Il ritorno dell’Adriatico

venerdì 12 giugno 2026


Idee e progetti per restituire centralità geopolitica ed economica al mare che unisce l’Europa

Per secoli il mare Adriatico è stato una delle principali arterie commerciali, culturali e politiche del continente europeo. Dalle rotte veneziane verso il Levante ai traffici dell’Impero asburgico, fino alle grandi trasformazioni del Novecento, questo mare stretto e apparentemente periferico ha rappresentato in realtà un ponte strategico tra Europa centrale, Balcani e Mediterraneo.

Negli ultimi decenni, tuttavia, l’Adriatico ha progressivamente perso parte della propria centralità. La globalizzazione ha privilegiato altri corridoi logistici, l’attenzione geopolitica si è concentrata su altri quadranti e gli stessi territori rivieraschi hanno spesso faticato a costruire una visione comune. Eppure, proprio oggi, in una fase caratterizzata dalla ridefinizione degli equilibri internazionali, dalla crisi delle catene globali di approvvigionamento e dalla ricerca di nuove autonomie strategiche europee, l’Adriatico potrebbe tornare a svolgere un ruolo decisivo.

Il primo elemento riguarda la logistica e i trasporti. I porti dell’Alto Adriatico costituiscono già oggi una delle principali porte d’accesso ai mercati dell’Europa centrale. Trieste, Venezia, Ravenna, Capodistria e Fiume dispongono di potenzialità enormi che potrebbero essere ulteriormente valorizzate attraverso una vera integrazione funzionale. Invece di competere tra loro, questi scali dovrebbero operare come un sistema coordinato capace di dialogare con Austria, Baviera, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Un “Northern Adriatic Gateway” consentirebbe di intercettare una quota crescente dei traffici provenienti dall’Asia, riducendo tempi e costi rispetto alle rotte del Nord Europa.

Accanto alle infrastrutture portuali diventa fondamentale sviluppare i collegamenti ferroviari. Il futuro dell’Adriatico non può essere affidato soltanto alle navi. Serve una rete moderna di corridoi ferroviari ad alta capacità che colleghi rapidamente i porti ai grandi poli produttivi europei. In questo senso il completamento dei collegamenti verso il Brennero, il Danubio e l’Europa orientale rappresenta una priorità strategica non solo italiana ma continentale.

La seconda dimensione è quella energetica. L’Adriatico potrebbe diventare uno dei principali hub energetici del Mediterraneo. I rigassificatori, i terminali energetici, le connessioni con i Balcani e con il Caucaso, unite allo sviluppo delle energie rinnovabili offshore, consentirebbero di rafforzare la sicurezza energetica europea. La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto sia pericolosa la dipendenza da pochi fornitori. L’Adriatico può contribuire a costruire una rete più resiliente e diversificata.

Un’altra sfida riguarda la cooperazione politica. Oggi sulle sue sponde si affacciano Paesi appartenenti all’Unione Europea, Paesi candidati all’adesione e Stati che attraversano ancora processi di consolidamento istituzionale. Proprio per questo il mare Adriatico potrebbe diventare uno straordinario laboratorio di integrazione regionale. Sarebbe opportuno rilanciare una Conferenza permanente dell’Adriatico, coinvolgendo governi nazionali, regioni, università, camere di commercio e autorità portuali. Non un semplice organismo consultivo, ma una vera cabina di regia capace di elaborare strategie condivise per infrastrutture, sicurezza, ambiente e innovazione.

La sicurezza marittima rappresenta infatti un ulteriore tassello della centralità adriatica. Il controllo delle rotte commerciali, la protezione delle infrastrutture critiche, la gestione dei flussi migratori e il contrasto alle attività criminali richiedono una crescente cooperazione tra le marine e le forze di sicurezza dei Paesi rivieraschi. In un contesto internazionale sempre più instabile, il mare Adriatico non può essere considerato una periferia tranquilla dell’Europa, ma una componente essenziale della sua sicurezza.

Vi è poi il tema della blue economy. Cantieristica, ricerca marina, pesca sostenibile, biotecnologie, turismo nautico e innovazione ambientale costituiscono settori in grado di generare occupazione qualificata e sviluppo economico. Le università e i centri di ricerca delle due sponde potrebbero dar vita a una grande rete scientifica adriatica dedicata allo studio dei cambiamenti climatici, della biodiversità marina e delle nuove tecnologie per la gestione sostenibile delle risorse.

Particolarmente importante appare il rilancio del turismo culturale. L’Adriatico custodisce un patrimonio straordinario che unisce Venezia, Trieste, Ravenna, Pola, Zara, Spalato, Dubrovnik, Cattaro e numerose altre città ricche di storia. Creare itinerari integrati, valorizzare le comuni radici veneziane, romane, asburgiche e mediterranee significherebbe trasformare il mare Adriatico in una delle principali destinazioni culturali europee.

Infine, occorre recuperare una visione politica. Per troppo tempo l’Adriatico è stato considerato uno spazio geografico secondario rispetto ai grandi assi economici continentali. In realtà esso rappresenta una naturale piattaforma di connessione tra Mediterraneo, Europa centrale e Balcani. La sua posizione geografica lo rende uno dei punti nevralgici della futura architettura economica europea.

La storia insegna che i mari non sono semplici superfici d’acqua, ma infrastrutture geopolitiche. Quando l’Adriatico è stato centrale, le sue città sono prosperate, le economie si sono sviluppate e i popoli hanno dialogato. Restituire oggi centralità a questo mare significa investire in infrastrutture, innovazione, energia, sicurezza e cooperazione internazionale. Significa soprattutto comprendere che il futuro dell’Europa potrebbe passare ancora una volta da quelle acque che per secoli hanno collegato mondi diversi.

L’Adriatico non deve essere il margine orientale dell’Europa. Può tornare ad esserne uno dei cuori pulsanti.


di Leonardo Raito