martedì 7 aprile 2026
Non deve consolare la coalizione di governo il fatto che per i sondaggi elettorali elaborati dalle società di rilevazione, dopo la sconfitta nel referendum costituzionale confermativo, non ci siano state significative variazioni nelle intenzioni di voto degli italiani. Né tantomeno i successi dell’esecutivo, derivanti dalla cosiddetta lotta “all’evasione fiscale”, che hanno registrato nel 2025 incassi per 36,2 miliardi di euro e complessivamente nel triennio scorso introiti per circa 100 miliardi. Occorrerebbe conoscere nel dettaglio i dati disaggregati relativi agli incassi straordinari ovvero distinguere quali di dette entrate derivino effettivamente dalla lotta all’evasione e quali si riferiscono ai salassi dei contribuenti che subiscono aberranti sanzioni e interessi per ritardati pagamenti dovute a difficoltà oggettive.
Non aiuta il governo il fatto che non pochi contribuenti sono inferociti perché si vedono recapitare atti di pignoramenti presso terzi per importi che avevano già pagato e che per sospendere la procedura devono seguire iter procedurali assurdi. Troppi sono i poteri arbitrari che l’ente di riscossione esercita contro i contribuenti.
Da liberali e liberisti, simpatizzanti dell’attuale esecutivo, avremmo voluto conoscere quali sono state le riduzioni di spese improduttive e quali abbattimenti sono stati fatti avverso le agevolazioni fiscali, le contribuzioni a fondo perduto e bonus di ogni tipo. Provvidenze pubbliche dei quali ne beneficiano sempre gli stessi a spese degli altri contribuenti. Gli elettori continuano a preferire l’affidabilità del governo di centrodestra. L’eventuale alternativa di governo dovrebbe essere affidata alle opposizioni che sono composte da una ammucchiata di soggetti politici che vanno dai pro-Pal, agli antagonisti, ai partiti di estrema sinistra, agli scapigliati dei cinque stelle e ad un Partito Democratico diviso tra la sinistra cosiddetta riformista e la componente massimalista con a capo Elly Schlein. Partiti e organizzazioni divise su tutto.
L’unica amalgama che tiene unite le opposizioni è l’avversione verso l’esecutivo di centrodestra, ivi compreso il cespuglio centrista rappresentato dal partitino di Matteo Renzi. L’esecutivo di centrodestra ha dovuto affrontare uno dei momenti economici e geopolitici peggiori a livello internazionale. La fortuna non ha certamente baciato un governo che ha dovuto affrontare: la crisi ucraina, la guerra di Gaza ed infine il conflitto in corso tra gli Stati Uniti e Israele contro la feroce teocrazia iraniana. Guerre che hanno comportato l’aumento verticale del prezzo dell’energia prodotta con fonti fossili e la conseguente impennata dell’inflazione e dei tassi d’interesse. Ha ereditato conti pubblici scassati dal governo Conte ai quali non ha saputo o voluto porre rimedio il supertecnico Mario Draghi. Era evidentemente più interessato alla elezione come presidente della Repubblica piuttosto che intervenire per il risanamento dei conti pubblici disastrati. Presidenza poi naufragata in Parlamento. I grandi elettori hanno preferito confermare il Presidente Sergio Mattarella che seppe fare una efficace campagna di marketing per ottenere la conferma.
Giorgia Meloni ha dovuto dedicare la prima parte della legislatura ad accreditarsi come leader presso le cancellerie occidentali. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha dovuto far fronte al dissesto dei conti pubblici causato dalle politiche dissennate del Super Bonus 110 percento e del reddito di cittadinanza; provvidenze pubbliche che hanno bruciato centinaia di miliardi di risorse pubbliche prese a prestito. Il titolare del dicastero di via Venti Settembre è stato costretto ad attuare politiche di bilancio improntate al rigore. Efficace azione che ha sortito l’effetto di migliorare il rating delle agenzie internazionali e lo spread sul nostro debito sovrano.
Per far fronte alle reiterate emergenze internazionali, l’esecutivo di centrodestra e stato costretto ad adottare invece di politiche liberali e liberiste in economia, politiche fiscali che hanno privilegiato i ceti sociali meno abbienti che votano prevalentemente a sinistra, l’estrema sinistra e che sono anche la base elettorale dei cinque stelle. L’intervento sull’accorpamento delle aliquote fiscali (riduzione da 38 al 35 per cento fino a 50.000 euro di reddito) il cui beneficio fiscale per il ceto medio è stato di appena 440 euro l’anno è stata una goccia nell’oceano di un ceto sociale che è stato ed è salassato da un erario vorace ed insaziabile. Si sperava che il governo attuasse una vera e propria “pace fiscale” – magari rispolverando il condono tombale – in modo da consentire ai contribuenti italiani in difficoltà di mettersi definitivamente in regola con la insaziabile “bestia affamata”. La rottamazione quinquies (sono stati inclusi solo i debiti fiscali risultanti al 31.12.2023) è stata un pannicello caldo non dirimente per risolvere l’annoso problema del mostruoso magazzino fiscale che conta virtualmente oltre 1.200.000 miliardi di euro di crediti fiscali in larghissima parte non esigibili. Non è mai troppo tardi!
È sul fisco e sulla asfissiante burocrazia che la coalizione di governo si giocherà le elezioni politiche del 2027. La risposta immediata del governo, alla sconfitta nel referendum, non si dovrà limitare a sostituire qualche ministro o sottosegretario, ma dovrà essere efficace e facilmente intelligibile all’elettorato moderato. I temi più sensibili del blocco sociale che vota per il centrodestra sono: una riduzione percepita e percepibile del carico fiscale; tagliare le unghie ad una asfissiante burocrazia che ostacola soprattutto le piccole e medie imprese e la loro competitività; l’eliminazione senza ulteriore indugio delle agevolazioni fiscali che avvantaggiano alcuni settori in danno di tutte le altre aziende. Basterebbe scrivere le norme in italiano e non in burocratese. Linguaggio astruso che lascia spazio all’interpretazione del pubblico funzionario che nel dubbio non firma! Riaprire sportelli fisici per i cittadini per relazionarsi direttamente con la pubblica amministrazione.
Nell’era della cosiddetta digitalizzazione che è diventata di fatto una ulteriore tassa per i contribuenti che devono sostenere i costi obbligatoriamente i costi per dotarsi di: Pec, della firma digitale e dello Spid; è diventata un’avventura riuscire a rinnovare il documento d’identità o il passaporto. Digitalizzazione dei servizi pubblici che hanno favorito i pubblici dipendenti, che si possono schermare grazie all’obbligo per i cittadini di utilizzare le nuove tecnologie informatiche per ottenere i servizi pubblici, a scapito del cittadino contribuente. La parola d’ordine di un governo liberale dovrebbe essere che la pubblica amministrazione è al servizio del cittadino e non viceversa.
Nella parte finale della XIX legislatura il governo dovrebbe fare poche cose caratterizzanti la politica di centrodestra ovvero “meno Stato e più mercato”; altrimenti ci ritroveremo di nuovo governi tecnici!
di Antonio Giuseppe Di Natale