lunedì 18 maggio 2026
Vi è una costante nella storia italiana dall’Unità ad oggi: l’illusione di affidare ai meccanismi elettorali il compito di assicurare la stabilità del sistema politico. Finanche nell’Italia liberale, laddove il suffragio riguardava una ristrettissima élite, si cercò di affrontare i problemi relativi alle storiche differenze territoriali, economiche e culturali, mettendo mano alle modalità di voto. Infatti, si passò dal maggioritario uninominale a due turni al plurinominale con scrutinio di lista, per giungere al sistema proporzionale.
La speranza di sciogliere, in tal modo, i nodi di ordine storico raggiunse il punto critico nel primo Novecento, quando avvenne l’ingresso delle masse sulla scena pubblica. La classe politica liberale sperò di potere governare la profonda crisi del dopoguerra, allargando la rappresentanza parlamentare attraverso, per l’appunto, l’introduzione del sistema proporzionale. Le elezioni del 1919 segnarono il successo del Partito socialista e del Partito popolare, nonché il tramonto, di fatto, del notabilato liberale. La frammentazione parlamentare che ne seguì rese difficile la formazione di governi solidi. In un contesto siffatto − caratterizzato da debolezza istituzionale, crisi economica, conflitti sociali − si crearono le condizioni per l’ascesa al potere del fascismo.
Dopo il 1945, con la nascita della Repubblica, si tornò al proporzionale. Per quasi cinquant’anni, il Paese conobbe una sostanziale stabilità politica non tanto per effetto del sistema di voto, quanto grazie al ruolo svolto dalla Democrazia Cristiana quale argine anticomunista in un clima internazionale segnato dalla Guerra Fredda. Come disse Ciriaco De Mita: “I governi cambiavano ogni anno, ma eravamo sempre noi”.
Il clima mutò negli anni Novanta a causa del crollo dei partiti tradizionali travolti dalle inchieste di Mani Pulite. In quegli anni, si diffuse la convinzione che il proporzionale fosse la causa principale della corruzione e del trasformismo. Con il referendum elettorale del 1993 e con il Mattarellum (sistema misto a prevalenza maggioritaria) ci s’illuse di avviare l’Italia verso una mentalità di tipo anglosassone. Ma così non fu, come si comprese ben presto. Con il Mattarellum si formarono coalizioni in grado di vincere le elezioni, ma non di garantire governi stabili a causa della loro scarsa omogeneità.
Dopodiché abbiamo avuto un numero di leggi elettorali con una frequenza insolita per una democrazia: porcellum, italicum, rosatellum. Tanto da avvalorare il sospetto che la maggioranza che di volta in volta proponeva di cambiare le regole del voto fosse più interessata al rafforzamento della propria parte politica (a discapito dell’avversario) che all’interesse generale del Paese. Intanto, cresceva la volatilità elettorale, si aggravava la crisi e avanzavano astensionismo e populismo. Ammoniva il compianto Roberto Ruffilli: “La legge elettorale può influenzare il sistema politico, ma non può trasformare la natura profonda di esso. Non può creare da sola partiti solidi, leadership credibili, culture di governo, senso delle istituzioni”.
La lezione da trarne è che il vero problema non sembra essere tanto “come si vota”, ma “chi rappresenta cosa” e con quale credibilità. Un monito per quanti, in questi giorni, sono impegnati nella preparazione di una nuova riforma elettorale.
di Francesco Carella