lunedì 20 aprile 2026
Il segnale che l’Europa non può ignorare
C’è qualcosa di surreale nel fatto che, mentre l’attenzione globale si concentra sul Golfo e sulle tensioni tra Washington e Teheran con Donald Trump che torna a minacciare l’Iran sul dossier nucleare, nel cuore dell’Europa si torni a evocare con disinvoltura lo spettro dell’atomica. Non in un contesto clandestino o marginale, ma a Roma, dentro una residenza diplomatica, nel corso di un evento ufficiale promosso dall’ambasciatore della Federazione russa Alexey Paramonov.
Martedì 15 aprile, nella sua residenza, si è svolto un convegno dedicato alla presentazione del libro Dalla deterrenza alla coercizione: la nuova dottrina nucleare della Russia. Un titolo che già di per sé contiene un programma politico e strategico: non più soltanto deterrenza, cioè equilibrio fondato sulla paura reciproca, ma coercizione, ovvero l’uso della minaccia nucleare come leva attiva. Gli autori – Sergej Avakyants, Sergej Karaganov e Dmitrij Trenin – sono stati presentati dallo stesso Paramonov come “tra i più autorevoli esperti russi nel campo della sicurezza nucleare”, espressione che, letta nel contesto attuale, suona più come un’indicazione di linea che come un riconoscimento accademico. A rafforzare il quadro, uno scritto del ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Il dibattito, durato circa due ore, ha visto la partecipazione dell’ex ambasciatore italiano Bruno Scapini, autore della prefazione, candidatosi alle ultime elezioni europee con Democrazia Sovrana Popolare, partito politico euroscettico di cui è coordinatore il cossuttiano Marco Rizzo. Non stupisce dunque che il pluralismo si sia fermato sulla soglia: il punto di vista emerso è stato esclusivamente quello di Mosca. Nessuna incrinatura, nessuna voce dissonante. Le tesi sono quelle già note: la guerra in Ucraina attribuita alla Nato, non agli Stati Uniti; l’Unione europea indicata come corresponsabile storica del conflitto; e, soprattutto, la costruzione di un’Europa come nemico esistenziale della Russia.
È però nell’epilogo del ragionamento che si coglie un cambio di livello, e insieme l’emergere più netto del rischio. A tracciarlo è stato Sergej Karaganov, intervenuto in videocollegamento da Mosca, figura da tempo associata alle posizioni più dure del pensiero strategico russo. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “Non è escluso che dovremo fare un’escalation. Prima si potrebbe parlare di attacchi con armi convenzionali nei centri decisionali delle principali città europee. Se questo non basterà, potremo arrivare all’impiego di armi nucleari”.
Non è la prima volta che da ambienti russi arrivano dichiarazioni di questo tenore. Negli ultimi anni, e in particolare dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la retorica nucleare è stata utilizzata più volte come strumento di pressione psicologica e politica. Basti pensare agli interventi dell’ex presidente Dmitrij Medvedev, che ha fatto dell’intimidazione atomica una cifra ricorrente della propria comunicazione. Tuttavia, c’è una differenza non secondaria: questa volta la minaccia è stata formulata in modo esplicito in territorio italiano, sia pure coperto dall’immunità diplomatica.
È un dettaglio formale solo in apparenza. Perché nella sostanza e nella geografia siamo a Roma, nel cuore di un Paese membro dell’Unione europea e della Nato. E questo rende inevitabile una domanda: quale deve essere la risposta politica e istituzionale a parole di tale gravità pronunciate sotto il nostro naso?
Il contesto rende tutto ancora più delicato. L’Italia si trova oggi a fare i conti con una nuova emergenza energetica, alimentata dalle tensioni internazionali e dalle ripercussioni sul mercato del gas. In questo scenario, alcune voci politiche – dal vicepremier Matteo Salvini al leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte – hanno riaperto alla possibilità di riallacciare rapporti energetici con la Russia, interrotti dopo l’invasione dell’Ucraina. Definire questo confronto come un dibattito legittimo rischia però di essere fuorviante: riprendere ad acquistare gas da Mosca significherebbe, nei fatti, tornare a finanziare uno Stato che ha scelto la via dell’aggressione militare, contribuendo indirettamente a sostenere quella stessa macchina bellica che destabilizza il continente europeo.
Ed è proprio su questo terreno che le parole di Paramonov meritano attenzione. Nel suo intervento, l’ambasciatore ha rivendicato che la Russia resta “un membro responsabile del club nucleare, aderente al Trattato di non proliferazione”. Una rassicurazione di rito, che tuttavia si accompagna subito dopo a un avvertimento ben più concreto: “Allo stesso tempo a Mosca prosegue un serio dibattito sulle possibili risposte a eventuali ulteriori abusi nel campo della sicurezza strategica da parte dei Paesi dell’Ue e della Nato, e si esaminano diverse opzioni di risposta, qualora le minacce rivolte alla Russia dovessero oltrepassare le 'linee rosse' definite dall’attuale dottrina nucleare russa”.
Il libro presentato ruota esattamente attorno a questo passaggio: l’idea che la Russia possa sentirsi “costretta” a passare dalla deterrenza alla coercizione. È una narrazione che ribalta le responsabilità e costruisce una giustificazione preventiva per un’ulteriore escalation. Karaganov lo esplicita senza ambiguità: “Le élite europee sono impazzite” e “dobbiamo fermarle con ogni mezzo possibile. Al momento, lo stiamo facendo sul campo di battaglia, ma, se le élite europee non porranno fine alla guerra aggressiva contro la Russia e non si ritireranno, molto probabilmente, abbastanza presto, la Russia sarà costretta a salire ulteriormente, in modo ancora più deciso, la scala dell’escalation”.
Parole pesanti, rilanciate con evidenza anche sui canali ufficiali della sede diplomatica russa a Roma. Non una fuga, non un eccesso isolato, ma un messaggio costruito e diffuso. Non sorprende, allora, che i rapporti tra Paramonov e le istituzioni italiane siano già stati segnati da tensioni, con convocazioni alla Farnesina e frizioni con il Quirinale.
A completare il quadro, la presenza tra gli ospiti di Francesco Toscano, fondatore insieme a Marco Rizzo di Democrazia Sovrana e Popolare, nonché editore del volume. Il suo intervento si è mosso lungo coordinate ideologiche ben definite, arrivando a sostenere che l’Ucraina “è un regime nazista usato dall’Occidente contro la Russia”. Una posizione coerente con il catalogo della casa editrice, che include titoli come “Il furto”, dedicato alla presunta manipolazione delle elezioni americane del 2020, e “Le vere cause del conflitto russo-ucraino”, firmato da Vladimir Putin.
Tutto questo compone un quadro che va oltre il singolo evento. È la rappresentazione di una strategia comunicativa e politica che utilizza anche il territorio europeo come spazio di legittimazione e diffusione. Non si tratta solo di propaganda, ma di una vera e propria costruzione narrativa che mira a spostare il perimetro del dibattito, normalizzando persino l’idea di un’escalation nucleare.
Di fronte a ciò, l’Europa – e l’Italia in particolare – non possono permettersi ambiguità. Il confronto politico, anche duro, è fisiologico nelle democrazie. Ma c’è una linea che non può essere superata senza conseguenze: quella che separa il conflitto delle idee dalla minaccia esplicita della distruzione. Quando si arriva a evocare “l’impiego di armi nucleari” sulle città europee, non siamo più nel campo delle opinioni. Siamo dentro una sfida diretta all’ordine internazionale e alla sicurezza dei cittadini.
Ignorarlo sarebbe un errore. Minimizzarlo, peggio.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)