sbagliato: che perfino davanti alla storia di Enzo Tortora si possa scegliere la convenienza invece della condivisione.

C’è poco da aggiungere: ancora una volta le opposizioni non hanno saputo essere all’altezza della lezione impartita dalla storia. Ed è forse proprio questo l’aspetto più grave. 


di Salvatore Di Bartolo