martedì 30 giugno 2026
Ci sono aspetti profondamente iniqui nella vicenda di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma ed ex Ministro delle politiche agricole e forestali nei governi Berlusconi II e III, tornato in libertà mercoledì scorso dopo aver trascorso un anno e mezzo nel carcere di Rebibbia per traffico di influenze illecite nell’ambito di una vicenda, un filone interno dell’inchiesta Mondo di Mezzo, riguardante lo sblocco di alcuni pagamenti. Una fattispecie che non trova riscontri nel panorama internazionale, priva di una definizione limpida e caratterizzata da maglie larghissime e confini incerti, per definizione il contrario di quello che dovrebbe essere la norma penale. Quasi una formula moralistica di un sistema malato e ancora intriso dell’odio verso la politica che l’esperienza Tangentopoli ha vomitato sul Paese.
La revoca della misura alternativa dei domiciliari disposta a seguito della violazione delle prescrizioni connesse all’affidamento in prova ai servizi sociali ha assunto i contorni di una vendetta politica (come se si volesse ottenere l’espiazione della grande colpa che ogni uomo di potere porta seco: la divisività) più che di una decisione giuridica; una valutazione formalmente legittima che però è apparsa decisamente in controtendenza rispetto all’ordinario. In numerosi procedimenti analoghi, infatti, irregolarità ben più significative hanno comportato l’adozione di misure meno afflittive. E metodo e tempismo dell’arresto, fugano il dubbio: nella notte di Capodanno, come in una qualsiasi retata per decimare un clan mafioso. La spettacolarizzazione per esporre alla gogna, una modalità che ha a che fare più col sadismo e con l’ego di certe procure che con le necessità giudiziarie.
È la definizione di una giustizia che corre su binari diversi e a due velocità: Alemanno dietro le sbarre per un reato non violento, senza alcuna concessione di soluzioni intermedie (nonostante la risibile pena residua e la naturale assenza di pericolosità sociale) e i veri criminali liberi nel giro di pochi giorni grazie a trattamenti più favorevoli. Dov’è finito il principio di proporzionalità della pena? Come funziona la geometria variabile nell’applicazione di misure giudiziarie nel tenore inversamente proporzionali alla gravità del fatto? La legge è davvero uguale per tutti o troppo spesso è intransigente con alcuni e indulgente con altri?
La vicenda Alemanno è soprattutto una delle tante tristi storie di un processo da tritacarne mediatico nel quale l’imputato è marchiato da un teorema sensazionalistico automatico: mafia capitale, cooperative, corruzione. Una narrazione semplicistica che attecchisce immediatamente nel terreno fertile del populismo giudiziario manettaro. E poco importa se poi nell’iter processuale reale l’accusa di corruzione viene meno e il quadro giudiziario si sgretola. È la questione delle questioni: come si può accettare passivamente che il tribunale mediatico sia più pervasivo dell’aula di giustizia?
Il cittadino semplice non segue ogni passaggio della querelle, conserva solo l’immagine immediata, il marchio, indipendentemente dal fatto che il processo prenda una direzione diversa. Così l’equazione si cristallizza nell’opinione comune e la sentenza del tribunale del popolo diventa inoppugnabile: Alemanno uguale Mafia Capitale. E la reputazione pubblica è demolita (complice la lentezza endemica della giustizia che acuisce il dissidio plastico tra verità e marchio): poco importa se nel frattempo le accuse cambiano o se le pene si riducono, al danno pubblico non c’è rimedio perché l’immaginario comune ha raggiunto la sua certezza granitica.
La vicenda Alemanno, inoltre, è in grado di puntare i riflettori sul limbo, l’area contigua che riguarda il rapporto tra imprese, politica e pubblica amministrazione. Evidentemente in Italia abbiamo fatto in modo di rendere sistematico il controsenso: sollecitare un pagamento dovuto ad un imprenditore che ha lavorato, ha emesso fattura e ha atteso a lungo − e invano − il legittimo corrispettivo, è diventato potenzialmente tacciabile di torbidezza manovriera. E chiedere che una pratica venga sbloccata, poi, cristallizza il superamento del confine e stabilisce il momento in cui il diritto a ricevere il compenso si trasforma in influenza illecita. Nel frattempo – paradosso dei paradossi − la pubblica amministrazione morosa o inadempiente viene tacitamente considerata esasperato burocratismo.
Non si vuole certo sostenere che le mediazioni opache e i rapporti nascosti tra interessi privati e pubblica amministrazione vadano lasciati a sé stessi o che debbano sfuggire a vigilanza. Ma le norme penali devono avere confini chiarissimi: ogni allargamento eccessivo del perimetro (come ci ha insegnato l’abrogazione del reato d’abuso d’ufficio) che rischi di rendere sospetta finanche la semplice conoscenza personale, farebbe sconfinare nel terreno della discrezionalità delle procure e della criminalizzazione di ogni banale rapporto tra cittadini, imprese, politica e istituzioni materializzando lo spettro dell’immobilismo, la “paura della firma”.
La vicenda Alemanno rappresenta, poi, una testimonianza diretta della condizione delle carceri italiane, dato che lui in prima persona ha fin da subito trasformato la detenzione in una battaglia di civiltà attraverso la condivisione di un toccante “diario di cella”. Così facendo, nel momento peggiore, ha messo in atto il più autentico atto militante di indirizzo politico: costringere le istituzioni all’attenzione sulle condizioni disumane nelle quali molti detenuti sono costretti a vivere; celle sovraffollate, assenza di privacy, docce fredde, caldo insopportabile (circostanze di cui si fa sempre un gran parlare, mai concreto). Del trattamento degradante che i detenuti (molto) spesso ricevono, ne sono testimonianza finanche i quaranta giorni di sconto pena rispetto alla condanna: non è un regalo, ma una misura che trova fondamento nell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario che disciplina il rimedio risarcitorio per i detenuti che hanno scontato la pena in condizioni contrarie alla dignità della persona e in violazione dell’articolo 3 della Cedu. Per Gianni Alemanno questa non è una posizione del momento: già alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 ha avuto la tessera del Partito Radicale, beneficiando della celebre strategia di Marco Pannella delle “doppie tessere” che permetteva a figure di opposte estrazioni politiche di sostenere le battaglie civili e garantiste dei radicali pur mantenendo la propria appartenenza.
L’unica parola per descrivere Gianni Alemanno, oggi, non è “colpevole” ma “simbolo”. Simbolo, anche col corpo, delle iniquità del sistema giustizia; simbolo, col nome e nel senso più alto, delle battaglie politiche come approccio alla cosa pubblica.
di Francesco Catera