Se anche la memoria va in vacanza

giovedì 25 giugno 2026


L’Italia è un Paese meraviglioso, soprattutto in estate. Chiude il Parlamento, serrano le fabbriche, le città si svuotano e persino la lotta alla mafia, a quanto pare, decide che è giunto il momento di tirare d’anticipo i remi in barca.
C’è un’idiosincrasia tutta italiana nel modo in carezziamo la memoria storica: la trattiamo come un fenomeno stagionale. Un po’ come i tormentoni estivi o i saldi di fine stagione.
​Esiste un trittico di mesi – giugno, luglio e agosto (che straborda comodamente fino a settembre) – in cui il Paese sembra scivolare in un letargo civile collettivo.
Tutto lecito, per carità. Il riposo è sacrosanto. Ma c’è un dettaglio che sfugge a questa narrazione balneare: le mafie non vanno in ferie.
E l’oblio è il loro miglior complice.

LA CULTURA DELLA LEGALITÀ NON È UN PALINSESTO TELEVISIVO
​Mentre le attività istituzionali, imprenditoriali e commerciali sbiadiscono sotto il sole di luglio, l’unica cosa che non conosce crisi è il circuito dei festival culturali all’aperto.
Piazze gremite, centri storici illuminati, presentazioni di libri sotto le stelle. Bellissimo, se non fosse che spesso la legalità viene ridotta a un format da intrattenimento serale, un palcoscenico estemporaneo da smontare a mezzanotte insieme alle sedie di plastica.
​Chi scrive queste righe non si occupa di antimafia solo quando il calendario impone di farlo.
La cultura dell’impegno civile e del contrasto ai poteri criminali va destagionalizzata. Non può e non deve ridursi a un mero esercizio di retorica concentrato esclusivamente in prossimità del 23 maggio o del 19 luglio.
​I parenti delle vittime, e le vittime stesse, non meritano questo oblio a tempo determinato.
La memoria non può essere una questione di picchi di share o di faldoni d’archivio rispolverati a comando.

LA DISTONIA DEI TRE MESI: INTELLETTUALI E ISTITUZIONI SOTTO L’OMBRELLONE
​È proprio in questo squarcio temporale che emerge una distonia imperdonabile. Giornalisti, intellettuali, rappresentanti delle istituzioni: dove finisce la tensione morale che tanto si sbandiera durante le commemorazioni ufficiali?
È possibile che basti un raggio di sole più caldo per far sbiadire l’urgenza del racconto e della denuncia?
​Siamo ormai giunti ai 34 anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Trentaquattro anni. Non un giorno, non un mese.
Un tempo infinito in cui il dovere della verità dovrebbe essere ormai un muscolo teso e costante del nostro tessuto sociale. Eppure, puntualmente, ogni estate assistiamo allo stesso copione: il silenzio cala come una nebbia fitta sulle riforme necessarie, sui processi in corso, sulle dinamiche di una criminalità organizzata che, nel silenzio generale dell’agosto italiano, continua a fare affari, a infiltrarsi nell’economia legale, a votare e a far votare.

IL NOSTRO IMPEGNO (TUTTO L’ANNO)
​Noi de L’Opinione abbiamo scelto di non adeguarci a questo ritmo balneare e ipocrita.
Crediamo che il giornalismo e l’impegno civile debbano avere la stessa costanza del cancro che combattono.

​Lo scorso 23 maggio, in occasione del 34° anniversario della strage di Capaci, abbiamo realizzato uno speciale approfondito dedicato a Giovanni Falcone, alla sua eredità e a ciò che resta di quel metodo investigativo che ha cambiato la storia.
​In questo preciso momento, mentre il resto del Paese pianifica le partenze, noi stiamo lavorando senza sosta allo speciale per il prossimo 19 luglio, dedicato al giudice Paolo Borsellino e ai ragazzi della scorta trucidati in via d’Amelio 34 anni fa.
​Non lo facciamo per dovere di cronaca, né per riempire pagine vuote nel deserto agostano.

Lo facciamo perché la memoria è un lavoro quotidiano, faticoso e, soprattutto, senza ferie pagate.
Se l’antimafia diventa un evento stagionale, allora abbiamo già perso.

E noi non abbiamo nessuna intenzione di lasciare l’ultima parola al silenzio dell’estate. 


di Alessandro Cucciolla