L’Italia è davvero un Paese irriformabile?

giovedì 26 marzo 2026


La vittoria del “No” nell’ultimo referendum costituzionale riapre una domanda antica, quasi ossessiva nel dibattito pubblico italiano: l’Italia è un Paese strutturalmente incapace di riformarsi? Oppure siamo di fronte a un fenomeno più complesso, che riguarda non tanto l’impossibilità della riforma, quanto le modalità con cui essa viene proposta, comunicata e percepita?

Per rispondere, è utile collocare questo esito dentro una traiettoria storica più ampia. Negli ultimi decenni, i referendum costituzionali hanno rappresentato momenti cruciali di verifica tra élite riformatrici e corpo elettorale. E, non di rado, il verdetto popolare è stato negativo.

UNA STORIA DI RIFORME BOCCIATE

Dal secondo dopoguerra a oggi, i principali tentativi di revisione organica della Costituzione italiana sono stati pochi, ma altamente simbolici. Due in particolare hanno segnato il dibattito pubblico recente: il referendum del 2006, sulla riforma promossa dal centrodestra, che mirava a rafforzare il ruolo del primo ministro e a introdurre un regionalismo più spinto: bocciata da circa il 61 per cento dei votanti; il referendum del 2016, legato al governo Renzi, che proponeva il superamento del bicameralismo perfetto e una ridefinizione dei rapporti Stato-Regioni: respinto con quasi il 60 per cento di “No”. A questi si aggiunge l’ultimo referendum, che conferma un pattern: quando la riforma appare ampia, strutturale e legata a un preciso progetto politico, il corpo elettorale tende a respingerla. Non siamo dunque di fronte a episodi isolati, ma a una costante storica.

IL REFERENDUM COME GIUDIZIO POLITICO, NON COSTITUZIONALE

Uno degli elementi più evidenti, emersi soprattutto nel 2016 e confermati oggi, è la trasformazione del referendum costituzionale in un plebiscito sul governo in carica. Il voto non si concentra tanto sul merito tecnico della riforma – spesso complesso e difficilmente sintetizzabile – quanto sulla fiducia (o sfiducia) nei confronti dell’esecutivo promotore. Questo slittamento ha almeno due conseguenze: la personalizzazione del voto che trasforma la riforma nel simbolo di una leadership e la polarizzazione politica che porta il fronte del “No” a trasformarsi in un contenitore eterogeneo di opposizioni, spesso tra loro incompatibili. In questo senso, il referendum costituzionale italiano tende a funzionare come un “voto di sfiducia differito”, più che come uno strumento di revisione consapevole della Carta.

LA DIFFIDENZA VERSO LE RIFORME “GRANDI”

Un secondo fattore riguarda la cultura politica italiana. L’elettorato mostra una marcata diffidenza verso le riforme percepite come troppo ampie, troppo rapide e troppo legate a un singolo schieramento. La Costituzione del 1948 gode di un capitale simbolico straordinario: è percepita non solo come un testo giuridico, ma come il fondamento morale della Repubblica. Ogni tentativo di revisione organica viene quindi sottoposto a un vaglio non solo politico, ma identitario. Ne deriva una sorta di “conservatorismo costituzionale diffuso”, che non esclude le riforme in sé, ma rifiuta quelle che appaiono come rotture.

IL PARADOSSO ITALIANO: RIFORME SÌ, MA INCREMENTALI

Eppure, definire l’Italia un Paese “irriformabile” sarebbe fuorviante. Negli stessi decenni in cui le grandi riforme costituzionali venivano bocciate, il sistema politico-istituzionale è stato oggetto di numerose trasformazioni: riforme elettorali ripetute; revisione del Titolo V nel 2001 (approvata); riduzione del numero dei parlamentari nel 2020 (approvata); modifiche puntuali della legislazione ordinaria e amministrativa. Questo evidenzia un tratto tipicamente italiano: le riforme passano quando sono circoscritte, tecniche, non polarizzanti. Il problema, dunque, non è l’impossibilità del cambiamento, ma la difficoltà di realizzare riforme sistemiche attraverso strumenti plebiscitari.

CRISI DELLA MEDIAZIONE E FRAGILITÀ DEL CONSENSO

Un ulteriore elemento riguarda la trasformazione del sistema politico. La stagione delle grandi riforme costituzionali richiederebbe ampie maggioranze parlamentari, accordi trasversali e tempi lunghi di elaborazione. Tuttavia, la politica italiana contemporanea è caratterizzata da frammentazione, conflittualità permanente, debolezza delle culture politiche condivise. In assenza di un consenso largo e preventivo, il referendum diventa inevitabilmente un terreno di scontro, non di sintesi.

UNA QUESTIONE DI METODO PIÙ CHE DI SOSTANZA

Alla luce di queste considerazioni, la domanda iniziale può essere riformulata: non tanto se l’Italia sia irriformabile, ma se sia riformabile attraverso il metodo adottato finora. I referendum costituzionali degli ultimi decenni mostrano un limite: i cittadini italiani tendono a considerare le riforme come elaborate “dallalto”, prigioniere di una forte identificazione politica e frutto di una scarsa partecipazione deliberativa. In altre parole, manca spesso un processo costituente in senso pieno, capace di coinvolgere realmente la società.

CONCLUSIONE: IRRIFORMABILITÀ O MATURITÀ DEMOCRATICA?

Il ripetersi delle bocciature può essere letto in due modi opposti. Se vogliamo fornire una interpretazione pessimistica, dobbiamo dire che l’Italia è un Paese conservatore, incapace di decisioni strutturali, bloccato da veti incrociati e paure diffuse. Se invece scegliamo una strada alternativa, possiamo affermare che l’elettorato esercita una forma di prudenza costituzionale, respingendo riforme percepite come insufficientemente condivise o troppo connotate politicamente. Forse la verità sta nel mezzo. L’Italia non è irriformabile, ma è un Paese in cui la riforma costituzionale richiede condizioni particolarmente esigenti: un consenso largo, una forte chiarezza progettuale, la capacità di depoliticizzare il processo e di coinvolgere realmente i cittadini nella fase di elaborazione. Senza questi elementi, ogni tentativo di riforma rischia di trasformarsi in un referendum sul presente, più che in una scelta sul futuro. E allora, più che chiederci se l’Italia sia irriformabile, dovremmo domandarci se siamo ancora capaci di costruire le condizioni politiche e culturali che rendono possibile una riforma condivisa.


di Leonardo Raito