La società tracciabile

mercoledì 8 luglio 2026


Mentre Bruxelles accelera sull’identità digitale europea, c’è una domanda che quasi nessuno sembra voler porre. Dove sono finiti i ribelli? Non quelli da social network. Non quelli che scambiano un hashtag per una forma di dissenso.

I ribelli veri. Quelli che diffidavano del potere, qualunque forma assumesse. Se Berto Ricci fosse vivo oggi, probabilmente non avrebbe paura del fascismo. Avrebbe paura dell’uomo leggibile.

La provocazione è meno assurda di quanto sembri.

Ricci fu scrittore, giornalista, polemista. Proveniva dall’anarcoindividualismo fiorentino e considerava la libertà una conquista personale, non una concessione delle istituzioni. Diffidava delle masse, detestava il conformismo e guardava con sospetto ogni apparato capace di trasformare gli individui in materiale amministrativo.

La sua ossessione era l’individuo. Non quello celebrato nei discorsi ufficiali. Quello reale. Libero. Responsabile.

Per questo è difficile immaginare che guarderebbe con entusiasmo la direzione verso cui si stanno muovendo le democrazie occidentali. Perché il vero salto politico del XXI secolo non è l’intelligenza artificiale in sé. Non è la digitalizzazione in quanto tale. Non è la tecnologia in astratto.

È la progressiva trasformazione del cittadino in una sequenza permanente di dati.

Entro la fine del 2026 gli Stati membri dovranno mettere a disposizione il portafoglio europeo di identità digitale. Parallelamente avanzano sistemi di autenticazione elettronica, interoperabilità delle banche dati, procedure automatizzate di verifica e strumenti sempre più sofisticati di tracciabilità.

Naturalmente nessuno parla mai di controllo. Si parla di sicurezza. Si parla di efficienza. Si parla di semplificazione. Si parla di tutela. Del controllo si scopre l’esistenza sempre dopo. Perché nessuna infrastruttura di potere nasce dichiarando apertamente le proprie finalità.

Nasce sempre promettendo benefici. Ti evita una fila. Ti semplifica una pratica. Ti rende più rapido un servizio. Ti fa risparmiare tempo.

E intanto raccoglie informazioni. Una dopo l’altra. Fino a costruire qualcosa che nessuna società del passato aveva mai posseduto. La possibilità di conoscere, classificare e ricostruire una parte crescente della vita quotidiana dei propri cittadini. Il problema non è solo che lo Stato sappia troppo. Il punto è che stiamo costruendo una società che saprà tutto di ciascuno di noi.

È elementare.

La questione non è mai il potere nelle mani di chi ci piace. Ma neppure il potere nelle mani di chi non ci piace. Il problema è il potere in sé. Eppure, il dato più sorprendente è un altro.

Questa trasformazione procede quasi senza opposizione culturale. La politica si consuma nelle polemiche del giorno. I media inseguono il ciclo continuo delle indignazioni. L’opinione pubblica si divide su questioni spesso effimere. Nel frattempo cresce, mattone dopo mattone, l’infrastruttura della società tracciabile. Ed è forse questa la vittoria più importante del potere contemporaneo. Non imporre i propri strumenti.

Ma convincere tutti che siano inevitabili.

Oswald Spengler osservava che gli uomini finiscono spesso per pensare ciò che credono di dover pensare. Oggi il rischio è ancora più sottile. Non si tratta soltanto di orientare le idee. Si tratta di orientare i comportamenti.

Perché una società nella quale ogni transazione lascia una traccia, ogni accesso genera una registrazione e ogni attività produce un dato è una società nella quale la conformità diventa progressivamente più conveniente della libertà.

E alla fine la libertà ci diventa pure scomoda.

Il Novecento aveva paura dello Stato che spiava i cittadini. Il XXI secolo rischia di costruire una società nella quale non sarà più necessario spiarli. Perché saranno i cittadini stessi a consegnare spontaneamente ogni informazione utile.

Le società libere non muoiono sempre sotto il peso della tirannia.

A volte muoiono sotto il peso della comodità.


di Massimo Ricciuti