9 maggio, Giornata dell’Europa

venerdì 8 maggio 2026


La forza dei valori liberali del progetto europeo contro i “nuovi imperi”

Nella Giornata dell’Europa, il progetto avviato con la Dichiarazione Schuman, fondato sul multilateralismo e sulla cooperazione internazionale, è stato fondamentale per garantire pace, sviluppo e stabilità tra i Paesi membri dell’Unione Europea. Vale il monito del filosofo Jürgen Habermas: il modello liberale e democratico europeo può ancora rappresentare una alternativa valida alle logiche di potenza dei “nuovi imperi”.

La ricorrenza del 9 maggio, “Giornata dell’Europa”, oggi non può passare inosservata, senza che sia messa a confronto con le scelte da compiere sul futuro dell’Europa. Il riferimento è alla Dichiarazione Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo grazie a una svolta radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata. Dopo due guerre mondiali devastanti, Robert Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto delle politiche di integrazione, delinearono il primo progetto di cooperazione interstatale, destinato a diventare modello delle relazioni internazionali in Europa. L’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò quindi il primo ambito di attuazione di questo modello, che pose fine alla conflittualità dei rapporti tra Francia e Germania in quegli ambiti che erano stati fra le principali cause scatenanti dei conflitti mondiali. L’integrazione economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali condivisi: di fatto quel processo, sviluppatosi dai Trattati di Roma del 1957 al Trattato di Lisbona del 2007, ha mantenuto lontano la guerra all’interno dell’Unione Europea. L’integrazione europea si è dunque progressivamente configurata attraverso l’“approfondimento” di regole e procedure condivise e l’allargamento dell’Unione ai 27 Paesi (con un solo recesso, quello del Regno Unito, che sta ritornando sui suoi passi): i presupposti di fondo si sono consolidati in una “comunità politica” diventata riferimento per l’intero spazio europeo con il suo sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche.

È bene dunque valutare in primo luogo le critiche che vengono oggi rivolte all’Europa. I movimenti sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e iper-normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica sterile, che trascura la possibilità di interventi correttivi e soprattutto la più ampia costruzione dello “Stato di diritto” fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo, su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi guarda con interesse persino il Canada minacciato dalle politiche egemoniche di Trump.

L’Unione Europea è oggi il sistema normativo più avanzato nella regolazione dei mercati, nella protezione dei consumatori e nel contrasto agli abusi delle grandi imprese e delle piattaforme digitali. Strumenti fondamentali sono il Gdpr per la protezione dei dati personali, il Digital Services Act, il Digital Markets Act e l’Ai Act, primo quadro normativo organico sull’intelligenza artificiale adottato su scala globale. Cionondimeno occorre una vigilanza costante della società civile di fronte alle ultime pressioni politiche degli Usa di Trump che vorrebbero portare anche l’Europa ad assecondare le grandi corporation, e a optare per le stesse politiche americane che hanno disintegrato lo stato sociale attraverso tagli, privatizzazioni delle pensioni e la progressiva espulsione della forza lavoro in nome dell’Intelligenza Artificiale. È perciò fondamentale che una linea conciliante con gli Usa non indebolisca la capacità dell’Europa di difendere i propri interessi e i suoi valori liberali e democratici.

Gli altri scenari geopolitici sono noti. Per ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un disimpegno americano dalla Nato − come contropartita alle riserve europee su una guerra non condivisa come quella all’Iran − hanno accentuando il distacco degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la condivisione tra i due poli dell’Occidente. Su questi fronti è bene smentire con forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli europei, e va invece ribadita l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella sicurezza globale, come ha dimostrato con l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina.

L’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato Nato, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.

Ecco allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso, occorre “ritrovare l’ambizione dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. In questa visione occorre perciò riconsiderare anche le critiche che in maniera strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una irreversibile divisione tra i leader europei. In uno scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, è ora maturata una leadership europea responsabile che converge su una forte tensione comune: la necessità di restituire all’Europa un ruolo strategico in un mondo che non è più garantito dalla prevedibilità dell’alleanza transatlantica.

A Emmanuel Macron va riconosciuto il merito di aver sviluppato per primo il concetto di “autonomia strategica europea”, che ha convinto anche il premier tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer che sta proponendo una svolta post-Brexit. Dopo le intemerate di Trump, l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire oggi alla instabilità permanente. Lo spagnolo Pedro Sánchez ha inquadrato la sicurezza europea in una prospettiva ampia, che unisce stabilità internazionale, governance multilaterale, progresso sociale e tutela dei diritti, sottolineando − in contrasto con le pretese di Trump di coinvolgere gli europei nella guerra in Iran − che essa non può derogare al rispetto del diritto internazionale e al ruolo normativo globale dell’Europa. Pure il presidente finlandese Alexander Stubb ha espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio “Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. È cruciale la sua tesi: nel “nuovo mondo del disordine” tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, in cui la competizione tra blocchi è sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini. E per questo sollecita la riforma dell’Onu con l’allargamento del Consiglio di Sicurezza ad altri 5 membri permanenti: uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia.

In questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia dovrebbe convergere con più convinzione: occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che possa essere attore del proprio destino.

In questo quadro, il dibattito sul passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Ue (che dovrà definire il meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento del pilastro europeo della Nato, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla costruzione di una base industriale della difesa comune rappresenterà il nucleo della politica europea contemporanea. Valgono perciò alcune considerazioni finali. L’Europa, considerata come Ue e Regno Unito, ha un Pil complessivo di oltre 21.000 miliardi di dollari, nettamente superiore a quello della Russia (2.000 miliardi), e può competere comunque con Usa (30.000 miliardi) e Cina (19.000 miliardi) sui mercati globali grazie alla sua forza industriale, tecnologica e finanziaria: può dunque rafforzare la propria capacità geopolitica e di difesa comune senza sacrificare welfare e sanità pubblica.

Inoltre, il suo soft power è solido anche alla luce delle riflessioni del filosofo recentemente scomparso Jürgen Habermas: il futuro dell’Europa è legato al suo progetto originario di “costituzionalismo internazionale” basato sui valori liberali e democratici (La costellazione post-nazionale, 1999; For Europe, 2025, Süddeutsche Zeitung).

Non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale: un quadro condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità internazionale, che solo l’Unione Europea e l’Onu sono in grado di esprimere e rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data commemorativa, o un monito astratto. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo consapevolezza, potrà rappresentare la forma politica più appropriata in grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse e giustizia. In questo senso, l’Europa può tracciare ancora scelte responsabili per un ordine internazionale meno cupo di quello che i “nuovi imperi” predatori vorrebbero delineare.

(*) Membro dell’International Law Association


di Maurizio Delli Santi (*)