lunedì 30 marzo 2026
Controlli di routine per Ilaria Salis, ma per Bonelli e Fratoianni è la fine della democrazia
Allora, mettiamola così: Ilaria Salis viene controllata in un hotel a Roma. Gli agenti bussano, chiedono i documenti, verificano l’identità, fanno qualche domanda e dopo circa un’ora se ne vanno. Fine. Niente porte sfondate, niente telefoni sequestrati, nessuna sceneggiatura da thriller distopico. Solo un controllo di routine. Fastidioso? Forse. Rivoluzionario? Assolutamente no.
La Questura di Roma lo spiega con la monotonia di chi sa di stare facendo solo il proprio lavoro: segnalazione nel Sistema d’informazione Schengen. Tradotto: quando c’è una segnalazione attiva, le forze dell’ordine devono verificare. Non è un’opinione, non è politica creativa. È obbligo.
Il famoso SIS funziona così: identificazione, verifica dei documenti, eventuali accertamenti, tempo tecnico necessario e fine del controllo. Anche in hotel. Anche all’alba. Anche se il nome sulla porta appartiene a un’eurodeputata. Nessuna corsia preferenziale, nessun trattamento speciale, nessun copione da serie tv.
E qui parte il siparietto politico: Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si materializzano come se avessero appena assistito a un colpo di Stato. Non una domanda sulle modalità del controllo, troppo banale. No, subito il repertorio completo: allarme democratico, scandalo, gravità inaudita, titoli da prima pagina.
A sinistra la storia è sempre la stessa: si prende un fatto normale, lo si svuota di dettagli giuridici (troppo complicati) e lo si riempie di retorica politica. La realtà? Diventa un optional. La narrazione? Centrale. E, ovviamente, quanto più teatrale, tanto meglio.
Intanto il diritto continua a fare il suo mestiere: le segnalazioni Schengen non sono un’idea, sono obblighi. Obblighi che non si piegano alla convenienza narrativa. Non si interrompono per le conferenze stampa o per i tweet indignati. Governare significa anche gestire procedure automatiche, distinguere ciò che è legittimo da ciò che è solo scomodo, e accettare che la legalità non si sospende perché qualcuno urla più forte.
Si vogliono discutere le modalità? Certo, ma è un’altra partita. Qui, invece, si è scelto il campionato mondiale dell’indignazione: un controllo ordinario diventa abuso, un atto dovuto diventa persecuzione, una procedura standard si trasforma in sintomo di regime.
E mentre la legge continua a funzionare per tutti, ci sono quelli che, senza battere ciglio, trasformano una semplice routine in un teatrino da circo. Sono gli stessi che, il giorno dei risultati del referendum sulla giustizia ˗ dove aveva vinto il “No” ˗ sono scesi in piazza a deridere il 46 per cento di cittadini che aveva votato “Sì”, come se fossero numeri da sballo e non persone con diritti e opinioni. Praticamente, si comportano come se avessero vinto le elezioni politiche. E davvero, con questo atteggiamento, pensano di essere pronti a governare il Paese?
Resta solo un fatto semplice, ma ostinato: non esistono eurodeputati pagati dai cittadini per stare tranquilli in hotel e allo stesso tempo pensare di essere al di sopra delle regole. Le istituzioni non sono scudi personali, e l’incarico pubblico non è una zona franca. E se per un controllo ordinario europeo basta gridare al regime, allora forse il problema non è il controllo.
Se queste sono le reazioni di chi ambisce a guidare il Paese, forse conviene davvero aprire bene gli occhi prima di decidere chi votare. Meglio prevenire il teatro politico che ritrovarsi al centro di un dramma creato ad arte.
di Claudia Conte