Il cortocircuito nel partito arcobaleno

giovedì 30 luglio 2026


L’attentato terroristico al Gay Pride di Berlino, avvenuto lo scorso 25 luglio, ha provocato la morte di una donna polacca di 65 anni e decine di vittime, alcune delle quali sono ancora in gravi condizioni. In un sistema culturale e mediatico come quello italiano, che nelle ultime settimane sta vedendo una forte polarizzazione tra i sostenitori della legittima difesa (anche estrema, come nel caso del gioielliere Mario Roggero) e quelli della strategia del “porgi l’altra guancia”, è opportuno evidenziare che ormai i buoi sono scappati dal recinto e che la situazione sicurezza non è più una “percezione” ma un dato di fatto. Anche l’uccisione a Bologna del marocchino Abderrahim Fakir ha allargato ancora di più la frattura sociale tra vittime e colpevoli, tra difensori e soggetti pericolosi, portando il capoluogo emiliano a farsi ancora una volta palcoscenico dell’attivismo più paradossale. A detta di qualcuno siamo diventati l’America d’Europa, il far west del Mediterraneo. Poliziotti che nel tentativo di bloccare aggressori (più o meno violenti o instabili) si trovano in pochi minuti il cadavere di un povero cristo tra le braccia, commercianti che sparano o che uccidono a sforbiciate i rapinatori (mi riferisco al caso dei due baristi cinesi, condannati a 17 anni per aver ucciso un ladro), fino ai gruppi di cittadini che di notte perlustrano i quartieri in cerca di maranza.

La sintesi della premessa è questa: i cittadini sono esausti. Violenza chiama violenza. L’assenza o il ritardo cronico dello Stato trasforma la legittima difesa nell’unica prospettiva di salvezza, anche a costo di finire in cella a settant’anni suonati. Seconda premessa: il risvolto ideologico di queste vicende è troppo influente per non essere citato. La destra vuole sicurezza e strizza l’occhio ai commercianti armati; la sinistra, invece, prende sempre le parti della parte lesa (i Fakir di turno oppure i ladri freddati a colpi di pistola), organizza manifestazioni, e come da tradizione cuce sui poliziotti e le forze dell’ordine il costume da lupo cattivo. L’attentato al Pride di Berlino ovviamente è un caso diverso. Spacca l’opinione in modo ancora più radicale e soprattutto fa aprire gli occhi sui paradossi che la sinistra porta avanti da decenni. Sono virali le parole di una ragazza tedesca in seguito all’attentato: “Quando ho saputo che una macchina si era lanciata sulla folla, ho sperato che non fosse un immigrato bensì un cristiano bianco”. Ecco il corto circuito. La sinistra degli unicorni smascherata delle parole dell’ennesima infervorata (probabilmente pro-Pal). La tipa avrebbe addirittura voluto finire sotto la macchina se avesse avuto la certezza di morire per mano di un suprematista con la croce al collo. E invece no: una donna è morta e ci sono decine di feriti a causa di un attentatore musulmano, tedesco (si fa per dire) di origine libanese.

Il nuovo Ku Klux Klan è fatto da carri colorati, bandiere arcobaleno, persone nude tenute al guinzaglio e cartelloni “Free Palestine”. Quello che sta succedendo a Gaza è spaventoso e le migliaia di vittime non sono invenzioni della stampa. Ma gli adepti del club arcobaleno lo sanno che se dovessero atterrare a Gaza City e scendere dall’aereo con la bandiera a sette colori, sarebbero sgozzati prima ancora di vedere qualche drone? Lo sanno che per i musulmani il loro stile di vita è considerato un’aberrazione? Probabilmente risponderanno che gli infervorati non mancano nemmeno tra i cristiani (guarda i lefebvriani) e che anche la Chiesa vede gli Lgbtqia+ come un pericoloso: con la differenza che gli attentati vengono fatti dai musulmani. Questo basta. C’è una differenza notevole tra avere posizioni contrarie e fare strike tra una folla di centinaia di persone. Dopo l’attentato a Berlino il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha vietato alla Gay Street di Palermo l’accesso a persone con il burka; sta aumentando il numero di elettori della galassia arcobaleno che si stanno avvicinando ai partiti di destra (Vannacci, che non ha risparmiato battute sui gay, potrebbe in realtà rappresentare il nome intorno al quale potrebbero compattarsi molti elettori Lgbtqia+). Chi ha occhi per vedere, veda. Citando il passo evangelico, voglio evidenziare il fatto che un problema c’è e che difronte ad un pericoloso così grave è naturale che ci si possa aggrappare ad un nome “controverso” (visti le precedenti affermazioni) come quello del generale. Per la sinistra, ancora adesso, musulmani e attivisti Lgbtqia+ vanno a braccetto. Maometto è protetto dalla bandiera arcobaleno.

Tutti uniti per Gaza. Ebrei cattivi. Italiani cristiani pure. E intanto una parte del grottesco mondo Lgbtqia+ sta voltando le spalle alla sinistra degli abbracci e del “siamo tutto uguali” e si sta velocemente aggregando a gruppi politici considerati eversivi e pericolosi fino ad una manciata di mesi fa. In Francia è proprio l’estrema destra (il Rassemblement National) il primo partito tra gli elettori gay: si parla, in questo caso, di “omonazionalismo”. In Germania abbiamo Alice Weidel, lesbica, co-presidente del partito di destra AfD. In Italia c’è stato un gruppo, poi sospeso, di Gay conservatori e liberali. L’Europa, a quanto pare, sta ridisegnando una nuova mappa arcobaleno, senza arcobaleni. In questi partiti sono accolti tutti ma le bandiere colorate devono restare fuori. Si entra in un partito non in quanto sessualmente “diversi”. Si entra perché si condividono le posizioni e soprattutto perché il pericolo non è più percepito, ma concreto. Le battute omofobe le fanno tutti. Anche un induista le farebbe. Si è però arrivati al punto in cui le convivenze forzate volute dalla sinistra, che volevano lesbiche e donne palestinesi a braccetto, non sono più ammissibili. Gli Lgbtqia+ sono fumo per gli occhi per i musulmani. Haram. Cose proibite. Qualcosa che va oltre il nostro concetto di peccato.

È finito il tempo, almeno per qualcuno, dei Pride con i canti verso gli amici della striscia. Come ho già detto non si deve negare o declassare quello che sta succedendo lì. Ma alcuni soggetti, appunto quelli del clan degli unicorni, hanno empatizzato con le persone sbagliate. Hanno difeso la religione più incompatibile con loro. Si sono fatti paladini del nemico, forse per una recondita sindrome di Stoccolma. Per qualcuno questo è il momento della frustrazione, del dover fare i conti con la verità a lungo nascosta. Non si può stare sul carro del Pride e strizzare l’occhio all’Islam. L’accoglienza non sarà più una prerogativa per loro. Qualcuno addirittura, per l’ansia di uscire di casa, griderà all’epurazione sociale. Gli amici della sinistra, quelli che indossano la kefiah anche per dormire, si sentiranno traditi. Ma è giusto così. “Do ut des” non c’è mai stato. La protezione è sempre stata a senso unico, e nel frattempo gli estremismi si sono insinuati nella nostra società, hanno scompaginato gli equilibri ideologici e nel frattempo hanno diffuso ansia e terrore, si sono aggrappati al nostro buonismo da quattro soldi e si sono anche fatti una carriera politica. Hanno detto che portano la pace e invece hanno portato la paura. Il cortocircuito è arrivato e ha bruciato i fili delle certezze costruite a tavolino. Il patriarcato, l’uomo bianco tossico, il cristianesimo opprimente, non esistono più. Le priorità sono altre. Il nemico è uscito allo scoperto e saranno i Roberto Vannacci, le Marine Le Pen e i Alice Weidel a tentare di dare all’Europa un volto più sicuro. O almeno ci proveranno.


di Enrico Laurito