Lacrime, sangue e benzina

venerdì 5 giugno 2026


D’accordo: c’era la guerra ed era una guerra mondiale. Risuona una celebre frase, rivolta agli inglesi, da Winston Churchill: “Non ho altro da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”. È un monito autorevole e valido, se ci si pensa bene, anche in circostanze meno drammatiche. In questi giorni, si esulta, da destra come da sinistra, per la concessione da parte della Commissione europea, di sforare il tetto della spesa pubblica italiana fissato dal Patto di stabilità. Sicuramente c’è già in giro gente che pensa che si tratti di una sorta di elargizione mentre si tratta, semplicemente, di una autorizzazione straordinaria a chiedere ulteriore prestito ai mercati finanziari ossia a fare nuovo debito, una poco allegra abitudine consolidata, nel nostro Paese, da tempi immemorabili. Altra gente, e sono certamente i più, crede che i 14 miliardi – di debito – concessi all’Italia, serviranno all’allentamento del prezzo dei carburanti. In realtà le cose non stanno così e la diminuzione delle cosiddette accise non faranno altro che perpetuare una inutile carezza ad un prezzo che dipende inevitabilmente da circostanze esterne, cioè, anche in questo caso, da una guerra. Il quadro economico italiano non è fra i peggiori in Europa ma il fatto che a sforare siano anche altri Paesi non giustifica la condotta del Governo e, in particolare, del ministro dell’Economia, distintosi, fin qui, per una prudente condotta in merito alla finanza pubblica in relazione al nostro mostruoso debito pubblico.

La propensione positiva di tutti i partiti, di destra e di sinistra, nei riguardi dell’esaudita richiesta italiana, prova solo la loro ipersensibilità per le elezioni ormai percepite come vicine ma fornisce anche l’ennesimo segnale negativo nei confronti della moderna concezione della democrazia nella quale il consenso è divenuto un valore irrinunciabile, così come il potere che ne deriva. Si allude, così, al ‘caro benzina’ come all’indice di una situazione gravissima, dolorosa come la mancanza d’aria o di acqua, cioè di beni primari per la sopravvivenza. Se pensiamo al numero degli elettori e a quello delle automobili circolanti in Italia si capisce immediatamente la centralità delle quattro ruote: 41 milioni di automobili e 51 milioni di aventi diritto al voto. Fra l’altro, mentre l’automobile è usata quotidianamente da 6-7 persone su 10 il treno lo è solo per circa 2-3, per non parlare di quante vetture ospitano solo chi le guida.

È questo il dominio assoluto di un mezzo di trasporto che, ai suoi inizi storici, sembrava destinato ad essere impiegato per trasferimenti professionali, importanti o urgenti mentre oggi è divenuto una sorta di estensione del nostro corpo, per adattare una famosa sentenza di Marshall Mcluhan, come un abito o un paio di scarpe. Di conseguenza, così come cerchiamo di essere eleganti col vestiario, desideriamo essere eleganti anche con l’automobile che vestiamo. Ma c’è un limite a tutto perché, per citare un altro sociologo originale come Thorstein Veblen, la tendenza di troppa gente verso quello che ha chiamato lo sciupio vistoso, quando coinvolge non vestiti o posate, poltrone o orologi bensì veicoli sempre più ingombranti, inutilmente dotati di potenze assurde, costosi e divoratori di spazio e di energia, dovremmo davvero chiederci se la nostra civiltà sia genuinamente fondata sulla razionalità o non, piuttosto, sulla superficialità dell’apparire più che dell’essere facendo di tutto questo una specie di diritto sul cui soddisfacimento valutare persino la qualità di un Governo.

Ora, va da sé che la centralità, soprattutto economica, dell’industria automobilistica è inattaccabile ma una politica saggia – per esempio di un’Europa che si dice così attenta al benessere degli europei – dovrebbe puntare con decisione non alla demolizione della produzione automobilistica ma alla sua riconversione verso veicoli meno vistosi e meno monumentali di quelli attuali fra i quali vetture che, qualche decennio fa, erano considerate di notevole capienza, vengono oggi definite semplici e quasi banali city car mentre hanno tutto l’occorrente per compiere viaggi di qualsiasi entità, consumando e inquinando meno e occupando spazi più ridotti. Ma tutto è soffocato dal mito della velocità che, nonostante derivi da una evoluzione darwiniana per la quale scappare velocemente da un predatore o raggiungere celermente una preda erano una proprietà vitali, si pone per troppe persone come emblema di cui farsi vanto, senza che ve ne sia alcuna ragione, nella totale indifferenza delle istituzione politiche di qualsiasi Paese. L’aumento del prezzo della benzina potrebbe essere un’occasione ideale per riflettere seriamente sul nostro futuro ma, come si vede, sull’altare della politica si celebra null’altro che l’ennesima liturgia secondo la quale ogni cambiamento – sempre citato invano e senza progetti apprezzabili dalla sinistra – genera solo paura elettorale. Così è il non-cambiamento, a cominciare dai costi per l’uso dell’automobile, a vincere ciecamente, senza riguardo per la ragione, debito più debito meno. Soprattutto se si comincia a pensare alle candidature.


di Massimo Negrotti