venerdì 5 giugno 2026
Se vogliamo garantire la massima libertà di scelta degli elettori e la minima manipolazione da parte dei partiti, serve una riforma basata sui collegi uninominali maggioritari, sul modello britannico o americano, senza liste bloccate.
Le preferenze non sono la soluzione. Non avvicinano l’eletto all’elettore: avvicinano i ras dei partiti alle clientele locali, moltiplicando il voto di scambio e la competizione interna per il consenso personale a suon di favori illeciti e prebende a spese dei contribuenti.
Così la pensavano gli italiani nel 1993, quando oltre l’83 per cento dei votanti disse SÌ al referendum Segni-Pannella che aprì la strada al superamento del sistema proporzionale della Prima Repubblica.
Lo stesso Berlusconi del 1994 ˗ quello che fece sognare milioni di italiani ˗ si schierò a favore del maggioritario e del bipolarismo, denunciando un sistema proporzionale che aveva prodotto instabilità, governi costruiti nei palazzi e strapotere delle segreterie di partito.
Da quella stagione nacque il Mattarellum che, pur mantenendo una quota proporzionale e tradendo in parte lo spirito referendario, resta probabilmente il sistema più vicino alla volontà espressa dagli italiani sulla materia elettorale.
Da allora, quasi ogni maggioranza ha riscritto le regole del gioco nella speranza di avvantaggiarsi alle elezioni successive. Il risultato è stato un lento ritorno alla logica della Prima Repubblica: più potere ai partiti, meno agli elettori, un sistema basato sul clientelismo parastatale.
Oggi si torna a discutere di proporzionale con premio di maggioranza, soglie di sbarramento, preferenze e governi da costruire dopo il voto.
La cosa più sorprendente, però, è vedere sedicenti liberali sostenere il ritorno delle preferenze e ascoltare intellettuali dell’area liberale teorizzare il proporzionale puro e le maggioranze parlamentari nate dopo le elezioni.
In altre parole, la restaurazione di ciò che gli italiani avevano bocciato con un referendum plebiscitario oltre trent’anni fa.
Per chi si definisce liberale, dovrebbe essere semplice: meno potere alle segreterie, meno potere ai mediatori di professione, più potere agli elettori. Tutto il resto è rafforzamento della partitocrazia parastatale col sostegno bieco di sedicenti “liberali” nostalgici della prima repubblica.
E ora sul punto vorrei scrivere poche parole per quei liberali che magari da anni campano sulla tradizione liberale italiana.
Luigi Einaudi era un convinto sostenitore del collegio uninominale maggioritario, cioè di un sistema nel quale ogni collegio elegge un solo parlamentare e gli elettori scelgono direttamente una persona, non una lista di partito. Einaudi fu uno dei più autorevoli critici della rappresentanza proporzionale, che riteneva responsabile della frammentazione partitica, del rafforzamento delle segreterie di partito e dell’indebolimento del rapporto diretto tra eletti ed elettori. Questa posizione emerge chiaramente dai suoi scritti raccolti in Proporzionale e collegio uninominale e in Osservazioni sui sistemi elettorali, nei quali analizza comparativamente i diversi modelli elettorali e ne evidenzia pregi e difetti.
In particolare, Einaudi guardava con favore al modello anglosassone e britannico, fondato sul rapporto diretto tra eletto ed elettori del collegio. Nel 1923 pubblicò il celebre saggio In lode del collegio uninominale, nel quale difese apertamente questo sistema rispetto alla rappresentanza proporzionale. In uno dei suoi passaggi più significativi, indicò come principale vantaggio del collegio uninominale: “La possibilità data all’elettore di effettuare la sua scelta fra due o più facce note”, sottolineando così l’importanza della responsabilità personale dell’eletto nei confronti dei cittadini e non degli apparati di partito.
Einaudi e Pannella li stanno facendo rivoltare nella tomba, ma non a nome nostro.
di Andrea Bernaudo