venerdì 3 luglio 2026
Se fosse confermata, sarebbe una di quelle notizie destinate a entrare negli annali dei paradossi della politica italiana. In vista delle elezioni comunali del 2027, tra i nomi presi in considerazione dal centrodestra per Milano continuerebbe a circolare con insistenza anche quello di Antonio Di Pietro. Sì, proprio lui: il magistrato simbolo di Mani pulite, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato quella stagione giudiziaria destinata a cambiare per sempre gli equilibri della politica italiana. Al netto dei giudizi sulla persona, sui quali appare opportuno non entrare nel merito, è il significato politico dell’indiscrezione a meritare più di una riflessione. Per oltre trent’anni il centrodestra ha costruito una parte rilevante della propria identità attorno alla critica del protagonismo della magistratura, alla difesa del garantismo e alla denuncia delle derive del giustizialismo. Una cultura politica nata anche come reazione a quella stagione, che ebbe proprio in Di Pietro il suo volto più riconoscibile. È difficile immaginare una figura più distante, sul piano simbolico, dalla storia politica inaugurata da Silvio Berlusconi nel 1994.

Se quella stagione prese forma anche come risposta politica e culturale all’esperienza di Mani pulite, ritrovarsi oggi a ipotizzare proprio il nome di Di Pietro come candidato della coalizione fondata dal Cavaliere rappresenterebbe un ribaltamento con pochi precedenti nella storia repubblicana. Quale messaggio trasmetterebbe, del resto, un centrodestra che, nel tentativo di riconquistare Milano, scegliesse di affidarsi al simbolo di quella cultura giustizialista contro cui ha combattuto per decenni? Anche perché, sia chiaro, non si tratterebbe semplicemente di un’apertura al civismo, come molti invocano. Sarebbe, piuttosto, la confessione implicita di una difficoltà ben più profonda: l’incapacità di esprimere una propria classe dirigente credibile, al punto da cercare legittimazione in una figura che rappresenta esattamente ciò che la coalizione ha sempre contestato. C’è poi un ulteriore aspetto da considerare: le candidature non sono mai soltanto una questione elettorale, né riguardano esclusivamente un determinato territorio o una specifica tornata. Rappresentano, o perlomeno dovrebbero rappresentare, anche una precisa visione delle istituzioni e dello Stato. Per questo, l’eventuale scelta di Di Pietro assumerebbe un valore che va ben oltre Palazzo Marino. Segnerebbe il passaggio da una cultura politica che per decenni ha denunciato gli eccessi della supplenza giudiziaria a una che, di fronte alle difficoltà elettorali, finirebbe per affidarsi proprio all’uomo che più di ogni altro ha personificato quella stagione.
di Salvatore Di Bartolo