lunedì 30 marzo 2026
Pare che alcune istituzioni europee non stiano più agendo come un anti-parlamento nei confronti della politica italiana di centrodestra sull’immigrazione. Si spera che anche l’Associazione nazionale magistrati, e la magistratura tutta, facciano altrettanto.
Per i veri militanti di alto livello non c’è tempo di rammaricarsi troppo, dopo le singole battaglie perse. Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, e dopo il trionfo partitocratico dell’Associazione nazionale magistrati, il presidente del Consiglio dei ministri Meloni è impegnato sul fronte della sicurezza degli italiani e, in generale, degli italeuropei.
La via italiana per la sicurezza è una via non soltanto rivolta agli interni, poiché è anzitutto una via geopolitica: con i centri in Albania, quale modello di gestione alternativa del fenomeno immigrazionista irregolare; con la diplomazia internazionale nei summit insieme ai Paesi africani. Questa via, pragmatica nonché relazionale e valoriale al contempo, si basa sui fatti: uno, la voglia di sicurezza di individui e comunità; due, l’urgenza di prevenire le conseguenze dei disagi sociali connessi alla irregolare presenza a piede libero di persone non integrate e con precedenti penali gravissimi.
La via italiana per la sicurezza è una via geopolitica, anzitutto: una via sistematica, non miope. Le istituzioni eurounionali, finalmente, si stanno accorgendo di quanto sia ragionevole quell’amor patrio che spinge a ideare soluzioni differenti, per problemi vecchi mai risolti dai precedenti governi italiani di centrosinistra o tecnici (e comunque timbrati dal centrosinistra). L’Italia, per la sua posizione sul Mediterraneo, è fortemente esposta ai fenomeni immigrazionistici; e la nostra vocazione alla cristiana humanitas ci porta ad occuparci non solo di solidarietà verso l’esterno, verso il lontano che viene inviato in un altrove (ossia qui), ma anche di empatia e di solidarietà verso chi già è cittadino all’interno di questa Nazione, radicata su identità e tradizioni.
Si sta dunque ritornando a parlare di rimpatri necessari, a garanzia della sicurezza collettiva, in questi tempi ardui.
Si è da ultimo registrato un via libera del Parlamento europeo alle nuove regole sui rimpatri. Giorgia Meloni ha così commentato sui canali social: “L’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza”. Ha poi spiegato che con i return hubs “si amplia la possibilità di individuare una Nazione di rimpatrio per gli immigrati irregolari, includendo non solo i Paesi di origine ma anche i Paesi terzi”.
Il modello degli hubs italiani in Albania ha acquisito il favore di molti cittadini e politici in Europa. Negli scorsi mesi abbiamo visto come ad opporsi a questo modello innovativo di gestione dell’immigrazione irregolare sono stati invece alcuni giudici italiani di corrente, i quali, evidentemente, anziché applicare le leggi nel rispetto della Costituzione (che non è un pamphlet filosofico), avrebbero voluto lavorare nella Presidenza del Consiglio dei ministri o nel ministero dell’interno o in quello degli esteri a redigere pareri legali per il governo al posto di sentenze applicative del diritto.
Cosa accadrà in un momento storico come quello attuale? L’Associazione nazionale magistrati, una volta vinta la sua campagna referendaria con il sostegno delle sinistre e dei sindacalismi massimalisti, vuol dettare agende alla politica e alla democrazia liberale? Si auspica che invece i giudici ritornino davvero a quella delicata funzione a cui sono chiamati, ossia la funzione di applicare la legge senza manipolarla, senza metterla in discussione sulla base di tendenziose interpretazioni che fuoriescono dalla lettera o dalla ratio di leggi e dettati costituzionali.
Si auspica, dunque, che in futuro si possano avere riforme costituzionali che, anzitutto, inseriscano in Costituzione il divieto per i magistrati di effettuare interpretazioni creative delle leggi. L’interpretazione della legge deve essere funzionale alla sua applicazione: per una questione di ordine giuridico e di certezza del diritto, per una legge davvero uguale per tutti. L’interpretazione delle leggi deve essere letterale e, ove si dovesse ricorrere ad un’interpretazione sistematica di esse, lo si deve fare rimanendo comunque fedeli alla ratio legis, anche nel risolvere eventuali antinomie tra i dati legali.
Dopo la vittoria al referendum Magistratura Democratica (Md), corrente di sinistra della magistratura sindacalizzata, potrebbe essere ancora più incoraggiata a promuovere culture interpretative del dato legale prive di immediati agganci nella lettera delle leggi, soprattutto di quelle leggi emanate da maggioranze parlamentari non congeniali a tale corrente. Per evitare l’anarchia interpretativa giurisprudenziale, e quindi onde evitare la cosiddetta “giurisprudenza creativa”, sarebbe davvero urgente inserire in Costituzione una norma che vincoli i giudici alla loro funzione applicativa, con interpretazioni non tendenziose.
Lo stesso incidente di costituzionalità nei processi, d’altronde, viene sottoposto a criteri di ammissibilità rigorosi: altrimenti sarebbe troppo semplice sostenere che la qualunque-legge è incostituzionale. Si scadrebbe altrimenti in un disordine che sfocerebbe nell’illegalismo, e nel giurisdiziocentrismo. Quel medesimo rigore sullo scrutinio di ammissibilità delle questioni d’incostituzionalità – e pure un rigore superiore – dovrebbe essere impiegato nell’interpretazione giudiziaria della legge: una interpretazione che deve essere funzionale alla certezza del diritto, contro ogni estremo relativismo giudiziario.
Soltanto con una magistratura riedificata al netto della “giurisprudenza creativa”, infatti, vi sarebbe più efficienza nello Stato di diritto e nell’azione della democrazia politica, per trasformare in meglio la società. Non dovremmo mai più ritrovarci di fronte a provvedimenti giudiziari che fanno bracci di ferro con i governi e con le maggioranze parlamentari sui temi della sicurezza, dell’immigrazione irregolare, come è avvenuto con quelle decisioni che hanno annullato rimpatri o permanenze di soggiorni in centri albanesi in favore di immigrati con alle spalle tanti gravi delitti, tra cui violenze sessuali (anche di gruppo) ai danni di donne.
La sicurezza, la giustizia giusta ed equa, la diplomazia, la costituzionalizzazione del divieto di manipolare ideologicamente le leggi da parte dei magistrati, nel loro insieme, sono quei punti irremovibili per una destra che ama l’innovazione e la tradizione, e che voglia sempre guardarsi serenamente allo specchio: senza mai abbassare la testa di fronte all’immobilismo reazionario delle sinistre e dei neocorporativismi.
Non a caso il presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, insieme agli incentivi all’occupazione e alla sicurezza interna, insieme alla promozione di una visione equa della giustizia e alla prospettiva di riforma sul premierato, in un’ottica sistematica sta tessendo relazioni internazionali con tutta una serie di Paesi importanti, che alcune sinistre mainstream del passato dimenticavano o snobbavano spesso con manierismi manichei. Chi guida il governo italiano oggi appare rispettoso del senso patrio delle altre Nazioni, europee e non europee. Chi guida il governo italiano in questo tempo appare chiaramente ispirato a ciò che potremmo definire un patriottismo paritetico tra Nazioni in dialogo costruttivo.
Per i veri militanti di alto livello non c’è tempo di rammaricarsi troppo, dopo le singole battaglie perse. D’altronde, come diceva il grande liberale Piero Gobetti: “Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione”.
E se vorranno venderci come rivoluzione quella del woke, del politicamente corretto e della cancel culture o del post-cattocomunismo islamocratofilo, vorrà dire che ci siederemo dalla parte della controrivoluzione, per una più alta evoluzione patria.
di Luigi Trisolino