lunedì 4 maggio 2026
I concerti del primo maggio − quello di Roma e quello di Taranto − si sono trasformati, nel tempo, in una cafonata. È arrivato il momento di dirlo chiaramente. Una volta c’era un filo che univa queste due piazze così diverse ma così indipendenti. Da una parte c’era la ribellione di una città che urlava il proprio diritto alla vita e al futuro contro la ferriera e l’oblio ad opera dello Stato. Dall’altra c’era la musica che da Piazza San Giovanni usava la propria influenza per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi del lavoro e sul futuro dei giovani.
Al netto delle opinioni personali, l’aria che si respira oggi sembra diversa perché non c’è più contegno o focalizzazione su temi di interesse sociale che attraversano trasversalmente tutta la società. La ribellione ha smaccatamente lasciato il passo a un padrone (ideologico e partitico), l’equidistanza è saltata nel nome della propaganda e le bandiere di parte sventolano più forte dei problemi. Si è trasformato tutto in una passerella utile alla manipolazione del consenso, una marchetta elettorale, una rete gettata in mare in vista della raccolta di voti del 2027. Tutto qui? Che fine hanno fatto i problemi del lavoro?
Chiedetelo a Piero Pelù che ha fatto la solita filippica sul fascismo in assenza di fascisti e poi ha parlato di tutti i genocidi del mondo, di tutte le guerre del mondo, “dimenticandosi” della vicenda Ucraina. Posizione che, guarda caso, è molto simile a quella di quei “democratici” e “pacifisti” che hanno allontanato in malo modo tutti coloro che si presentavano con la bandiera Ucraina in occasione delle manifestazioni del 25 aprile. O chiedetelo a Serena Brancale che ha detto “no!” ad “ogni colore e ogni bandiera” un attimo prima di cantare una canzone dedicata al “Compagno Che Guevara”.
Sul versante Taranto è andata in scena l’ennesima cafonata del cattedratico militante Tomaso Montanari secondo il quale “da Benito a Giorgia c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, nerissimo. Si chiama fascismo”, mostrando un collage che unisce un manifesto elettorale di Meloni a una copertina de La Domenica del Corriere con Mussolini. Ha poi continuato a ragliare definendo la destra “profondamente fascista nella sua ideologia”. “Dobbiamo dire la verità − ha sottolineato − su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano. Le immagini ci parlano, il loro codice ci parla. Come sono costruite queste immagini. Eccole. Dimmi chi sono i tuoi modelli e ti dirò chi sei, dimmi quali sono le tue fonti di ispirazione e capirò qual è la tua visione del mondo, quali sono i tuoi miti, dimmi chi stai seguendo e ti dirò come andrà a finire”. Un pappone retorico intriso di odio e falsità degno di un Sigfrido Ranucci qualsiasi, di quelli che dopo tiri lo sciacquone. Senza vergogna: mentendo sapendo di mentire e tirato lì approfittando della visibilità con la connivenza degli organizzatori.
Una china triste non solo perché ideologica ma soprattutto perché ipocrita: dei lupi mascherati da agnelli che approfittano senza ritegno facendo sciacallaggio sui problemi seri. Sono mesi che ogni rete viene occupata da finti giornalisti pronti a speculare (a volte anche mentire) su tutto pur di manipolare il consenso. Pensavamo che almeno la musica fosse salva. Non certo dall’ideologia o dal pensiero critico, sia chiaro. Ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Speravamo che almeno la musica, la cultura, l’arte si salvassero dall’ipocrisia. A giudicare da ciò che è accaduto nei “concertini” del primo maggio, ma anche a Beatrice Venezi alla Fenice, ci sbagliavamo. Si stanno giocando tutto sulla paura della destra e non smetteranno.
di Vito Massimano