Spionaggio, l’Italia nel mirino di Mosca

mercoledì 8 luglio 2026


La guerra russa contro l’Occidente non si combatte soltanto lungo il fronte ucraino. Non passa solo dai missili, dai droni, dalle trincee e dalle città bombardate. Passa anche dalle ambasciate, dai contatti riservati, dalle informazioni comprate, dalle fedeltà spezzate e da chi, dopo aver servito lo Stato, sceglie di mettere a disposizione di una potenza straniera conoscenze, relazioni e accessi.

È questo il cuore dell’inchiesta romana che ha portato all’arresto di due ex appartenenti all’Aisi, accusati di aver raccolto informazioni riservate sulla Difesa e sulla sicurezza nazionale in cambio di denaro. Un caso che, al di là delle responsabilità individuali, riporta al centro un tema troppo spesso sottovalutato: l’Italia è parte del campo di battaglia invisibile su cui Mosca conduce da anni la propria offensiva contro l’Occidente.

I carabinieri del Ros, su coordinamento della Procura di Roma e della Procura militare, hanno eseguito la misura degli arresti domiciliari nei confronti di Gavino Raoul Piras, 59 anni, originario di Sassari, e Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, originario di Matera. Entrambi avrebbero fatto parte in passato dell’intelligence italiana e, prima ancora, dell’Arma dei carabinieri.

L’ipotesi accusatoria è pesante. I due avrebbero intrattenuto rapporti con un agente dei servizi russi, formalmente in servizio in Italia sotto copertura diplomatica, al quale sarebbero state fornite notizie sensibili in cambio di somme di denaro. Secondo la ricostruzione investigativa, Piras avrebbe avuto un ruolo centrale nei contatti e sarebbe stato l’unico interlocutore diretto dell’agente del Gru, il servizio di intelligence militare russo, protetto dall’immunità diplomatica.

L’inchiesta coinvolge, oltre a Piras e Di Pasquale, altri cinque indagati: Davide Piantanida, 46 anni, di Foggia; Gianluca Nardella, 47 anni, anche lui foggiano; Giuseppe Tempesta, 55 anni, di Bari; Sergio Romeo, 57 anni, di Messina; e Antonio Guerra, 69 anni, di Bari. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, riguardano il procacciamento di notizie sulla sicurezza dello Stato, lo spionaggio politico o militare, la rivelazione di segreti di Stato e la divulgazione di informazioni coperte da divieto.

Secondo gli investigatori, Piras avrebbe ottenuto informazioni attraverso una rete di fonti, tra cui alcuni militari in servizio nel settore Cyber della Difesa. Il punto, se confermato, sarebbe particolarmente delicato. Non si tratterebbe soltanto di una vicenda di contatti opachi con un servizio straniero, ma della possibile ricerca di informazioni riguardanti settori sensibili della sicurezza nazionale, della difesa e della produzione industriale collegata al comparto militare.

L’attività investigativa sarebbe partita nel 2025 dopo una segnalazione dell’Aisi, che avrebbe individuato il reclutamento di un ex agente italiano da parte dei russi. Da quel momento sarebbe stata avviata una vera operazione di controspionaggio, con osservazioni, pedinamenti, controlli e perquisizioni, anche informatiche. A quella prima attività dell’intelligence italiana sarebbero poi subentrate le indagini dei carabinieri del Ros, coordinate dalla Procura ordinaria e dalla Procura militare, trattandosi di una vicenda che coinvolge anche personale militare.

A seguire il fascicolo sono la procuratrice aggiunta della Procura militare di Roma Antonella Masala, il pubblico ministero militare Enrico Peluso e la sostituta procuratrice della Procura di Roma Lucia Lotti. Durante una delle perquisizioni sarebbero stati trovati anche 20mila euro in contanti.

Naturalmente sarà la magistratura a stabilire quali siano le responsabilità dei singoli indagati, quale sia stata la reale consistenza delle informazioni raccolte e se esse siano state effettivamente trasmesse a rappresentanti di un servizio ostile. Ma, al netto della necessaria prudenza giudiziaria, il dato politico e strategico è già evidente: l’Italia continua a essere un terreno di forte interesse per l’intelligence russa.

Non da oggi. E non per caso. Mosca non guarda all’Italia come a un Paese periferico. La osserva come membro della Nato, come snodo mediterraneo, come Paese industriale, come piattaforma logistica, politica e informativa. In questa prospettiva, ogni frammento può diventare utile: informazioni sulla Difesa, contatti istituzionali, procedure interne, abitudini operative, vulnerabilità personali, reti di relazione. Lo spionaggio moderno non cerca il clamore. Raccoglie tasselli, solo apparentemente minori, li collega, li incrocia e li trasforma in vantaggio operativo.

È questa la natura più insidiosa del fronte invisibile. Non sempre lascia tracce immediate. Non produce macerie, non mostra crateri sull’asfalto, non costringe la popolazione a rifugiarsi nei bunker. Ma può colpire in profondità la sicurezza dello Stato, la fiducia nelle istituzioni e la capacità di un Paese di proteggere i propri interessi strategici.

Il caso richiama inevitabilmente precedenti già noti, a partire dall’arresto nel 2021 dell’ufficiale di Marina Walter Biot, condannato in via definitiva per aver ceduto documenti classificati a un ufficiale russo in cambio di denaro. Anche allora il cuore dell’indagine riguardava il procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato e lo spionaggio politico-militare. Anche allora emerse con chiarezza l’interesse russo verso ambienti militari e istituzionali italiani.

Oggi, se le accuse saranno confermate, il segnale sarebbe ancora più inquietante. Non riguarderebbe soltanto la capacità di penetrazione dei servizi russi, ma anche la possibile disponibilità di ex appartenenti al comparto sicurezza a monetizzare conoscenze, relazioni e accessi residui. È uno dei punti più delicati per ogni democrazia: la sicurezza nazionale non finisce con il pensionamento di chi ha servito lo Stato. Le relazioni restano, le competenze restano, la memoria degli apparati resta. E proprio per questo diventano, agli occhi di un servizio straniero, un bersaglio prezioso.

L’inchiesta romana dice quindi qualcosa che va oltre i singoli nomi. Ricorda che la minaccia russa non si esaurisce sul fronte ucraino e non si limita alla propaganda, alla disinformazione o alle campagne di influenza. Esiste una guerra silenziosa, fatta di reclutamento, denaro, accessi, informazioni e pressione sulle vulnerabilità individuali. Una guerra che si combatte nelle zone grigie, dove il confine tra diplomazia, intelligence e ostilità diventa volutamente ambiguo.

Per questo è fondamentale non peccare di ingenuità strategica. Gli indagati hanno diritto a difendersi e la responsabilità penale dovrà essere accertata nelle sedi competenti, ma il Paese ha il dovere di guardare il contesto con lucidità. Quando un servizio ostile cerca informazioni sulla Difesa, non sta svolgendo una normale attività diplomatica. Sta lavorando contro gli interessi nazionali.

E quando quel tentativo passa da Roma, non possiamo fingere che la guerra sia lontana.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)