mercoledì 29 luglio 2026
Il 16 luglio di quest’anno sono ricorsi i cinquant’anni da quando il Comitato Centrale del Partito Socialista Italiano si riunì all’Hotel Midas di Roma dopo il pesante e storico risultato elettorale che segnò il fallimento della linea dell’allora segretario Francesco De Martino. I cosiddetti “nuovi e più avanzati equilibri”, che vedevano il Psi come alternativa di governo solo in alleanza con il Pci, si rivelarono un vicolo cieco.
Fu così che, su proposta del grande esponente del socialismo meridionale Giacomo Mancini, esponenti come Riccardo Lombardi, Claudio Signorile, Enrico Manca, Fabrizio Cicchitto e Gianni De Michelis fecero confluire i loro voti sull’autonomista Benedetto Craxi, detto Bettino, eleggendolo segretario del Partito.
Figlio politico di Pietro Nenni, Craxi avviò un profondo cambiamento nel Psi, non solo con l’adozione del nuovo simbolo del garofano, che richiamava il socialismo del primo Novecento e la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, ma anche attraverso un ricambio generazionale della classe dirigente e un rinnovamento della dottrina del partito, tornando alle radici del socialismo liberale dei fratelli Rosselli e del socialismo libertario di Pierre-Joseph Proudhon.
Da quel momento l’Italia vide il Psi e il suo leader conquistare progressivamente terreno, contendendo al Partito Comunista l’egemonia della sinistra. Nel 1978 Craxi insistette sulla necessità di una trattativa per salvare Aldo Moro, contrapponendosi alla cosiddetta “linea della fermezza”, che egli riteneva corresponsabile del tragico epilogo del maggio di quello stesso anno.
Seguì poi l’elezione di Sandro Pertini, destinato a diventare il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Successivamente Bettino Craxi divenne il primo Presidente del Consiglio socialista della storia repubblicana.
Durante il suo governo fu definitivamente sconfitto il terrorismo e vennero realizzate importanti riforme: il taglio della scala mobile per interrompere il circolo vizioso dell’inflazione, misura che ancora oggi qualcuno, nel cosiddetto “campo largo”, continua a riproporre; l’introduzione dell’obbligo dei registratori di cassa; il nuovo Concordato con la Chiesa, che contribuì a rafforzare la laicità dello Stato; la riforma del sistema televisivo, che pose fine al monopolio pubblico; e una politica estera autonoma, testimoniata dalla crisi di Sigonella, dalla posizione assunta su Grenada, dalla condanna dell’invasione britannica delle Falkland, dall’installazione degli euromissili in risposta a quelli sovietici e dall’impegno per la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.
Craxi tentò inoltre di ridurre il debito pubblico, cresciuto negli anni precedenti. Fu particolarmente critico nei confronti del cosiddetto “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, voluto da Nino Andreatta.
Molto noto fu anche il suo impegno nella lotta contro la mafia. Durante i suoi governi operarono il ministro socialista Giuliano Vassalli e Claudio Martelli, che sostennero Giovanni Falcone nel progetto della Superprocura e lo difesero dalle critiche provenienti dal Consiglio Superiore della Magistratura e da alcune sue correnti. Lo stesso Falcone, dopo il Maxiprocesso, espresse apprezzamento per l’operato del Governo Craxi nella lotta alla criminalità organizzata.
Quella stagione si concluse nel modo più ingiusto. Dopo il crollo del Muro di Berlino non crollarono gli ex comunisti italiani, che nel frattempo avevano cambiato nome, bensì, paradossalmente, i loro principali avversari politici. Le inchieste di Mani Pulite, anche grazie alla sinergia tra magistratura, mass media e una parte della cosiddetta “società civile”, non ebbero difficoltà a travolgere il Partito Socialista Italiano, un partito privo di grandi protezioni e di solidi centri di potere.
Di quel periodo si possono dare molte interpretazioni: il ruolo di alcuni gruppi della finanza internazionale e di una parte della borghesia italiana interessata alle privatizzazioni; quello di una parte della magistratura, influenzata da una precisa cultura giuridica maturata anche all’interno di Magistratura Democratica; gli interessi della mafia nel favorire il crollo del vecchio sistema politico; le lobby americane; il comportamento di una parte della sinistra democristiana e post-comunista; e, infine, le controverse scelte dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Oggi, a distanza di tanti anni, gli italiani possono guardare a quella stagione con maggiore lucidità. Si può affermare che la storia abbia già riconosciuto a Bettino Craxi un posto di rilievo, nonostante la lettura critica proposta da una parte della sinistra e nonostante il tentativo, da parte di alcuni (anche qualche ex socialista), di relegarne la figura nell’oblio.
Molti ritengono che il nostro attaccamento al craxismo sia soltanto nostalgia. Non è così. Le idee e gli obiettivi di quella stagione sono ancora attuali. Esistono grandi riforme che soltanto un riformismo ispirato a quegli ideali può realizzare, impedendo che prevalga il conservatorismo di alcuni talebani della Costituzione che difendono il regime status quo e si oppone a ogni cambiamento.
Oggi più che mai serve una forte voce socialista che sappia raccogliere l’eredità dell’intuizione politica di Bettino Craxi anche all’interno di un campo largo che fatica ancora a trovare una propria identità. Per questo il nostro non è un esercizio di nostalgia né un anacronismo, ma la convinzione che quelle idee abbiano ancora qualcosa da dire all’Italia.
di Gabriele Zammillo