martedì 23 giugno 2026
La fretta, l’isolamento e la ricerca dei fatti oltre i teoremi
Il 23 maggio 1992, l’esplosione di Capaci non dilania solo la vita di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Quella bomba squarcia il velo sul destino di Paolo Borsellino. Inizia in quel preciso istante un conto alla rovescia lungo cinquantasette giorni, un limbo di lucida e straziante consapevolezza che si concluderà il 19 luglio in via D’Amelio. Oggi, a trentaquattro anni da quel tragico 1992, commemorare Borsellino non significa cedere alla vuota retorica delle celebrazioni di facciata, ma immergersi nella verità storica dei suoi ultimi due mesi di vita. Una verità radicale, complessa, lontana dalle narrazioni di parte e custodita nella rigorosa ricerca dei fatti.
LA FRETTA DI PAOLO E L'ASSE PALERMO-MILANO
Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Falcone, c’è un'immagine rimasta impressa nella ricostruzione storica e giudiziaria. È il funerale del magistrato ucciso. Tra la folla e il dolore, Paolo Borsellino si avvicina ad Antonio Di Pietro, il pubblico ministero che a Milano sta scoperchiando il sistema di Tangentopoli. “Tonino, dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa. Troviamo il sistema”.
Le parole di Borsellino, ricostruite anni dopo dallo stesso Di Pietro, non nascono da una generica ansia di giustizia, ma da una precisa intuizione investigativa. Borsellino ha capito che il cuore pulsante del nuovo sistema mafioso risiede nella gestione dei grandi flussi finanziari, e ha messo gli occhi su un documento esplosivo: il dossier Mafia e Appalti.
Il giudice intuisce il legame strutturale tra i clan siciliani e la grande imprenditoria nazionale del Nord. Vuole unire i puntini, collegare il lavoro di Milano a quello di Palermo, convinto che la corruzione politica e l’infiltrazione mafiosa negli appalti siano due facce della stessa medaglia.
Ma in quella corsa contro il tempo, Borsellino viene frenato. Non fa in tempo a chiudere quel cerchio investigativo.
L’ISOLAMENTO ALL’INTERNO DELLA PROCURA
La solitudine di Paolo Borsellino in quei cinquantasette giorni è un dato storico accertato. Il pericolo non arrivava solo dall’esterno, dai corleonesi di Totò Riina. L’isolamento più logorante e doloroso avviene all’interno della stessa Procura della ‒Repubblica di Palermo, allora guidata da Pietro Giammanco. Un ufficio che lo stesso Borsellino, in uno sfogo amaro, definirà un “nido di vipere”.
Le deleghe d’indagine faticano ad arrivare, le informazioni fondamentali gli vengono taciute, la condivisione dei dossier cruciali è ostacolata. È un’ostilità burocratica e istituzionale che disarma il magistrato, lasciandolo esposto e privo di quella rete di protezione investigativa che era stata la forza del pool antimafia.
Il 25 giugno 1992, durante il suo ultimo discorso pubblico nel cortile di Casa Professa, Borsellino pronuncia parole che risuonano come un testamento e una denuncia: parla da “condannato a morte”, manifesta la certezza che toccherà a lui e denuncia la fine anticipata di Falcone, spiegando come il suo amico sia stato “ucciso” prima dalla magistratura e dalle istituzioni, e solo alla fine dalla mafia.
IL DEPISTAGGIO DI STATO E LA DIGNITÀ DEI FIGLI
Ciò che avviene dopo il 19 luglio 1992 è, se possibile, ancora più drammatico. I vari processi, in particolare il monumentale Borsellino Quater, hanno certificato una verità giudiziaria e storica agghiacciante: le prime indagini sulla strage di via D’Amelio sono state oggetto del più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Un depistaggio ‒ si legge nelle sentenze ‒ orchestrato non dalle menti criminali di Cosa Nostra, ma da uomini dello Stato e istituzioni deviate attraverso la costruzione a tavolino di falsi pentiti come Vincenzo Scarantino. Un inganno durato quasi vent’anni, utile a nascondere i reali responsabili e i moventi profondi della strage.
Davanti a questo scenario, la famiglia di Paolo Borsellino ha mostrato una compostezza e una dignità esemplari. I figli Lucia, Fiammetta e Manfredi, insieme al loro legale, l’avvocato Fabio Trizzino, non si muovono spinti da sentimenti di vendetta o dal rancore. La loro è una ricerca incessante di tessere di verità che mancano all’appello. Chiedono di indagare a fondo su quei 57 giorni, sul dossier Mafia-Appalti, sulle omissioni interne alla Procura di allora e sulle responsabilità istituzionali.
LA NECESSITÀ DI UN GIORNALISMO LIBERO E LIBERALE
In un panorama mediatico spesso polarizzato, dove l’antimafia rischia talvolta di trasformarsi in “militanza di parte” o in passerella televisiva a caccia di facili teoremi e spettri suggestivi, emerge la necessità di un approccio diverso. La stella polare deve rimanere l’accertamento rigoroso dei fatti, l’analisi dei documenti e il rispetto delle evidenze processuali.
Il Paese avrebbe bisogno di una grande riconciliazione nazionale sulla propria memoria storica, un’analisi condivisa e onesta dei propri anni più bui. Tuttavia, interessi contrapposti, calcoli politici e corporativismi impediscono ancora oggi una lettura unitaria.
Proprio per questo, oggi più che mai in Italia, c’è un disperato bisogno di un giornalismo libero e liberale: un giornalismo distante dai centri di potere, immune dal vizio del pregiudizio, capace di un’obiettività profonda. Un giornalismo che non rincorra i fantasmi, ma che sappia guardare in faccia la realtà e raccontare, con onestà intellettuale, la storia di un uomo che sapeva di morire e che è stato lasciato solo fino all'ultimo secondo.
di Alessandro Cucciolla