mercoledì 5 agosto 2026
Le coalizioni di governo possono dividersi su tasse, pensioni, politiche sociali e, nondimeno, continuare a governare. Molto più difficile è che sopravvivano a profonde divergenze sulla politica estera. La storia della Repubblica lo dimostra con una certa regolarità: quando entrano in gioco la collocazione internazionale dell’Italia, i rapporti con gli alleati, le missioni militari o le grandi crisi mondiali, il margine per il compromesso si restringe fino quasi a scomparire.
È alla luce di tali considerazioni che vanno lette le recenti dichiarazioni di Giuseppe Conte. Dicendosi contrario all’invio di aiuti militari a Kiev e aprendo alla possibilità di ricorrere alle primarie per scegliere il leader della coalizione, il presidente del Movimento 5 Stelle ha lanciato un sasso tutt’altro che leggero nelle acque del cosiddetto campo largo.
A stretto giro è arrivata la risposta di Elly Schlein, che ha ribaltato l’ordine delle priorità: prima la definizione di un programma condiviso, poi, eventualmente, le primarie.
A un primo sguardo potrebbe sembrare una normale schermaglia tra alleati. In realtà, la posta in gioco è molto più alta. Sul conflitto russo-ucraino, il Partito Democratico sostiene il diritto dell’Ucraina a difendersi, mentre il Movimento 5 Stelle continua a esprimere una posizione molto più critica nei confronti degli aiuti militari a Kiev. Si tratta di una divergenza politica sostanziale. Da qui nasce una domanda difficilmente eludibile: è possibile costruire una coalizione credibile se i suoi principali protagonisti hanno visioni profondamente diverse su uno dei cardini dell’azione di governo, ossia la politica estera?
In tal senso, la storia del centrosinistra offre indicazioni istruttive. L’Ulivo guidato da Romano Prodi nel 1996 riuscì a garantire una fase di relativa stabilità grazie a una condivisa vocazione europeista. Tuttavia, proprio la politica estera rappresentò progressivamente uno dei più importanti fattori di tensione e instabilità all’interno della coalizione. Il caso più emblematico resta quello del secondo governo Prodi, nato nel 2006. La maggioranza era numericamente risicata e politicamente molto eterogenea. Le profonde divergenze sulla politica estera (dalla presenza italiana in Afghanistan all’ampliamento della base militare statunitense nell’area vicentina) contribuirono a logorare l’esecutivo, evidenziando la difficoltà di governare con una coalizione priva di una visione condivisa del ruolo internazionale dell’Italia. Non furono però la causa esclusiva della sua caduta, determinata da una crisi politica più ampia (il caso Mastella) e dalla perdita della maggioranza al Senato. Fino a quando il confronto riguardò il fisco, il lavoro o il welfare, il compromesso fu quasi sempre possibile. Quando, invece, entrarono in gioco la Nato, l’Unione europea, i rapporti con gli Stati Uniti o le missioni internazionali, la ricerca di una sintesi divenne assai più ardua. È questa la lezione che dovrebbero tenere presente Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Raymond Aron osservava che “la politica estera non costituisce un settore marginale dell’azione di governo, ma definisce l’identità stessa di uno Stato”. Da essa dipendono la credibilità di un Paese, l’affidabilità nei confronti degli alleati e la capacità di incidere nelle grandi scelte europee e atlantiche. Le coalizioni possono vincere le elezioni e convivere con differenze programmatiche anche marcate, ma raramente sopravvivono all’assenza di una comune visione dei rapporti internazionali. La storia del centrosinistra italiano lo dimostra con sufficiente chiarezza. Ignorarne la lezione sarebbe un grave errore.
di Francesco Carella