lunedì 11 maggio 2026
Ayn Rand non appartiene al novero degli autori che Stefano Bruno Galli frequenta abitualmente nei suoi percorsi di ricerca. Il professore dell’Università Statale di Milano lo ha ribadito con franchezza all’inizio della quinta lezione della John Galt School, ringraziando gli studenti per avergli dato l’occasione di avvicinarsi a una pensatrice che sta conoscendo una rinnovata fortuna anche in Italia. Negli ultimi anni si è diffusa una sorta di “Rand-mania”: lettori, studiosi e accademici hanno ritrovato nel pensiero randiano una freschezza inattesa e un vigore ormai raro nella difesa della libertà.
Se osservata nella sua produzione complessiva, Ayn Rand difficilmente può essere definita una scrittrice politica stricto sensu. La sua fisionomia intellettuale sfugge alle categorie comunemente intese: fu romanziera e polemista, costruttrice di un sistema morale, interprete radicale del capitalismo e dell’individualismo americano. Le basi dottrinarie dell’Oggettivismo appaiono robuste in molti passaggi, benché non manchino aspetti lacunosi o incongruenze teoriche che si manifestano in alcune contraddizioni biografiche. Per questa ragione, Galli ha invitato a guardare Ayn Rand con lucidità, sapendo che molti intellettuali conoscono una frattura tra la loro vita e i valori che professano.
L’esempio più celebre di tale incoerenza resta Jean-Jacques Rousseau. Il fondatore della pedagogia moderna, autore dell’Emilio nel 1762, affidò all’Hôpital des Enfants-Trouvés di Parigi i cinque figli avuti da Thérèse Levasseur, sua compagna e poi moglie. Nel libro Intellettuali, il saggista britannico Paul Johnson costruì una lunga requisitoria contro le discrasie del ceto intellettuale moderno, mostrando quanto spesso gli uomini che pretendono di educare il mondo falliscano davanti alle responsabilità quotidiane. Ayn Rand non sfugge del tutto a questo genere di scrutinio. Le sue fragilità caratteriali esistono e vanno considerate senza reticenze, perché aiutano a capire dove il personaggio storico si separi dall’immagine marmorea costruita dai suoi ammiratori.
L’indole più autentica di Ayn Rand va cercata nei romanzi. I suoi saggi ordinano il sapere entro confini rigidi, assegnandogli una funzione prescrittiva. Nel repertorio letterario, al contrario, il pensiero respira con maggiore naturalezza. I suoi protagonisti possiedono una forza simbolica che nessun trattato avrebbe potuto restituire con pari efficacia. Howard Roark, Dagny Taggart, Hank Rearden e John Galt trasformano la filosofia in azione, mantenendo una fedeltà incrollabile al proprio giudizio. La scrittrice prevale sulla teorica ogni volta che la libertà individuale smette di essere un enunciato e diventa il destino dei suoi personaggi.
Per collocare Ayn Rand in modo adeguato, Galli ha suggerito di ricorrere alla intellectual history, una disciplina sviluppata nelle università angloamericane che si fonda su un approccio trasversale alla storia delle idee politiche. In Italia si parla tradizionalmente di “Storia delle dottrine politiche”: un’espressione nobile ma austera, gravata da una coloritura teologica. Il termine “dottrina” richiama un corpo ordinato di princìpi, un apparato compatto, una struttura interpretativa chiamata a spiegare lo Stato, i poteri costituzionali e le libertà. Se la intendessimo in senso rigoroso, è una prospettiva che tende a raccogliersi attorno a pochi, grandi nomi: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, Tocqueville, Sieyès, Marx, Weber, Schmitt.
Nel mondo inglese e francese prevale invece la formula “pensiero politico”. Essa rinvia a un retroterra eterogeneo, fatto di mentalità, valori, linguaggi, rappresentazioni collettive e culture sociali. A partire dal Secondo dopoguerra, la storia delle mentalità e la storia culturale hanno contribuito a scavare sotto la superficie delle istituzioni negli atenei francesi. Negli Stati Uniti, Arthur O. Lovejoy diede un impulso decisivo alla storia delle idee, esaminando la circolazione dei concetti attraverso epoche, discipline e contesti differenti. Il Journal of the History of Ideas, nato nel 1940, nacque dall’esigenza di comprendere le idee come organismi storici, suscettibili di un continuo mutamento.
Un percorso diverso, ma in parte convergente, fu seguito da Reinhart Koselleck. Nato nel 1923 e segnato dall’esperienza del nazionalsocialismo, della guerra e della militanza nella Wehrmacht, Koselleck elaborò la Begriffsgeschichte, la storia dei concetti politici. Nel suo metodo, parole come “crisi”, “progresso”, “utopia” e “storia” sono nuclei semantici che attraversano il tempo e assumono nuove funzioni. Studiare un concetto significa seguirne l’evoluzione diacronica, coglierne le metamorfosi e comprendere in quale momento esso diventi decisivo per una comunità politica.
Applicare quest’approccio ad Ayn Rand permette di individuare un aspetto fin troppo sottovalutato: l’influenza esercitata su di lei dall’Illuminismo. La filosofia oggettivista viene abitualmente interpretata attraverso il Novecento, la Rivoluzione russa, l’esilio americano, la Guerra fredda e l’anticomunismo. Ma il suo retroterra appartiene alla civiltà europea dei lumi: la centralità della ragione, la sfida alla superstizione, la fiducia nella conoscibilità del reale, la convinzione che l’uomo possa sottrarsi alla minorità attraverso l’autonomia del giudizio.
La Russia di Ayn Rand, travolta dalla presa del potere da parte dei bolscevichi, vide proliferare le interpretazioni del marxismo successive a Marx. Ciascun marxista volle presentarsi come l’erede autentico del maestro, mentre l’ideologia marxiana diventava partito di Stato. La giovane Alisa Rozenbaum sperimentò in prima persona gli orrori del collettivismo: l’espropriazione della farmacia di suo padre, la subordinazione dell’individuo allo Stato, la distruzione della libertà economica e della vita privata.
Galli ha ricordato la sequenza storica compresa tra Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt, dominata dalle presidenze repubblicane di Warren G. Harding, Calvin Coolidge e Herbert Hoover. Prima della Grande Depressione del 1929, gli Stati Uniti attraversarono una fase di sviluppo industriale impetuoso, accompagnata dall’aumento dell’occupazione, dalla crescita della capacità produttiva e da un sensibile miglioramento del tenore medio di vita. L’America degli anni Venti fu per Rand una civiltà proiettata in avanti, lontana dalla malattia europea del totalitarismo e dall’incubo sovietico dell’economia pianificata.
Nel frattempo, l’Europa veniva stretta nella morsa delle derive totalitarie. Il fascismo e il nazionalsocialismo avrebbero assunto forme sempre più pervasive di mobilitazione politica integrale. Nell’Unione Sovietica, lo stalinismo avrebbe mostrato il volto demoniaco del potere mediante la pianificazione forzata, l’apparato repressivo, la sorveglianza di massa e figure come Lavrentij Berija, emblema della ferocia poliziesca del regime. L’universo filosofico di Rand nasce dal contrasto tra il capitalismo americano, ritenuto una promessa benevola di produzione e libertà, e il socialismo reale, che giudicava l’amministrazione della paura.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il 1956 segnò un altro passaggio decisivo. Il ventesimo congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica e il rapporto di Nikita Chruščëv inaugurarono la destalinizzazione. La morte di Stalin, avvenuta tre anni prima, aveva privato il sistema del suo massimo interprete. Tuttavia, le strutture ideologiche possono sopravvivere alla scomparsa di chi le ha incarnate. Václav Havel, futuro presidente della Repubblica Ceca, comprese con arguzia la natura del post-totalitarismo: un dominio meno spettacolare rispetto al terrore staliniano classico, ma capace di insinuarsi nella quotidianità attraverso la burocrazia, il conformismo, la censura linguistica e la repressione del dissenso. Il post-totalitarismo può perfino sembrare più severo del totalitarismo originario, perché agisce dopo la tragedia e ne conserva le strutture essenziali, normalizzandole.
Persino nei regimi dittatoriali possono sopravvivere manifestazioni silenziose di dissenso. Havel parlò della necessità di “vivere nella verità”; Václav Benda, nell’ambiente di Charta 77, formulò l’idea di una “polis parallela”, ossia una rete di spazi culturali che custodissero la libertà in un contesto segnato dalla menzogna ufficiale. La rifondazione della comunità politica nasce da luoghi minimi e da iniziative che il potere non riesce a possedere integralmente.
La Rivolta di Atlante, pubblicata nel 1957, appartiene alla stessa atmosfera di crisi della civiltà occidentale davanti al collettivismo. Rand vi teorizza la centralità dell’uomo e la titolarità dei diritti individuali. La felicità diventa l’obiettivo morale attorno al quale si organizza l’esistenza umana. Essa viene perseguita attraverso il successo produttivo, nel quadro di un capitalismo laissez-faire fondato sulla ragione. Gli uomini della mente, i produttori e gli inventori abbandonano una società che sfrutta il loro lavoro e li condanna moralmente. L’uscita di scena degli imprenditori mostra come il mondo dipenda da coloro che architettano la realtà.
Non poteva mancare un riferimento a Carlo Cattaneo. Nelle Notizie naturali e civili sulla Lombardia, pubblicate nel 1844, l’autore descrisse la prosperità lombarda come il risultato dell’intelligenza produttiva, del senso del rischio individuale, dello spirito di abnegazione e del sacrificio al lavoro. Nonostante l’homo faber cattaneano e l’eroe produttivo randiano non nascano dalla stessa tradizione, condividono un punto fondamentale: la civiltà si sviluppa quando l’intelligenza individuale incontra la libertà di agire. Uomo, felicità, ragione, produttività: in queste parole si dispiega il convoglio semantico dell’Oggettivismo.
Ayn Rand amava John Locke e la sua teoria dello stato di natura. In Locke esistono diritti individuali indisponibili allo Stato, che il potere politico deve garantire, anziché creare. La triade “vita, libertà e proprietà” precede l’autorità pubblica e ne delimita la legittimità. Lo Stato lockiano è uno Stato di ragione e di libertà, chiamato a proteggere gli individui dalla violenza, non a dirigere moralmente la società. Questa radice liberale classica occupa un posto di primaria importanza nella formazione randiana.
Accanto a Locke si colloca l’Europa settecentesca, alla quale Rand guardò con particolare simpatia. Voltaire, attraverso le Lettere inglesi, raffigurava l’immagine di una società commerciale dinamica, percorsa dalla tolleranza, dalla borghesia emergente e da minori vincoli rispetto all’Europa continentale. La cultura dei lumi si affermò attraverso la centralità della ragione. La scienza, il commercio, la critica dell’autorità e l’emancipazione dalla superstizione divennero le componenti di una medesima fiducia nell’uomo.
Il frontespizio dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert è una rappresentazione iconografica eloquente dell’Illuminismo settecentesco. Prima di diventare l’impresa monumentale che conosciamo, il progetto nacque dal confronto con la Cyclopaedia di Ephraim Chambers. L’editore André Le Breton pensò inizialmente a una traduzione francese, poi l’opera assunse un’ambizione autonoma. Diderot si occupò soprattutto della parte umanistica e filosofica; d’Alembert guidò il versante matematico e scientifico.
Nel frontespizio, la Verità è avvolta da un velo ed è circondata da una luce che disperde le nubi della superstizione. Alle sue spalle, il tempio ionico richiama il patrimonio della classicità. La Ragione e la Filosofia si dispongono accanto alla Verità; la Religione le resta subordinata; una figura allegorica solleva il velo che impedisce al reale di mostrarsi nella sua chiarezza. È difficile concepire un’immagine più adatta a rappresentare il cuore dell’Illuminismo: togliere il velo, dissipare le ombre, sottoporre ogni autorità al giudizio dell’individuo.
Tutto, per Rand, deve passare attraverso la ragione. La rivoluzione scientifica del Seicento aveva già mutato il rapporto dell’uomo con la natura; il Settecento illuministico trasformò quella conquista in un programma di liberazione intellettuale. Rand radicalizzò questa eredità fino a renderla incompatibile con ogni forma di misticismo, collettivismo e subordinazione dell’individuo a poteri superiori.
Il suo rapporto con Kant fu di aperta inimicizia. Il filosofo di Königsberg aveva enucleato l’Illuminismo come l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che imputava a sé stesso, consegnando al motto sapere aude la formula della modernità. Rand, però, vedeva nel criticismo kantiano una scissione pericolosa tra la mente e la realtà, arrivando a definire Kant uno dei pensatori più pericolosi della storia: gli attribuiva l’avvio di una traiettoria filosofica destinata a culminare nell’idealismo tedesco e nelle sue conseguenze politiche.
La sequenza Kant-Hegel-Marx-Engels-Lenin-Stalin costituiva il filone concettuale attraverso cui l’astrazione idealistica avrebbe alimentato lo Stato etico, fino a sfociare nel totalitarismo comunista di stampo sovietico. Lo Stato non deve mai tramutarsi in un soggetto etico. Dal punto di vista morale, esso rimane una costruzione artificiale, legittima soltanto entro limiti rigorosi. Se si limita a proteggere i diritti, garantire la sicurezza e favorire la libertà contrattuale, svolge una funzione necessaria. Quando lo Stato si arroga il compito di redimere l’uomo, correggere la società, livellare le “condizioni di partenza” e distribuire la virtù pubblica, si converte in una minaccia. L’Illuminismo di Ayn Rand conduce a una conclusione inequivocabile: la ragione libera l’uomo solo se viene sottratta alla pretesa dello Stato di amministrare la sua vita.
di Lorenzo Cianti