martedì 14 aprile 2026
La filosofia di Margaret Thatcher può essere riassunta con il termine “thatcherismo”. Ma la stessa Thatcher usò con molta parsimonia – persino con una certa dose di scetticismo – il neologismo che recava il suo nome. Nigel Lawson, il suo Cancelliere dello Scacchiere dal 1983 al 1989, lo avrebbe descritto come “una tendenza politica che coniuga l’enfasi per il libero mercato al vigoroso sentimento patriottico”. Eppure, in un comizio tenuto nella località di Solihull durante la campagna elettorale del 1987, Thatcher avrebbe commentato i traguardi economici raggiunti dal suo governo affermando: “This is what I call Thatcherism”.
Due anni dopo la fine della sua permanenza a 10, Downing Street, in un celebre discorso che pronunciò a Seoul dal titolo “Principles of Thatcherism”, Thatcher dichiarò di non aver inventato il thatcherismo, ma di averlo “scoperto” insieme ai suoi colleghi. Inoltre, evidenziò come i valori, le idee e le convinzioni teoriche che mise in pratica negli undici anni e mezzo del suo mandato da Primo Ministro del Regno Unito affondassero le loro radici “nell’esperienza del passato e negli eventi della sua vita”. Per questo motivo, non si può comprendere il pensiero di Margaret Thatcher senza esordire dalla sua biografia. La Iron Lady nacque in una famiglia piccolo-borghese di Grantham, nel Lincolnshire: crebbe in una casa in cui la politica si respirava quotidianamente attraverso le letture dei giornali, le discussioni e una disciplina ferrea.
L’educazione al metodismo influenzò in maniera profonda l’infanzia di Margaret Thatcher, plasmando il suo universo etico. In un’intervista del 1978, Thatcher disse che negare la responsabilità personale significa negare la base religiosa della vita, e aggiunse che i valori non derivano mai dal monopolista supremo della violenza, lo Stato. In altre occasioni, collegò il metodismo alla parabola dei talenti. Il movimento religioso fondato da John Wesley nella seconda metà del Settecento esaltava il dovere di coltivare i propri talenti e, una volta raggiunto il successo, di destinare liberamente al bene del prossimo le risorse economiche che si erano accumulate – al di fuori di ogni mediazione coercitiva imposta dal governo, senza la redistribuzione forzosa dei redditi.
Si può dunque sostenere che la vita di Margaret Thatcher sia stata attraversata da una tensione dialettica tra l’idea della libertà individuale, debitrice della filosofia lockeiana e dell’Illuminismo scozzese, e la morale religiosa propria del metodismo e della Chiesa Anglicana. È un aspetto che il professor Cosimo Magazzino ha colto bene nel suo libro La politica economica di Margaret Thatcher, richiamandolo in riferimento ad alcuni leader emblematici del liberal-conservatorismo di vent’anni fa, tra cui George W. Bush oltreoceano e Nicolas Sarkozy in Francia.
Thatcher credeva che la persona fosse libera perché responsabile e capace di scegliere; da ciò discende che la morale preceda la politica e che lo Stato non possa sostituirsi alla coscienza soggettiva del singolo. Quando, nel 1949, Margaret Thatcher fu candidata al Parlamento nel collegio uninominale di Dartford, suo padre Alfred Roberts, da sempre vicino al Partito Liberale, scelse di votare per i Tories, ritenendo che essi “rappresentassero ciò che un tempo erano i liberali”. Nelle sue memorie Thatcher osservò che il padre, come molti altri piccoli imprenditori dell’Inghilterra settentrionale, era stato allontanato “dall’accettazione dei dogmi del collettivismo” da parte dei liberali. Sono molteplici gli autori e le correnti di pensiero che hanno influito sullo sviluppo della formazione intellettuale di Margaret Thatcher.
“Adam Smith non era un professore di economia: era un professore di filosofia morale”.
Quando, intervenendo al Toronto Club nel 1988, Thatcher affermò di aver appreso il proprio “thatcherismo” da Adam Smith, alludeva a un pensatore che vide nel libero mercato il riflesso di una più ampia visione antropologica. L’autore de La Ricchezza delle Nazioni non era considerato il teorico del meccanismo impersonale traslato nella metafora della “mano invisibile”, bensì il filosofo morale che comprese come la libertà economica potesse chiamare in causa il senso di responsabilità, l’etica del lavoro, la benevolenza, la cura per la famiglia e il desiderio di elevare la propria condizione sociale. Nella produzione smithiana il mercato si configura quale un ordine umano che si nutre anche di virtù civili.
“In politica, come ci ha insegnato Edmund Burke, esistono ben poche verità universali e permanenti”.
Nel celebre discorso pronunciato a St Lawrence Jewry nel 1978, Thatcher si richiamò a Edmund Burke prendendo le distanze da ogni forma di razionalismo astratto. Per la Iron Lady la politica non nasce da formule tecnocratiche, né da utopie palingenetiche, ma prende corpo nella storia, entro il solco delle istituzioni, delle consuetudini e dell’eredità nazionale. È precisamente in questa luce che il thatcherismo lascia intravedere il suo tratto Old Whig: fermo nei princìpi e alieno da ogni spirito rivoluzionario; deciso a correggere gli errori del presente, ma non a recidere i legami con il passato.
Margaret Thatcher non fu una Old Whiggite in senso storico, ma il suo pensiero presenta una chiara affinità con questa tradizione. Al pari degli Old Whigs, la leader non concepiva la libertà in termini di mera astrazione ideologica, come avrebbero fatto i francesi nell’età post–rivoluzionaria, ma come un ordine concreto fondato sulla rule of law, sulla responsabilità personale e sul contenimento del potere. La sua ostilità al collettivismo recupera la diffidenza tipica dei Whig verso ogni concentrazione del potere politico. Si può definire il thatcherismo una forma moderna di conservatorismo Old Whig: riformatore nei mezzi, ma radicato nella continuità storica, morale e istituzionale della nazione britannica.
“Ogni potere corrompe, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.
“Tutti i governi tendono ad espandersi, e il governo socialista si espande in modo assoluto”.
In un discorso tenuto a Zurigo del 1977, Thatcher riprese la celebre massima di Lord Acton per ribadire che “una società libera è tale anche perché disperde il potere, impedendone la concentrazione nelle mani dello Stato”. Molti anni dopo, nella Keith Joseph Memorial Lecture del 1996, ne offrì una riformulazione politica che chiamò la Legge di Acton-Thatcher: “Ogni governo tende ad espandersi, e quello socialista lo fa in modo assoluto”. Nelle due espressioni è racchiuso il nucleo del pensiero thatcheriano: il nesso tra la libertà, la proprietà privata e la limitazione del potere pubblico. Non vi è autonomia dell’individuo laddove lo Stato, poco per volta, pretende di occupare ogni ambito della vita associata.
“Il futuro dipende da noi, e noi non dipendiamo da alcuna necessità storica”.
Margaret Thatcher era una nota estimatrice di Karl Popper. Nel 1981, in occasione di un discorso presso l’Auckland Chamber of Commerce, ricordò che La società aperta e i suoi nemici fu scritta da Popper nel periodo del suo esilio in Nuova Zelanda, mentre l’Europa era travolta dalla Seconda guerra mondiale, e lo definì “una delle più penetranti difese del modello di vita occidentale mai scritte”. A suo avviso, l’epistemologo viennese rappresentava un campione degli ideali della civiltà occidentale contro le alternative totalitarie.
Nel 1983 il riferimento a Karl Popper divenne ancora più suggestivo, perché Thatcher lo impiegò in una prospettiva eminentemente politico-economica. In un’intervista al Sunday Telegraph, menzionando ancora La società aperta, spiegò che le dittature potessero apparire più efficienti nel brevissimo periodo, ma che nel lungo periodo fossero destinate a implodere e decadere perché soffocano “l’idea alternativa, il punto di vista alternativo: la libertà di discussione”. Contrastando la libertà di parola, di critica e di discussione, i regimi dittatoriali ostacolano l’innovazione, impediscono la scoperta e, in ultima istanza, tradiscono il progresso umano.
“Le emergenze sono sempre state il pretesto con cui sono state erose le garanzie della libertà individuale.”
La passione thatcheriana per Friedrich von Hayek è testimoniata da un celebre aneddoto. Mentre era in corso una riunione programmatica del Partito Conservatore, pare che Margaret Thatcher abbia interrotto la discussione e, sbattendo sonoramente una copia de La società libera sul tavolo, abbia esclamato: “Questo è ciò in cui crediamo”. Non esiste forse un pensatore più influente per la sua formazione intellettuale. Hayek aveva indicato nel socialismo il cammino verso la schiavitù dell’uomo: una condizione da cui, solo pochi decenni prima, il popolo russo aveva creduto ingenuamente di essersi emancipato.
Il socialismo era visto da molti studiosi come un approdo inevitabile della storia. In realtà, la dottrina marxista mortifica lo spirito umano, deresponsabilizza l’individuo e sostituisce alla coscienza soggettiva il giudizio impersonale dello Stato. Non a caso, uno degli aspetti politicamente più rivelatori de La Via della Schiavitù di Hayek fu la dedica “ai socialisti di tutti i partiti”: una formula polemica, ma lucidissima, che colpiva un conformismo ben più diffuso di quanto all’epoca si fosse disposti ad ammettere.
Quando i conservatori guidati da Edward Heath lasciarono il governo nel febbraio 1974, era ormai evidente che la Gran Bretagna stesse attraversando una crisi profonda. E non potevano attribuirne ogni responsabilità agli avversari: anche i Tories avevano contribuito a quel declino accettando il consenso keynesiano post-bellico, invece di contrastarlo apertamente. Così facendo, avevano frenato la crescita, indebolito la competitività dell’industria britannica e, soprattutto, non avevano valorizzato le migliori energie del carattere nazionale.
Fu in quel contesto che Margaret Thatcher e Keith Joseph decisero di dare vita al Centre for Policy Studies, con l’obiettivo di ripensare il conservatorismo a partire dai capisaldi della teoria hayekiana: libero mercato, enfasi sul processo imprenditoriale di scoperta, competizione dal basso e catallassi, vale a dire un ordine spontaneo che nasce dalla cooperazione volontaria tra gli individui. L’anno successivo, nel 1975, Thatcher assunse la guida del Partito Conservatore. Il thatcherismo nacque da questa duplice esperienza, insieme intellettuale e politica, ma anche dalla convinzione che il declino britannico non fosse un destino da accettare.
I conservatori vinsero le elezioni del 1979 con una piattaforma sorretta da princìpi, misure concrete e volontà politica: arginare il socialismo, promuovere la libertà, restituire spazio decisionale agli individui, e tentare per primi una vera inversione di rotta a livello internazionale.
Nell’ottobre 2023 ho avuto il privilegio di intervistare John O’Sullivan, consigliere speciale e speechwriter di Margaret Thatcher tra il 1986 e il 1988. Nella parte conclusiva della nostra conversazione, gli chiesi se ravvisasse degli elementi di affinità tra Margaret Thatcher e Giorgia Meloni, da poco divenuta la prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio in Italia. O’Sullivan rispose in senso affermativo, sostenendo che tra le due figure vi fosse un forte parallelismo. Osservò che entrambe avevano saputo misurarsi con i problemi del proprio tempo, affrontando sfide complesse, e aggiunse che Meloni, come Thatcher, difende la famiglia, il patriottismo e i valori religiosi tradizionali.
Tuttavia, dopo quasi quattro anni alla guida del Paese, credo che sia necessario attenuare – con il massimo rispetto – il comprensibile entusiasmo di John O’Sullivan. Meloni è emersa politicamente negli anni di Tangentopoli e si è sempre mossa in discontinuità rispetto all’establishment. Non si può negare, però, che la sua Weltanschauung differisca sensibilmente da quella di Thatcher. Meloni ritiene che l’economia debba essere regolamentata per correggere le sedicenti “disuguaglianze sociali”; ha fatto ben poco per ridurre il peso della burocrazia e si è spinta perfino ad affermare che le ricette liberiste di Javier Milei, per molti aspetti simili a quelle thatcheriane, “non sarebbero replicabili in Italia”.
Vorrei concludere il mio intervento leggendo un estratto dell’intervista rilasciata da Margaret Thatcher a Michael Brunson nel 1991. Il giornalista dell’Independent Television News le rimproverò che la sua filosofia fosse sinonimo di “avidità”. Ma Thatcher, ancora visibilmente segnata dal trauma della sua estromissione dal governo, gli rispose con parole di straordinaria eloquenza:
“La vita non sarebbe molto migliore, se più persone si assumessero la responsabilità delle proprie famiglie, della costruzione del proprio futuro e della propria sicurezza? E se, facendo ciò, riuscissero anche ad avere qualcosa in più da destinare a chi è meno fortunato, non sarebbe forse un bene? […] John Wesley ha già risposto all’obiezione che mi pone: “Non attribuite al denaro i difetti della natura umana”. Non è il denaro, non è la ricchezza che si crea, il problema: conta ciò che se ne fa. E la maggior parte delle persone desidera semplicemente un tenore di vita migliore. Molti usano il proprio denaro per fare di più per le arti, per conoscere di più, per godere maggiormente delle grandi opere artistiche, che si tratti di musica o di pittura.
Guardi lo straordinario sforzo volontario che esiste in questo Paese: è immenso. Dunque, parlare di “avidità” è assurdo. I sindacati rivendicano salari più alti, rivendicano differenziali maggiori, e poi parlano di avidità. Certo, alcune persone sono avide. Ma non lo sono coloro che vogliono una vita migliore per sé e per i propri figli. Sono persone profondamente morali, cittadini di grande valore; e di solito sono proprio loro a prendersi cura della casa, della famiglia, del quartiere, a partecipare, a fare qualcosa per la propria comunità. Questo, per me, è il vero thatcherismo”.
di Lorenzo Cianti