martedì 4 agosto 2026
Non ci sono le condizioni per una scelta interna. Le primarie, per il campo largo, sono inevitabili. Anche se nessuno vuole ammetterlo. Il senatore del Partito Democratico Dario Franceschini ne è convinto. “Sarebbe bello se i leader si riunissero in una stanza e ne uscissero tutti concordi sul nome del signor X o della signora Y, ma non mi pare che siamo realisticamente in queste condizioni e oltretutto non mi pare neanche che ci sia questo mister x”. Per Franceschini è quindi il momento di archiviare ogni esitazione: “Basta con questo tormentone primarie sì e primarie no. Facciamole e basta. Però attenzione. Abbiamo dato talmente il cattivo esempio, a livello di partiti, nel passato, che la nostra gente, anziché essere contenta di scegliere da chi farsi guidare, adesso è spaventata dai possibili effetti dilanianti”.
Il senatore dem propone regole chiare fin dall’inizio del percorso. “Intanto, la sottoscrizione di alcuni punti cardine comuni, non una cosa di 300 pagine, ma i fondamentali”, dice. “Tra quei punti programmatici importanti che vanno sottoscritti prima, io vedo anche la politica estera. E il riconoscimento formale dell’esito del voto deve essere vincolante: non è che chi perde, poi dopo riapre la discussione”, prosegue, aggiungendo che “chi vince non deve mettere il suo nome sul simbolo del suo partito. Ha ragione Schlein”, continua Franceschini, che definisce le primarie “un’opportunità straordinaria, possiamo coinvolgere milioni di persone, sarebbe un avvio straordinario della campagna elettorale”.
Un chiaro riferimento alle questioni che dividono Schlein e Giuseppe Conte, a partire dal sostegno militare all’Ucraina. I pentastellati hanno confermato infatti il loro no agli aiuti militari a Kiev e vorrebbero sciogliere il nodo attraverso il voto ai gazebo. La linea del Partito democratico è invece diversa. Elly Schlein, intervenendo al Tg3, respinge l’impostazione del leader M5s e insiste sulla necessità di definire prima una piattaforma politica condivisa. Per la segretaria dem la priorità è costruire un programma comune attorno al tavolo della coalizione, posizione che trova la sponda anche nei leader di Alleanza verdi e sinistra.
Le tensioni tra gli alleati non sono passate inosservate al centrodestra, che coglie l’occasione per attaccare il campo largo. Antonio Tajani affida ai social la sua critica: “Preoccupa l’assordante silenzio di Elly Schlein di fronte alle esternazioni filorusse di Giuseppe Conte”, scrive il vicepremier e segretario di Forza Italia. Quindi rilancia la sfida politica: “Ci dica se sta dalla parte del popolo ucraino o dalla parte di Vladimir Putin. Se sta dalla parte della democrazia o dalla parte delle dittature”. E ancora, “se sta con l’Europa o contro l’Europa”. Un primo banco di prova per verificare la tenuta dell’opposizione potrebbe arrivare già nelle prossime ore, con la risoluzione sulle comunicazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, atteso mercoledì in Parlamento per riferire sulla clausola nazionale di salvaguardia relativa agli investimenti in energia e difesa. Alla Camera è in corso un confronto per arrivare a un testo unitario delle opposizioni. Il centrodestra ha già confermato che farà sintesi. La volontà di trovare un’intesa esiste, ma la convergenza appare ancora distante. Il nodo più delicato resta quello del Safe, il prestito europeo destinato alle spese per la Difesa: Movimento 5 stelle e Avs restano contrari, mentre all’interno del Partito democratico convivono posizioni differenti. Una storia già sentita.
di Zaccaria Trevi