mercoledì 25 marzo 2026
Il popolo italiano ha parlato. Ha detto No. E con quel No ha deciso, consapevolmente o meno, che il conflitto trentennale tra magistratura e politica, quella ferita mai suturata che da Tangentopoli in poi ha avvelenato la vita pubblica della Repubblica, può continuare a suppurare. Non per sempre, s’intende: nulla dura per sempre. Ma abbastanza a lungo da confermare che l’Italia, posta di fronte alla possibilità di chiudere un capitolo, preferisce lasciarlo aperto. Non per coraggio, non per convinzione argomentata, ma per quella forma peculiare di inerzia che si spaccia per prudenza e che è, in realtà, il rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta.
Si era scritto, alla vigilia del voto, che questo referendum possedeva una portata che sarebbe stato imprudente sottovalutare. Che dopo il 2 giugno 1946 nessuna consultazione popolare avesse investito con altrettanta profondità l’architettura dei poteri della Repubblica. Che la separazione delle carriere, il sorteggio, l’Alta Corte disciplinare non erano capricci di una maggioranza, ma l’approdo di un percorso trentennale. Si era argomentato che il sorteggio avrebbe reciso alla radice il correntismo, restituendo ai Consigli superiori un’indipendenza che il sistema elettivo, per sua natura, non poteva garantire. Si era mostrato, numeri alla mano, che l’articolo 104, primo comma, restava intatto, e che parlare di “attacco all’indipendenza della magistratura” significava o non aver letto la riforma, o aver scelto di non comprenderla.
Nulla di tutto ciò è stato smentito. Nulla di tutto ciò, semplicemente, ha contato. Ha prevalso qualcos’altro: la forza gravitazionale dello status quo, la capacità di un sistema di mobilitare le proprie difese immunitarie contro ogni tentativo di modificarne la struttura. Chi ha votato No non ha necessariamente torto su tutto: vi erano, e vi sono, obiezioni legittime su singoli aspetti della riforma. Ma l’esito complessivo non è la vittoria di un’obiezione: è la vittoria dell’immobilità. È il trionfo di chi, di fronte a un edificio che scricchiola, preferisce non toccarlo piuttosto che rischiare di doverlo ripensare.
Vi è qualcosa di profondamente reazionario – nel senso etimologico del termine – in questa scelta. Non reazionario nel senso volgare di chi rimpiange un passato perduto, ma nel senso più sottile e più insidioso di chi reagisce a ogni cambiamento opponendogli la semplice resistenza dell’esistente. Il No a questo referendum non ha proposto nulla: non un modello alternativo, non un’altra via per sciogliere il nodo che strangola la Repubblica da tre decenni. Ha semplicemente detto: non così. E poiché “non così”, in assenza di un “ma così”, equivale a “mai”, il risultato è che il Paese si ritrova esattamente dove stava. Con gli stessi problemi, le stesse storture, lo stesso correntismo, lo stesso cortocircuito disciplinare, la stessa confusione tra chi accusa e chi giudica. Solo con qualche illusione in meno.
Si era scritto anche che la storia non si lascia giudicare dai tribunali, né dalle urne, né dai parlamenti. La formula resta vera, ma oggi assume un sapore diverso. Le urne, in questo caso, non hanno neppure tentato di giudicare: hanno declinato l’invito. Avevano la possibilità di fare ciò che né i tribunali né i parlamenti erano riusciti a fare in trent’anni – chiudere un capitolo – e hanno scelto di lasciare il libro aperto alla stessa pagina. È una scelta che ha il suo peso, e che la storia, con la lentezza e l’inesorabilità che le sono proprie, non mancherà di registrare.
Ma ciò che più inquieta non è l’esito in sé: è il momento in cui esso cade.
Si era osservato che un Paese la cui architettura istituzionale è ancora imprigionata in un conflitto interno irrisolto rischia di presentarsi al cospetto della storia con le armi spuntate. L’ordine internazionale si è rimesso in movimento con una velocità che nessuno avrebbe ritenuto possibile: il ritorno della guerra in Europa, la ridefinizione degli equilibri energetici, il riarmo, la crisi delle istituzioni multilaterali. Tutto ciò impone agli Stati una capacità di decisione che non ammette lentezze. E l’Italia, nel momento in cui il mondo le chiedeva di essere all’altezza del proprio tempo, ha scelto di restare prigioniera del proprio passato.
Non si tratta di drammatizzare. Che vinca il Sì o che vinca il No, si era detto, la magistratura continuerà a esercitare le sue funzioni e la Repubblica non cesserà di esistere. È vero. Ma la Repubblica che esce da questo voto è una Repubblica che ha confermato la propria incapacità di riformarsi, che ha dimostrato ancora una volta di saper dire No a tutto senza saper dire Sì a nulla. Una Repubblica che, di fronte all’occasione più nitida che le sia stata offerta per ridisegnare l’equilibrio tra i propri poteri, ha preferito il conforto dell’immobilità al rischio del cambiamento.
La ricreazione, a quanto pare, continua. Ma il mondo, là fuori, non aspetta chi resta indietro. E la campanella, prima o poi, suonerà comunque.
di Claudio Amicantonio