mercoledì 13 maggio 2026
Quando la paura della Corte dei Conti diventa alibi dell’immobilismo
C’è un convitato di pietra che aleggia nei corridoi della Pubblica Amministrazione italiana: la Corte dei Conti. Evocata spesso come una minaccia incombente, viene chiamata in causa – talvolta a sproposito – per giustificare ritardi, rinvii e, nei casi peggiori, l’inerzia decisionale. Ma davvero la Corte è una “spada di Damocle” pronta ad abbattersi su ogni atto amministrativo? Oppure, più semplicemente, è diventata lo scudo dietro cui si nasconde una Pubblica Amministrazione che fatica ad assumersi responsabilità? La realtà, se osservata con attenzione storica e istituzionale, è meno drammatica di quanto si voglia far credere. La Corte dei Conti nasce con una funzione precisa: garantire la legalità e la correttezza nella gestione delle risorse pubbliche. Non è un organo persecutorio, bensì un presidio di equilibrio. Eppure, nella narrazione corrente di molti apparati amministrativi, il suo intervento viene spesso ingigantito fino a diventare un deterrente assoluto all’azione.
DALLA RESPONSABILITÀ POLITICA AL RIFUGIO TECNICO
Per comprendere come si sia arrivati a questo punto occorre fare un passo indietro. Nella Prima Repubblica, al netto di tutte le criticità note, esisteva un principio implicito ma chiaro: la responsabilità ultima delle decisioni spettava alla politica. Ministri, assessori, sindaci erano chiamati non solo a indirizzare, ma anche a rispondere – politicamente e talvolta personalmente – delle scelte compiute. Questo equilibrio si è incrinato con la stagione delle riforme amministrative degli anni Novanta, in particolare con la cosiddetta Legge Bassanini. L’obiettivo era condivisibile: separare l’indirizzo politico dalla gestione amministrativa, affidando ai dirigenti pubblici maggiori poteri operativi e responsabilità. Una rivoluzione che avrebbe dovuto rendere lo Stato più efficiente e moderno. Ma ogni riforma, se non calibrata, produce effetti collaterali. Lo spostamento del baricentro verso la dirigenza tecnica ha progressivamente indebolito la propensione al rischio decisionale. Il dirigente, privo di una legittimazione politica diretta ma gravato da responsabilità personali – anche contabili – ha iniziato a sviluppare una cultura della cautela estrema. In questo contesto, il richiamo alla Corte dei Conti è diventato un riflesso condizionato: meglio non decidere che decidere e rischiare.
IL PARADOSSO DELLA PAURA
Si è così consolidato un paradosso: un organo deputato a garantire il buon uso delle risorse pubbliche finisce, nella percezione diffusa, per ostacolarne l’impiego. Ma si tratta, appunto, di una percezione. Nella maggior parte dei casi, la Corte interviene ex post e in presenza di irregolarità manifeste o danno erariale. Non giudica l’opportunità politica delle scelte, ma la loro legittimità e correttezza. E allora perché questa paura? Perché è più semplice attribuire a un soggetto esterno la responsabilità dell’inazione che assumersi il peso di una decisione. Il richiamo alla Corte diventa così un alibi funzionale: una formula burocratica che legittima lo status quo.
UNA CULTURA AMMINISTRATIVA DA RIPENSARE
Il problema, dunque, non è la Corte dei Conti. Il problema è la cultura amministrativa che si è stratificata negli ultimi decenni. Una cultura che premia la conservazione rispetto all’innovazione, la forma rispetto alla sostanza, la prudenza rispetto all’efficacia. Per invertire la rotta servono interventi su più livelli. Innanzitutto, occorre ristabilire un equilibrio tra politica e amministrazione. La separazione dei ruoli è sacrosanta, ma non può tradursi in una deresponsabilizzazione reciproca. La politica deve tornare a esercitare un indirizzo forte e assumersi la responsabilità delle scelte strategiche, mentre la dirigenza deve essere messa nelle condizioni di operare con maggiore serenità, senza il timore costante di sanzioni personali per ogni atto discrezionale. In secondo luogo, è necessario chiarire e semplificare il quadro normativo. L’eccesso di regole, spesso stratificate e contraddittorie, alimenta l’incertezza e favorisce l’inerzia. Una normativa più chiara riduce il margine di interpretazione e, di conseguenza, la paura di sbagliare. Infine, serve un cambio di paradigma nella valutazione dell’azione amministrativa. Oggi il sistema tende a punire l’errore più di quanto premi il risultato. Ma senza una quota fisiologica di rischio, nessuna amministrazione può essere davvero efficiente. Occorre passare da una logica difensiva a una logica proattiva, in cui il funzionario pubblico non sia solo un “custode delle regole”, ma anche un agente di sviluppo.
OLTRE LO SPAURACCHIO
Liberarsi dello “spauracchio” della Corte dei Conti non significa indebolire i controlli, ma riportarli alla loro funzione originaria: garantire legalità senza paralizzare l’azione. Significa, soprattutto, restituire dignità e coraggio alla funzione pubblica. Perché uno Stato che ha paura di decidere è uno Stato che rinuncia a governare. E, alla lunga, a servire davvero i cittadini.
di Leonardo Raito