giovedì 26 marzo 2026
La vittoria del fronte del no al referendum costituzionale sulla giustizia non rappresenta soltanto una battuta d’arresto per l’agenda legislativa del governo, ma sancisce ufficialmente la metamorfosi dell’Associazione Nazionale Magistrati in un soggetto politico di pressione capace di spostare gli equilibri del consenso nazionale. Il cuore del conflitto, esploso con virulenza dopo le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, risiede nella separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una riforma che secondo le toghe più esposte mediaticamente avrebbe ridotto il Pm a un “super-poliziotto” privo della cultura della giurisdizione e, nel lungo periodo, fatalmente sottomesso all’esecutivo.
Gratteri, ergendosi a portavoce di una resistenza che mescola tecnicismo giuridico e retorica civile, ha descritto il progetto Nordio come un tentativo della politica di “regolare i conti” dopo decenni di inchieste scomode, evocando lo spettro di una giustizia debole contro i colletti bianchi e i poteri occulti. Il punto di rottura definitivo è stato toccato sulla proposta del sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura, misura pensata da autorevoli giuristi garantisti per scardinare il “correntismo” emerso dal caso Palamara, ma bollata dai magistrati come una “lotteria umiliante” che avrebbe svilito la professionalità dei candidati a favore di una scelta casuale. Questa narrazione, veicolata attraverso una presenza costante sui media e nei talk show, ha trasformato il dibattito tecnico in una crociata etica, convincendo una parte decisiva dell’elettorato che l’autonomia della magistratura fosse l’ultimo argine rimasto contro una deriva autoritaria del potere politico. Dall’altra parte, il governo, numerosi riformisti di sinistra e le associazioni dell’avvocatura hanno denunciato una “esondazione di campo” da parte dei magistrati, accusandoli di fare politica attiva e di utilizzare i tribunali come palcoscenici elettorali, arrivando a ipotizzare i test psicoattitudinali come estrema provocazione per delegittimare i propri interlocutori in toga.
Il risultato delle urne ha però certificato il fallimento della strategia governativa: il corpo elettorale ha preferito mantenere lo status quo piuttosto che avventurarsi in una ristrutturazione profonda degli uffici giudiziari, consegnando di fatto alle correnti della magistratura una “golden share” sulle future riforme. Resta tuttavia aperto il dilemma della percezione pubblica della giustizia, poiché se il magistrato smette di essere una figura silente e imparziale per diventare un leader d’opinione, il rischio è che ogni sentenza venga letta non come l’applicazione della legge, ma come un atto di ostilità o di favore verso una parte politica. Mentre il ministro della Giustizia tenta ora di ricomporre i cocci di un dialogo istituzionale ridotto ai minimi termini, il “partito delle toghe” esce dalla prova referendaria con una leadership consolidata e una capacità di mobilitazione che obbligherà qualunque futuro esecutivo a scendere a patti con un potere giudiziario che non intende più limitarsi al ruolo di spettatore della propria autoriforma.
di Domenico Letizia