venerdì 3 aprile 2026
Il mio amico e collega Aldo Torchiaro mi ha girato la pagina del Il Riformista che elenca le pendenze giudiziarie di giornalisti ed editore Romeo con tutte le sue testate. Soprattutto cause azionate da magistrati e potenti in genere che, oltre alla condanna penale (che forse va vista in subordine) puntano a pesanti rivalse patrimoniali sui giornalisti. Quest’ultima oggi categoria davvero fragile, come del resto la stessa libertà di stampa.
I giornali non si vendono più, soprattutto la pubblicità viene tutta concentrata verso siti e “tivù istituzionali” (Rai, Mediaset, LA7, Sky). Con l’esile contribuzione pubblica la sopravvivenza della libera stampa è inesorabilmente compromessa. A questo quadro s’aggiungono le mirabolanti pretese risarcitorie di magistrati, alti burocrati, banchieri, industriali globalisti, big e vip di sistema. Tutti uniti a censurare, a mettere il bavaglio alla stampa attraverso pesantissime cause civili.
In questa Italia (forse anche in questa Europa) è andato perso il senso della misura e anche del perdono. Chi scrive ha iniziato questa professione negli anni ‘80, memore di cosa consigliavano i genitori negli anni ‘70: negli anni del liceo consigliavano: “Non parlare di politica a scuola o nei bar, evita di far capire come la pensi perché non sappiamo da che parte politica possano pendere i professori”.
Il primo articolo pubblicato a firma dello scrivente mise a lutto la famiglia. Mio padre sentenziava con faccia tirata: “In questo paese, oltre alla preparazione, serve sapersi fare i caxxi propri”. Ma negli anni ‘80 le cose andavano decisamente meglio per i giornalisti, regnava la dottrina Andreotti: querelare significa dare due volte la notizia.
Poi si trovava anche modo e maniera di far finire a tarallucci e vino le cause per diffamazione. Ricordo come fosse ieri la querela di un potente presidente di Consorzio di Bonifica: grazie alla miracolosa buona parola di Pinuccio Tatarella, che aveva telefonato ad un prete cugino del querelatore, finiva tutto con scuse e una stretta di mano, e a cospetto di un aperitivo offerto da una cantina sociale in provincia di Bari. Che bei tempi! Tutti i politici avevano autorevolezza nel prodigarsi, e perché le querele non finissero in tribunale. Persino i magistrati erano magnanimi, disponibili a perdonare. Dalla Diccì al Psi, passando per Msi e Pci, tutti riuscivano a mettere la buona parola: “Quello fa il giornalista... cosa gli vuoi chiedere? Stringetevi la mano e fatela finita”.
Arturo Diaconale è stato il primo ad accorgersi che i tempi stavano cambiando, che con Tangentopoli nel ‘92 quel perdonismo era finito. Mi disse, dopo che lesse una mia inchiesta sullo scandalo della Federconsorzi: “Apri gli occhi, i tempi sono cambiati, sono in gioco interessi economici pazzeschi... questa è gente che ti porta via pure le mutande”.
Dal nostro ‘92 (per Victor Hugo il Novantatré, fatto di terrore senza perdono) sono passati trentaquattro anni. È giusto chiedersi dove stia andando l’Italia martoriata da guerre intestine, da gente di potere che con ghigno beffardo risponde “chi se ne frega crepassero”, o da torme d’ignavi convinti che mai verranno toccati dalle ingiustizie, dal braccio violento della legge.
Non si vuole entrare nel merito delle questioni, ma chiedere, soprattutto a chi dovrebbe garantire gli equilibri, come sia possibile che un pubblico ministero chieda anni di carcere per un giornalista e un giudice commini condanne che superano i centomila euro.
Non è isolato il recente caso di Piero Sansonetti, con lui decine di giornalisti vengono tenuti nell’ansia e nel terrore. Le pesanti condanne contro il mondo dell’informazione sono cresciute esponenzialmente: il fenomeno, iniziato con la fine della Prima Repubblica, ora ha toccato vette inusitate. E dopo questo referendum pare sia stata giurata da certa magistratura la lotta senza quartiere ai giornalisti nemici del sistema (Palamara sa bene a cosa s’allude).
Evitiamo di scendere nei singoli casi, perché concreto è il rischio d’essere tirati dentro le situazioni, quindi chiamati a pagare. Un clima che sta mortificando l’informazione, colpendo giornali di tutte le simpatie politiche. Il presidente della Repubblica dovrebbe intervenire, poiché Capo dello Stato e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura: del resto da fine giurista ha gli strumenti per discernere dove insistano eventuali colpe dei giornalisti o la temerarietà delle liti. Resta il fatto che le pesanti condanne stanno mortificando il mondo dell’informazione, soprattutto trasformando i potenti in gente innominabile, non criticabile.
Inutile rammentare che risarcimenti e provvisionali lievitano in considerazione del censo della parte offesa: incidono notorietà, carriera, patrimonio economico ed immagine. Così la suscettibilità di certi bei nomi viene risarcita con grandi cifre, spropositate, solo per averli citati di straforo in un commento: è bastevole che il potente si sia sentito evocato dai fatti, pur avendo il giornalista sorvolato su nomi e cognomi.
Esempio da manuale è il servizio di una quindicina d’anni fa con cui Corrado Formigli metteva a confronto l’Alfa Romeo MiTo con altre vetture concorrenti: il giornalista e la Rai venivano nel 2012 condannati dal Tribunale civile di Torino a risarcire la Fiat Group Automobiles con una somma quantificata inizialmente in 5 milioni di euro. La sentenza di primo grado sottolineava il danno patrimoniale e reputazionale, e poi tutto veniva parametrato al valore dei marchi Alfa Romeo e Fiat, e ancora il prestigio e il patrimonio storico e materiale della famiglia industriale dell'auto. Un gran pippone per motivare che più la presunta parte lesa è ricca e potente e più alto è il risarcimento. Parimenti se a venire offeso è un indigente il risarcimento ci ricorda non poco quel “cappello in mano” con cui Prodi consigliava all’Italia di bussare all’Unione Europea. Qualcuno negli anni ‘90 ha anche osato malignare che, il ricco banchiere tedesco avrebbe solo sputato in quella coppola.
Detto questo, le richieste economiche dei magistrati contro i giornalisti ricordano non poco le bizzarre corvée che, in un tempo lontano, i ricchi signori imponevano agli artisti girovaghi. Forse abbiamo esagerato perché sotto Pasqua, dimentichi che il mondo digitale non prevede errori né umano perdono.
di Ruggiero Capone