mercoledì 22 luglio 2026
Riflessioni sul caso Roggero
Le polemiche, spesso scomposte, nate intorno alla condanna del gioielliere di Grinzane Cavour, Mario Roggero – condannato a oltre 14 anni di carcere per avere ucciso due rapinatori durante la loro fuga – hanno finora oscurato la vera questione: la distinzione tra giustizia e vendetta. Si tratta di una differenza antica quanto la civiltà occidentale. La nascita del diritto coincide proprio con i primi tentativi di separare, portandoli su due piani diversi, la “punizione dalla ritorsione”. Già Dracone, nel VII secolo avanti Cristo, introdusse una legislazione volta a trasferire allo Stato la disciplina dei reati, sottraendone la gestione alle famiglie delle vittime. In tal modo, il politico e giurista ateniese definì un principio destinato a segnare la storia dell’umanità: la legge deve prevalere sulla logica vendicativa.
La letteratura greca racconta magnificamente questa trasformazione. Nell’Orestea di Eschilo, Oreste vendica il padre Agamennone uccidendo la madre Clitemnestra, ma quel gesto non mette fine al conflitto interiore e alla sofferenza. Le Erinni continueranno a perseguitare il matricida. La persecuzione avrà termine solo quando la dea Atena istituirà il tribunale dell’Areopago. È questo il passaggio simbolico in cui si afferma la Dike, ossia la giustizia, mentre la vendetta cessa di essere il principio regolatore della convivenza sociale. Eschilo suggerisce che nessun individuo può diventare giudice di sé stesso, neppure quando è sostenuto dalla consapevolezza di avere ragione. È la grande lezione che attraversa la storia della civiltà.
Da Aristotele, che definisce la legge “ragione libera della passione” a Cesare Beccaria, che nel Settecento ribadisce più volte che il potere d’infliggere la pena spetti esclusivamente allo Stato, la cultura giuridica occidentale affida al diritto il compito di sostituire la rappresaglia con la giustizia pubblica. La vicenda di Mario Roggero suscita sentimenti contrastanti. Infatti, molti cittadini, in questi giorni, stanno esprimendo solidarietà al gioielliere, schierandosi senza esitazioni dalla parte di chi subisce una rapina e reagisce in condizioni psicologiche estreme. Mai dimenticare, però, che le sentenze possono essere discusse, sottoposte a critiche (anche dure) e impugnate, ma non possono essere sostituite dal “tribunale della pubblica opinione”. La civiltà giuridica si afferma nel momento in cui si comprende che il dolore della vittima non può diventare il criterio con cui si stabilisce la colpevolezza o la misura della pena. Lo Stato di diritto chiede ai giudici di fare ciò che i cittadini (coinvolti emotivamente) non possono fare, ovvero “distinguere tra ciò che appare giusto e ciò che è giuridicamente giustificato”. È questa la ragione per cui, dopo 25 secoli, consideriamo la giustizia una conquista della civiltà e non una forma più ordinata della vendetta.
di Francesco Carella