Chi di audio ferisce

lunedì 27 luglio 2026


Il cortocircuito di Sigfrido Ranucci e la Rai “deviata”

C’è un’ironia quasi tragica nel contrappasso che sta travolgendo il giornalismo d’inchiesta nostrano. Quando il quotidiano La Verità ha diffuso i file audio registrati in privato di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e vicedirettore di Rai 3, per un attimo si è avvertito un senso di spaesamento generale.

Chi scrive non ha mai amato l’uso giornalistico delle registrazioni rubate, delle chat carpite al buio e dei fuorionda usati come clava reputazionale. Ma è impossibile non notare il ribaltamento di ruoli: il metodo che per anni ha fatto la fortuna editoriale di trasmissione come Report ˗ l’estrapolazione del frammento privato per illuminare le ombre del potere ˗ si è ritorto contro il suo interprete più celebre.

​Oggi l’informazione vive in un Far West spietato, dove il confine tra diritto di cronaca e spionaggio relazionale è stato deliberatamente piallato.

Quando la sfera privata diventa merce d’intrattenimento, nessuno può dirsi davvero al sicuro, nemmeno chi quella porta l’ha spalancata per primo.

IL “MOSAICO” RAI: TRA MAFIA, MASSONERIA E SSERVIZI DEVIATI

​Entrando nel merito delle registrazioni, le affermazioni di Ranucci lasciano sconcertati. Confidarsi a ruota libera dichiarando che all’interno della Rai operino, intrecciate tra loro, la mafia, la massoneria, la P2 e i servizi segreti deviati, non è una semplice boutade da bar.

È una dichiarazione bomba pronunciata da chi, in quell’azienda, occupa un ruolo dirigenziale di primissimo piano. ​La vicenda si ingarbuglia ulteriormente se sovrapposta al cupo contesto recente:

L’attentato dinamitardo: l’ordigno esploso sotto la casa di Ranucci a fine anno.

L’ombra di Lavitola: i rapporti e le frequentazioni promiscue con il faccendiere Valter Lavitola, figura ambigua che per anni si è mossa negli anfratti più oscuri del potere politico ed economico. 

​Il quadro che ne emerge non è un’inchiesta pulita, ma un groviglio opaco dove non si distingue più dove finisca il lavoro giornalistico e dove inizino le relazioni velenose con personaggi dal curriculum a dir poco discutibile.

​LE QUATTRO DOMANDE CHIAVE PER CAPIRE LA VICENDA

1)Cosa ci dice quest'audio di Ranucci?

​L’audio ci restituisce l’immagine di un giornalista intrappolato nella sua stessa narrazione spy-story. Rivela un profondo e forse comprensibile senso di assedio, ma anche una pericolosa sovrapposizione tra la paranoia personale e il ruolo pubblico. Se il vicedirettore di Rai 3 sa davvero che l’azienda pubblica è ostaggio della criminalità organizzata e delle logge deviate, non dovrebbe sfogarsi in una conversazione privata: dovrebbe formalizzare una denuncia circostanziata alla Procura della Repubblica. In caso contrario, il rischio è che il giornalismo d’inchiesta scada in una narrazione tossica e complottista.

​2) Qual è la riflessione da fare senza strumentalizzazioni politiche?

​Uscendo dai tifosi da curva ˗ tra chi vuole la testa di Ranucci e chi lo santifica a prescindere ˗ la riflessione amara riguarda la qualità della nostra democrazia informativa. Se le istituzioni culturali e informative di un Paese diventano il terreno di scontro per dossiers, audio spia e contatti con faccendieri, significa che il giornalismo ha smesso di essere un contropotere ed è diventato una fazione tra le tante. La perdita di fiducia del pubblico verso il servizio pubblico è la vera maceria che resta sul campo.

3) ​Cosa rimane di questa vicenda?

​Rimane un gigantesco cortocircuito etico. Resta la dimostrazione che l’arma dell’audio rubato distrugge chiunque la tocchi, impoverendo il dibattito civile. E resta la sensazione che la Rai sia un corpo malato, logorato non solo da ingerenze politiche tradizionali, ma da guerre sotterranee combattute con i metodi del ricatto e della delegittimazione reciproca.

​4) Quali possono essere gli sviluppi futuri?

​Sul piano giudiziario e disciplinare, gli sviluppi potrebbero essere molteplici: verifiche interne alla Rai; Commissioni di vigilanza o procedimenti disciplinari per verificare la veridicità di affermazioni così gravi sul servizio pubblico; inchieste magistratura con approfondimenti da parte degli inquirenti per fare luce sui rapporti tra faccendieri, tentativi di intimidazione ed eventuali minacce reali al conduttore.

​Sul piano mediatico, la sensazione è che il format della “denuncia show” basata su messaggi carpiti abbia toccato il punto di non ritorno, costringendo anche il giornalismo d’inchiesta a darsi un codice di condotta più rigoroso.


di Alessandro Cucciolla