giovedì 4 giugno 2026
Il 1989 fu salutato come un anno liberatorio. Una sbornia di libertà attraversò l’Europa orientale, portando con sé una ventata di speranza che sembrava destinata a chiudere per sempre il secolo del socialismo reale. Francis Fukuyama scrisse La fine della storia, interpretando quel passaggio storico come il trionfo definitivo della democrazia liberale. Dal punto di vista di Luigi Curini, però, sotto ai muri restano anche le macerie. Il collasso del comunismo ha lasciato un’eredità pesante, materializzatasi nel corso del tempo e oggi visibile nella decadenza culturale dell’Occidente. Il professore della Statale di Milano, docente di Machine Learning applicato alla scienza politica a Tokyo e Lucerna, ha ricostruito la genesi di questo processo con lo sguardo anticonformista, lontano dalle liturgie del politicamente corretto, che contraddistingue la sua riflessione.
Il socialismo reale è stato un regime politico e, insieme, una prospettiva nella quale gli intellettuali avevano una missione da assolvere. Ayn Rand ha osservato come l’intellettuale collettivista non cercasse semplicemente la verità, bensì una posizione morale elevata: quella di un’avanguardia autoconsacrata dalla quale poter giudicare gli altri. La sua autorità nasce dalla pretesa di collocarsi al di sopra della società ordinaria, come coscienza critica, guida morale e interprete privilegiato del destino comune.
L’inciso hayekiano diventa allora inevitabile. Dalla postura egemonica dell’intellettuale deriva l’allergia verso i mercati che si autoregolano. Il mercato decentralizzato riduce il ruolo guida degli intellettuali, perché affida il coordinamento sociale alle conoscenze disperse, alle preferenze individuali e ai processi di interazione spontanea. L’uomo di cultura sedotto dalla pianificazione, invece, coltiva la speranza di rivendicare per sé il ruolo di chi programma e orienta la società. James Buchanan sottolineava come gli intellettuali tendano a giocare a essere Dio, arrogandosi la velleità di sapere meglio degli altri di cosa abbiano bisogno.
Un secondo inciso riguarda il dibattito contemporaneo su verità, fake news e post-verità. Chi definisce il contenuto di ciò che è vero o sbagliato? Coloro che aspirano al ruolo di guida della società. Sono proprio i membri dell’intellighenzia a ritenere ragionevole il ricorso alla censura contro le idee giudicate “pericolose”, “estreme”, o moralmente inaccettabili. La verità smette di essere l’esito di una ricerca libera e viene trasformata in un perimetro amministrato da chi pretende di custodire l’ordine morale.
La dottrina marxista ha rappresentato la forma più estrema di questa aspirazione. Il crollo del comunismo, però, non ha intaccato fino in fondo né le ambizioni morali, né gli incentivi istituzionali che avevano alimentato tale visione. Il fallimento del modello socialista cancella una forma storica, lasciando sopravvivere il desiderio degli intellettuali di percepirsi come minoranza pianificatrice. I nuovi chierici rimangono alla ricerca di una religione di cui essere i capi. L’oppio degli intellettuali è diventato una sorta di metadone. E il metadone, come l’oppio, genera dipendenza da chi lo produce.
Il côté dell’alternativa economica al capitalismo (nazionalizzazione, pianificazione statale, razionalizzazione delle risorse) ha perso gran parte della propria forza esplicita. Oggi è raro incontrare figure di sinistra che propongano apertamente il ritorno alla pianificazione socialista classica. Molto più frequente è la retorica della “spinta gentile”, o della correzione tecnocratica delle scelte individuali. Secondo i dati forniti da Curini, ad Harvard oggi soltanto un docente ogni cento si considera conservatore; negli anni Sessanta erano tre su dieci. Questa deriva coinvolge qualsiasi disciplina, compresa la giurisprudenza. Il paradosso è evidente: crolla l’alternativa al sistema capitalistico, mentre le sue macerie si percepiscono nella discrasia degli intellettuali, ancora inclini a pensarsi come minoranza chiamata a educare gli individui.
La diffusione delle idee che sembravano sconfitte con la caduta del Muro di Berlino ha così continuato a imperversare in Europa, spingendosi addirittura oltreoceano. Uno degli aspetti cruciali è la stessa caduta del Muro, che ha sdoganato il marxismo nell’Occidente, privandolo dello stigma legato al socialismo reale. Gorbačëv, in un colloquio al Bundestag ricordato nella lezione, disse: “Vi faremo una cosa terribile: vi priveremo di un nemico”. Le relazioni internazionali cambiano drammaticamente per la mancanza di una chiara contrapposizione tra l’Occidente e l’Oriente, tra il mondo libero e quello comunista.
Negli Stati Uniti, già durante l’amministrazione Roosevelt, gli intellettuali di centro-sinistra moderato e i marxisti avevano trovato una forte osmosi. La Guerra fredda e la stagione del maccartismo spezzarono questa continuità, perché la presenza di un nemico esterno favorì l’eterogeneità della classe intellettuale americana ed europea. Dopo il crollo, quel fattore che produceva pluralismo in modo esogeno scomparve. La classe intellettuale che si era formata all’ombra della Guerra fredda perse il vincolo imposto dalla presenza del Muro di Berlino.
Ne conseguì una crescente omologazione del ceto intellettuale. Prevalse una particolare visione delle idee, il cui “complesso dei migliori” non incontrò più ostacoli lungo il suo cammino. Considerarsi parte del mondo progressista smise di avere un costo reale. Dagli ambienti di sinistra fu espunto lo stigma economico: nessuno li associò più immediatamente al fallimento del socialismo reale, alla pianificazione autoritaria, o al lascito di povertà e miseria dei regimi comunisti.
L’omologazione del settore giornalistico e intellettuale, poi trasferitasi nella dimensione finanziaria e politica, si accompagna a una trasformazione del dissenso. Le opinioni divergenti iniziano a essere trattate come una devianza morale, oltre che un errore sul piano deontologico. Nel mondo post-Berlino la polarizzazione ideologica appare più contratta rispetto al passato, mentre esplode la polarizzazione affettiva. L’altro non viene percepito come un semplice avversario, ma come il membro di una tribù altra. Il compromesso diventa possibile quando le diversità riguardano le policy; diventa impraticabile quando il conflitto assume una forma identitaria.
Il passaggio cruciale è quello che in letteratura viene definito dai luxury goods ai luxury beliefs. In passato, le élite erano solite ostentare beni materiali; oggi ostentano credenze. Questa dinamica rinvia a un dibattito sviluppatosi negli ultimi trent’anni, passato in sordina perché poco coerente con la narrazione mainstream. Rob Henderson ha mostrato come le élite contemporanee esibiscano idee invece che oggetti di lusso. Le credenze funzionano come segnali di appartenenza e di capitale culturale, secondo una dinamica che richiama il sociologo Pierre Bourdieu.
Più una posizione è distante dal senso comune, più aumenta il suo valore simbolico, perché i segnali considerati “credibili” sono quelli maggiormente costosi. L’esempio del pavone chiarisce il meccanismo: il pavone esibisce una coda enorme perché soltanto un esemplare forte può permettersi un simile spreco di energia. Il segnale costa e, per questo, appare credibile. Dire che il duro lavoro conta nella vita non segnala nulla. Dire, invece, che il successo dipende soprattutto da “strutture oppressive” e “privilegi invisibili” comunica l’appartenenza a un determinato ambiente culturale. Allo stesso modo, sostenere l’abolizione della polizia o l’aumento dei flussi migratori mentre si vive in quartieri sicuri e benestanti, serve a dichiarare: “Io appartengo a questo mondo. Ho studiato nelle università giuste. Frequento le persone giuste. Condivido il linguaggio giusto”.
Ayn Rand potrebbe dire che il progressismo moderno permette agli intellettuali, e a tutta l’élite, di trasformare il bisogno di superiorità morale in un capitale sociale da spendere e investire. I luxury beliefs diventano una moneta morale e uno status symbol: in definitiva, un rito di elevazione simbolica. Il bisogno di sentirsi migliori viene convertito nella reputazione e nel riconoscimento sociale. Il parallelismo con il culto della personalità mostra la natura rituale del fenomeno. Il leader non si limita a pretendere obbedienza: esige l’adesione emotiva e pubblica. Non basta tacere: occorre partecipare al rito collettivo. Il cittadino dimostra fedeltà accettando di ripetere qualcosa di manifestamente falso. Più l’affermazione è assurda, più è costoso pronunciarla; più è costoso pronunciarla, più diventa credibile come prova di appartenenza al gruppo.
Nelle democrazie moderne il dispositivo appena descritto sopravvive in forma culturale. La nuova “religione civile” (woke e dintorni) porta manager, media e università ad adottare lo stesso linguaggio morale. Il dibattito pubblico si trasforma in un rituale di conformità. Il dirigente che ripete certe formule, il professore che utilizza un gergo incomprensibile, il manager che inserisce slogan ideologici nei corsi aziendali non stanno soltanto esprimendo opinioni. Stanno mostrando una fedeltà incondizionata alla propria rete sociale. Stanno dicendo: “Sono uno di voi”.
Ma attenzione: non si tratta di convincere la maggioranza. Si tratta di rassicurare la propria tribù. Da ciò deriva la furia contro chi dissente, anche solo in minima parte. Quando dire l’ovvio richiede coraggio civile, qualcosa si è rotto. Chi rifiuta il rito mette in discussione un’opinione e, insieme, l’intero sistema di status che si regge su quelle credenze. Il dissenso viene vissuto come una minaccia identitaria. Chi subisce un indottrinamento selvaggio cercherà giustificazioni sofisticate alla propria violenza.


Curini ha commentato alcuni dati sull’accettazione della violenza politica: tra gli intervistati “molto a sinistra” (very liberal), una quota molto più elevata rispetto a quelli “molto a destra” (very conservative) ritiene che la violenza, talvolta, possa essere giustificata. Un altro grafico mostrava il sostegno alla violenza politica per livello di istruzione: sulle affermazioni “se si protesta contro qualcosa di ingiusto, è ragionevole danneggiare la proprietà” e “la violenza è necessaria per creare cambiamento sociale”, le percentuali più alte si registrano tra i soggetti con titoli graduate o professional. Il dato colpisce perché incrina l’idea secondo cui l’intolleranza politica nasca soltanto dal basso, dall’ignoranza o dalla marginalità sociale.
La crescente rabbia verso le élite culturali occidentali è un riflesso comprensibile. Curini ha menzionato l’Apocalisse, 3:15-16: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. Il bersaglio è la tiepidezza morale di chi pretende di guidare gli altri, senza pagare il prezzo concreto delle proprie credenze.

I grafici sulla Germania rendono visibile il problema del representation gap. Nel 2013 i principali partiti tedeschi (socialisti, verdi, socialdemocratici, liberali e cristiano-democratici) propendevano verso l’apertura all’immigrazione rispetto a una parte consistente dei cittadini. Nel 2017 compare AfD, collocata sul versante più restrittivo della domanda migratoria. Lo spazio politico lasciato scoperto dai partiti tradizionali viene occupato da un nuovo imprenditore politico.
In scienza politica non esiste mai un vuoto. Se una domanda sociale resta priva di rappresentanza, emergerà qualcuno capace di colmarla: il caso di AfD lo dimostra con chiarezza. Una tendenza simile si osserva negli Stati Uniti, dove i Democratici si sono spostati rapidamente verso sinistra su alcuni temi culturali, dall’affirmative action all’immigrazione, lasciando indietro l’elettore mediano. Le élite progressiste e l’elettorato democratico più ideologizzato si muovono più velocemente della società ordinaria, alimentando la percezione di una frattura crescente.
Il caso dei laburisti inglesi offre un altro esempio. Di fronte al crollo verticale del consenso, anziché moderarsi, hanno accentuato la radicalizzazione della loro piattaforma. È morta l’eterogeneità culturale e si è fatta strada una crescente omologazione, accompagnata dall’autocensura. Il settore accademico tollera sempre meno le idee diverse. In Paesi a bassa polarizzazione ideologica ma ad alta polarizzazione affettiva, la diversità di vedute diventa un tabù.
Prendiamo il caso dell’Unione europea. Fare affidamento sul Leviatano burocratico significa perseguire politiche pubbliche indipendentemente da chi vinca le elezioni. Le condizioni vengono dettate dall’alto, con un interesse scarso o nullo per il consenso popolare. Il mondo progressista riesce così a influenzare l’agenda politica in modo sotterraneo, attraverso la tecnocrazia, l’apparato burocratico, le procedure e i vincoli amministrativi presentati come “neutrali”.
Le idee muovono la civiltà ma, per farlo, il vero intellettuale deve pensare autonomamente. Non deve sacrificare la realtà al consenso e alla pressione sociale. Non deve cercare l’approvazione altrui, né deve ambire a uno status tribale: deve evitare di subordinare la mente al collettivo. Howard Roark, il protagonista de La fonte meravigliosa, assurge perciò a simbolo di indipendenza: l’uomo che crea senza chiedere il permesso alla folla, senza piegare il proprio giudizio alla ritualità del conformismo sociale.
Ma l’orda riuscirà a contrapporsi allo sciame? La domanda finale di Curini sintetizza il contrasto insanabile del nostro tempo. Il mondo progressista è uno sciame: coordinato, compatto, capace di muoversi attraverso reti accademiche, mediatiche, economico-finanziarie e pseudo-culturali. Il mondo anti-establishment è un’orda: un gruppo di persone anarchiche, reattive, disordinate, incapaci di attivarsi in maniera ordinata come lo sciame. L’orda spacca, fugge e scompare. Lo sciame, al contrario, si muove come un organismo collettivo.
Questa contrapposizione duale denota il conflitto politico e culturale contemporaneo. Da una parte abbiamo l’omologazione, la compattezza e i riferimenti istituzionali; dall’altra, degli atomi che si muovono in modo indipendente l’uno dall’altro. Soltanto leader eccezionali (Donald Trump, Elon Musk, Javier Milei) riescono a plasmare l’orda, trasformando le energie disperse in una forza politica riconoscibile. Per contrastare lo sciame, tuttavia, occorre essere più coordinati e puntuali. Manca una capacità di coordinare le idee alternative al mainstream progressista, in grado di proporre una narrazione diversa. Negli anni Ottanta, Ronald Reagan e Margaret Thatcher seppero coniare un linguaggio politico che ridefinì l’orizzonte esistenziale dell’Occidente. Oggi la sfida consiste nel ritrovare quella forza: opporre alla conformità un pensiero indipendente, che sconfigga il collettivismo e restituisca dignità al dissenso.
di Lorenzo Cianti