Chi erano gli “Angeli” di Falcone e Borsellino

venerdì 26 giugno 2026


​Trentaquattro anni. Un tempo infinito, eppure sospeso. Quando il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 il tritolo di Cosa Nostra ha sventrato l’autostrada a Capaci e squarciato via D’Amelio a Palermo, l’Italia non ha perso solo due magistrati che avevano osato guardare l’abisso negli occhi. Ha perso otto cittadini, otto servitori dello Stato, otto destini.

​Li hanno chiamati, con un’espressione quasi mistica, “gli Angeli di Falcone e Borsellino”. Una definizione poetica, certo, ma che nasconde una sottile, involontaria ingiustizia.

Gli angeli sono creature eteree, incorporee, destinate per natura al sacrificio. Loro no. Loro erano uomini e donne in carne e ossa, con la paura sottopelle e l’amore per la vita nelle vene. Erano professionisti della sicurezza, lavoratori, padri, mariti, una giovane donna che sognava un futuro.

​Per trentaquattro anni la narrazione pubblica li ha spesso ridotti a un elenco di nomi da recitare velocemente durante le commemorazioni, ombre necessarie ma sfocate sullo sfondo dei due grandi giganti della legalità. Ma restituire dignità al loro sacrificio significa fare un’operazione diversa: analizzare il loro ruolo reale, capire chi erano e chiederci cosa resti oggi di quel sangue.

I NOMI DELLA MEMORIA: CHI ERANO GLI UOMINI (E LE DONNE) DELLE SCORTE

​Per capire l’importanza del loro ruolo, bisogna prima di tutto toglierli dall’anonimato della parola “scorta” e restituire loro un volto, una storia, un’identità.

La scorta di Giovanni Falcone (Strage di Capaci, 23 maggio 1992)

Vito Schifani (27 anni): guidava la prima Croma, quella che ha preso in pieno l'esplosione. Era sposato con Rosaria Costa e padre di un bambino di pochissimi mesi. La sua colpa? Credere che Palermo potesse cambiare.

Rocco Dicillo (30 anni): agente scelto, originario della Puglia. Aveva appena comprato casa e stava programmando il matrimonio. Era un professionista meticoloso, consapevole del rischio ma devoto al suo dovere.

Antonio Montinaro (29 anni): salentino d’origine, palermitano d’adozione. Di Falcone diceva: “Non siamo carne da macello, siamo uomini che difendono un’idea”. Aveva due figli piccoli e una bottega di elettrodomestici avviata, ma aveva scelto la Polizia.

La scorta di Paolo Borsellino (Strage di Via D’Amelio, 19 luglio 1992)

Agostino Catalano (43 anni): il caposcorta di Borsellino. Una vita segnata dal dolore (aveva perso la prima moglie per una malattia), era un punto di riferimento per i colleghi, un uomo generoso che pochi giorni prima aveva persino salvato un bambino che stava per annegare.

Claudio Traina (26 anni): giovanissimo, con un figlio ancora in fasce. Aveva ottenuto il trasferimento a Palermo da poco. Quella domenica non doveva nemmeno essere in servizio, aveva scambiato il turno con un collega.

Vincenzo Li Muli (22 anni): il più giovane del gruppo. Aveva ottenuto l’assegnazione alla scorta di Borsellino da pochissimi giorni. Per lui, proteggere quel magistrato era un onore supremo.

Walter Eddie Cosina (31 anni): originario di Trieste, arrivato a Palermo come volontario dopo la strage di Capaci. Sapeva perfettamente di andare incontro alla morte, ma il senso di giustizia fu più forte della paura.

Emanuela Loi (24 anni): sarda, solare, appassionata. È stata la prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio per mano della mafia. Sognava di fare l’insegnante, è diventata un simbolo di coraggio senza tempo.

LA TRAPPOLA DELLA NARRAZIONE: PERCHÉ SONO STATI “DIMENTICATI”?

​Non si tratta di una dimenticanza dolosa, ma di un limite della memoria collettiva. Nella costruzione del mito ˗ e Falcone e Borsellino sono diventati, giustamente, i fari laici della nostra Repubblica ˗ la narrazione tende a semplificare. Si cerca il bardo, l’eroe solitario.

​Approfondire il ruolo degli uomini della scorta avrebbe imposto all’Italia di guardare in faccia una realtà più complessa e dolorosa: l’isolamento delle scorte stesse. Gli agenti non erano semplici autisti o guardie del corpo; erano l’unico vero diaframma tra lo Stato e la violenza mafiosa. Spesso condividevano con i magistrati la stessa solitudine istituzionale. Sapevano che le auto non erano abbastanza blindate, che i percorsi erano vulnerabili, che le istituzioni per cui lavoravano stavano mostrando tragiche falle.

​Focalizzarsi solo sui magistrati ha permesso, per anni, di non analizzare a fondo le carenze organizzative, i depistaggi e le colpe di chi avrebbe dovuto proteggere non solo Falcone e Borsellino, ma anche quei ragazzi. Concentrarsi sulla scorta significa fare un’analisi politica e sociale: significa ricordarsi che la mafia non colpisce solo le vette del potere, ma dilania il tessuto quotidiano del Paese.

​L’ANALISI DEL RUOLO: PIÙ CHE PROTEZIONE, UNA CONDIVISIONE DI DESTINO

​Il ruolo delle scorte a Palermo tra gli anni ‘80 e ‘90 non era un lavoro come un altro. Era una scelta di campo. Diventare l’ombra di Falcone o di Borsellino significava accettare una condanna a morte sospesa.

​Tra i magistrati e i loro agenti si creava un legame simbiotico, quasi familiare. Non c’era gerarchia nelle lunghe ore passate in auto, nei silenzi tesi, nelle battute per esorcizzare la paura. Paolo Borsellino chiamava i suoi agenti “i miei ragazzi”, soffriva per il rischio a cui li esponeva, andava a trovare le loro famiglie. Giovanni Falcone sapeva che la vita di Vito, Rocco e Antonio dipendeva dalla sua, e questo gli lacerava l’anima.

​Gli uomini della scorta erano sensori sul territorio, scudi umani coscienti, custodi di segreti e di tensioni. Erano l’avamposto dello Stato in una terra di frontiera. Senza la loro dedizione assoluta, senza la loro scelta quotidiana di salire su quelle auto nonostante le minacce intercettate, Falcone e Borsellino non avrebbero potuto completare il lavoro che ha cambiato per sempre la lotta alla criminalità organizzata.

COSA RESTA OGGI, 34 ANNI DOPO?

​Cosa rimane di quel sangue versato sull’asfalto di Capaci e tra i palazzi di via D’Amelio dopo più di tre decenni? ​Rimane, innanzitutto, la dignità del dolore dei familiari. Le parole strazianti di Rosaria Costa (vedova Schifani) ai funerali (“Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio”) sono entrate nella storia d’Italia come un grido di riscatto morale. Rimane l’impegno di Tina Montinaro (vedova di Antonio), che porta la Quarto Savona Quindici (la sigla radio di quella Croma saltata in aria) in giro per le scuole d’Italia, mostrando ai giovani non un monumento di marmo, ma un ammasso di lamiere accartocciate che parla di vita spezzata.

Resta una nuova coscienza civile. Se oggi i ragazzi nelle scuole sanno che la legalità non è un concetto astratto ma una responsabilità quotidiana, lo si deve anche al fatto che quegli otto agenti avevano la loro stessa età, i loro stessi sogni.

​Resta, infine, una lezione professionale e umana: il dovere non è un’opzione. Quegli uomini e quelle donne ci hanno lasciato in eredità l’idea che lo Stato non è un’entità aliena o un palazzo di potere, ma è il cittadino che fa il proprio dovere fino in fondo, a qualunque costo.

Gli “Angeli” di Falcone e Borsellino hanno smesso di volare trentaquattro anni fa. Oggi tocca a noi camminare sulle loro gambe, ricordando che la memoria non è un esercizio di retorica per un giorno di maggio o di luglio, ma un impegno quotidiano a non rendere vano il loro sacrificio.


di Alessandro Cucciolla