La proposta del Pd sui giovani è un insulto alla loro intelligenza

lunedì 8 giugno 2026


Diritto a restare”. È nel segno di questo slogan che il Partito Democratico ha lanciato la sua nuova trovata propagandistica sulla pelle dei giovani. Una serie di misure la cui punta dell’iceberg è la proposta di un bonus − perché di bonus si tratta − di 200 euro per i neoassunti under 35 con reddito inferiore ai 45mila euro. Sul web e sui social troverete svariate puntuali analisi economiche − tra cui quella di Pagella Politica − che smascherano l’assurdità della misura che ha, di fatto, effetti regressivi. Non è questa la sede, però, per ribadire l’inconciliabilità con la più basica teoria economica di molte delle proposte del nuovo corso del Partito Democratico. Si consenta solo un breve passaggio su questo. A voler farla semplice l’impressione è che il pianeta Pd e affini sia stato inglobato dalla galassia che The Economist − non certo il più conservatore dei tabloid − definisce “socialismo Gen-Z”. L’onda lunga di Mamdani e Polanski che altro non fa se non allocare risorse dei contribuenti per accontentare i propri gruppi sociali − o social − di riferimento.

Tralasciando ciò, è proprio questa idea del “diritto a restare” ad essere, dal principio, la più problematica. Chi vi scrive è uno studente fuorisede − a scanso di equivoci per chi è vittima di in-group bias − che pensa che non esista alcun “diritto a restare”. E non perché formarsi, lavorare e vivere nella propria terra d’origine non abbia un valore e un’utilità intrinseca. E non c’è nemmeno bisogno di tirar fuori Hayek e la sua teoria dell’ordine spontaneo, né la concezione più liberale dei diritti come diritti negativi e non positivi. Il discorso è più banalmente collegato alla questione della vera e propria “inflazione dei diritti” a cui stiamo assistendo: come nella più banale teoria della moneta, quanti più diritti vengono legalizzati, tanto meno valore avranno. Se tutto è un diritto allora niente lo è. Tra l’altro, l’ulteriore flop comunicativo dell’idea di “diritto a restare” sta nell’effetto boomerang scatenato da giornali ed esponenti della destra fautrice della remigrazione, che hanno invocato lo stesso diritto anche per i non italiani.

Per di più, le ragioni e le condizioni che portano un individuo alla decisione di lasciare la propria terra dipendono da una serie di fattori strutturali, di variabili casuali e di preferenze e sensibilità del singolo che non possono essere racchiuse in un solo concetto così superficiale.

In questo senso, è qui che sta il vero autogol della proposta del Pd: associare un aumento in busta paga di 200 euro con il supposto “diritto” a restare. Come a lasciare intendere che il discrimine tra la decisione di andare e quella di restare possa essere un aumento di 200 euro, per giunta per soli 3 anni, per di più soltanto per i contratti a tempo indeterminato. E, se si vuol essere onesti intellettualmente, non si può credere che i tanti giovani presenti al fianco di Schlein alla conferenza stampa di presentazione della proposta fossero genuinamente convinti della bontà e della risolutività di questa proposta. Verrebbe da chiedersi cosa spinge Virginia Libero − segretaria nazionale dei Gd − e gli altri esponenti di associazioni della società civile presenti a prestarsi ad una simile scenata. Che sia la resa alla necessità di uno specchietto per le allodole per le masse e una maggior fiducia nelle restanti proposte del pacchetto? Beh, ecco… anche lì non è che ci sia molto da salvare, la ratio pare grossomodo la stessa: bonus a pioggia in favore di categorie predilette, ad esempio fuorisede e aree interne. Proprio a quest’ultimo proposito il Pd si è scagliato contro quella che appare, invece, come una decisione di buonsenso, ovvero quella di razionalizzare la spesa per i Comuni “montani”. Come sottolineato dall’Istituto Bruno Leoni, la scelta non è frutto della furia revanscista del ministro Calderoli, bensì di una revisione dei criteri che destini i fondi ai Comuni realmente “montani”. Il principio di fondo è, infatti, sempre quello: l’unico sussidio buono è quello morto. Questa situazione ne è un esempio lampante. Quando si disegna un’agevolazione riservata ad un gruppo piuttosto che ad un altro, i criteri di assegnazione sono necessariamente arbitrari e discriminatori, non esiste un criterio giusto.

Questo ragionamento si ricollega, dunque, al tema di fondo. I famosi 200 euro. Rimanendo valide tutte le tesi di cui sopra, il problema vero è che non conta che l’aumento sia misero − quella è l’aggravante − anche un aumento di 500 o 1000 euro sarebbe stato sciocco. Innanzitutto, per i suoi costi, e ad aprire il tema delle coperture delle proposte del Pd ci sarebbe da ridere… Ma, soprattutto, perché se è lo Stato ad dover intervenire con un aumento dei salari il problema è alla radice. Non interrogarsi sulle ragioni profonde dei salari bassi e stagnanti italiani è di per sé una sconfitta. Il timore è che a sinistra la spiegazione facilona che si è data a questa complessa questione sia quella di additare i malvagi capitalisti di sfruttamento. Il sospetto diviene più che legittimo nel vedere che il Pd cerca le suddette risorse nei cosiddetti “extraprofitti” − che in economia non esistono − delle aziende che hanno ricavi superiori ai 50 milioni. A naso, senza indagare troppo, verrebbe da pensare che sono proprio quelle imprese le uniche a garantire un salario dignitoso ai propri dipendenti.

Parallelamente, rassegnarsi alla logica dei “pochi, maledetti e subito” vuol dire non averne compreso i danni sulla società italiana delineati da Banfield già nel 1958. E ancor di più, ridurre la questione salariale, che resta di primaria importanza, all’unica ragione che spinge i giovani verso l’emigrazione, è una visione miope. Va detto che, a tal proposito, anche nel centrodestra non ci siano brillanti esempi nell’individuazione degli incentivi a non partire per i giovani. Per citarne uno − il pur bravo − Occhiuto in Calabria che ha promosso il reddito di merito, in procinto di essere imitato in Sicilia, si sbaglia se pensa che 1000 euro al mese ai meritevoli studenti serviranno a convincerli a restare nel − non sfavillante, per usare un eufemismo − mercato del lavoro calabrese.

La sindrome è, pertanto, diffusa. Per il Pd, però, la responsabilità è doppia, alla luce delle accuse che muove giornalmente e degli interessi di cui si fa esclusivo protettore. Se vogliamo tripla, per aver trascinato con sé, in una scenetta giovanilista, quei tanto sbandierati giovani.


di Gaetano Gorgone