martedì 10 marzo 2026
Ministero della Difesa (7 Marzo 2026): “Oggi ho convocato una riunione d’emergenza in videoconferenza con il Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il direttore nazionale degli Armamenti, ammiraglio di squadra Giacinto Ottaviani, e i rappresentanti dell’industria della difesa italiana. Alla riunione hanno partecipato circa 130 persone. L’incontro aveva l’obiettivo di condividere la complessa situazione geopolitica, specie, adesso, in Medio Oriente, e di stimolare e responsabilizzare l’industria della difesa sulla necessità di tutelare gli interessi nazionali, impegnandosi oltre i normali canoni commerciali. Nel corso della riunione ho sollecitato l’industria della difesa a segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i programmi in fase di finalizzazione e ogni iniziativa che possa contribuire, in tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella aerea, del Paese, nonché quella dei Paesi alleati e dei Paesi amici. Ho inoltre sottolineato che, in un momento così delicato e drammatico, è fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese. In questo momento è di fondamentale importanza che il sistema Paese operi in stretta sinergia e con rapidità di fronte a una situazione internazionale che potrebbe degenerare, creando rilevanti complicazioni e difficoltà per l’Italia sia sul piano geopolitico sia su quello economico”. Così il ministro Guido Crosetto.
La mia sensazione è che una serie di nodi di cui Crosetto per sua personale competenza professionale era già perfettamente consapevole da tempo, siano finalmente arrivati al pettine politico. Immagino che il ministro abbia finalmente ricevuto dalla presidente del Consiglio il via libera per portare sul tavolo grande questioni che in realtà avrebbero dovuto esserci messe già da quattro anni, ma che le dinamiche politiche interne alla coalizione di Governo e al Paese non permettevano di affrontare. Il mondo è in guerra dal 24 febbraio 2022, ma metà Paese e un terzo della coalizione di Governo si rifiutavano di ammetterlo preferendo nascondere finché possibile la testa nella sabbia; oggi, con un ulteriore conflitto di per sé molto meno vicino, grave e pericoloso di quello già in atto (di cui costituisce solo un’appendice), ma che è mediaticamente più “glamour”, abbiamo un'improvvisa consapevolezza di Hannibal ad portas e la presidente del Consiglio ha (tardivamente) ritenuto di far suonare la sveglia. Di fatto non esiste un pericolo immediato per il territorio nazionale, ma esiste un pericolo a medio termine per gli interessi italiani nel mondo e ne esiste anche uno a brevissimo termine per Paesi amici e alleati: per cui occorre darsi da fare. Con un’economia di pace basata sull’efficienza finanziaria e non sull’efficacia produttiva siamo fuori tempo massimo per portare le nostre capacità militari al livello richiesto dalle minacce, ma con un cambio di passo possiamo perfettamente rimetterci in linea.
Ora, io per formazione e per scelta non sono portato a perdermi in recriminazioni sul passato (preferisco lasciare i commenti sugli errori trascorsi al giudizio degli storici) e quindi mi limiterò ad analizzare quanto dichiarato da Crosetto con riferimento al significato presente e ai prevedibili sviluppi futuri per noi. “Noi” come Italia, e soprattutto noi come Europa, dove comunque in quanto Italia abbiamo un ruolo di primissimo piano, che ci piaccia oppure no. L’ impostazione della dichiarazione è misurata e formale come da stile del ministro, e contrasta in maniera stridente con il tono adoperato nel suo discorso al Parlamento sullo stesso tema: tono apparso insolitamente drammatico ed emotivo, in contrasto appunto con il normale atteggiamento della persona, e che personalmente mi ha dato una sgradevole sensazione di ingiustificato allarmismo.
Parliamoci chiari: al di là dell’isteria di chi si aspetta lanci di inesistenti missili intercontinentali iraniani verso le nostre città, l’Italia non è assolutamente a rischio di azioni cinetiche, per una banale ragione di distanza geografica (l’Iran non ha affatto la capacità di raggiungere l’Italia con i suoi missili). Esiste una teorica possibilità di azioni terroristiche, compresi lanci clandestini di droni leggeri dall’interno del territorio nazionale o da navi in transito come accaduto in Scandinavia, ma ricordo a tutti che in Italia in questo millennio non abbiamo subito attacchi terroristici stranieri di alcun tipo (piaccia o no ammetterlo, disponiamo di uno dei più efficaci servizi di sicurezza interna del mondo), e che i lanci clandestini di droni riguardano velivoli singoli dimostrativi e non sciami armati. Rimane naturalmente un rischio puramente economico, ma quello non si affronta con gli strumenti della difesa bensì con quelli del sistema-Paese.
Dunque, se non esiste rischio cinetico a breve termine, perché queste iniziative del ministro della Difesa, e soprattutto perché il tono inusualmente allarmistico in Parlamento? Perché – per un motivo o per un altro – la premier ha evidentemente deciso che i tempi erano finalmente politicamente maturi per il “cambio di passo” di cui sopra. Archiviato il “meglio tardi che mai” di prammatica e tutti i commenti che non competono all’analista militare ma eventualmente a quello politico, rimane da ragionare su cosa comporti questo cambio di passo e quali ne possano essere le conseguenze.
Occorre innanzitutto prendere atto di una cosa, che il cittadino comune di solito non capisce, o rifiuta di credere: il sistema produttivo militare dell’Italia è di primissimo piano dal punto di vista qualitativo, e la cosa è perfettamente nota al resto del mondo. Di fatto, al contrario di quanto diffuso dalla vulgata disfattista così di moda, l’Italia non compra praticamente più da tempo “armi americane”; anzi, è l’America a importare o a produrre in loco armi e sistemi d’arma italiani su licenza, dalle pistole alle navi da guerra, e l’unico armamento americano attualmente in produzione per le nostre Forze armate è praticamente quel famoso caccia F-35 che non solo è di gran lunga il più avanzato al mondo ma è anche comune a quasi tutta la Nato e per giunta è assemblato in Italia. Da tempo gli armamenti in dotazione in Italia sono prodotti in Italia, e anche l’indotto è quasi totalmente localizzato in Europa: la nostra indipendenza in termini di difesa è molto più avanzata di quella del resto d’Europa, fatta eccezione per la Francia, che però a sua volta non è altrettanto integrata con i grandi partner europei quanto lo siamo noi. Per dirla tutta, nessun altro in Europa è in una posizione migliore della nostra per profittare e per portare avanti il progetto europeo di “Readiness 2030”, anche noto come ReArm Europe, forse con l’eccezione della Germania.
Quello che manca però al sistema-Italia in ambito industria militare è la quantità. Come per tutto il resto d’Europa – ma anche per il resto dell’Occidente, Usa compresi – l’industria della Difesa è ampiamente privatizzata e opera con criteri di efficenza più che di efficacia; produce quindi altissima qualità, ma in quantità commisurate agli ordinativi di lungo termine, che a loro volta da decenni dipendono da bilanci della Difesa inferiori al 2 per cento del Prodotto interno lordo. Staccarsi da questa logica efficentista basata sul profitto e passare a una logica basata sull’efficacia richiede una assunzione di responsabilità economica da parte dei governi, che a loro volta devono poter garantire all’industria privata ordinativi sostanziali e protratti nel tempo tali da giustificare l’aumento della produzione. Si parla insomma di investimenti a lungo termine, resi possibili solo da reali aumenti di stanziamento per la difesa: aumenti che si sono decisi solo nel corso del 2025 e che si materializzeranno a partire dal 2026.
Quello che sta succedendo, è che finalmente l’Italia sta schiacciando il piede sull’acceleratore della sua industria bellica. E questo, in linea con quanto sta accadendo in Europa. Fino ad oggi, se ne parlava molto, ma l’unico vero aumento di produzione si era verificato in Ucraina, dove le industrie europee (soprattutto tedesche) potevano produrre nell’ambito dell’economia di guerra di Kyiv con fondi e disegni tecnici europei. Oggi, la sensazione di pericolo derivante dall’effetto mediatico della guerra nel Golfo ha evidentemente reso possibile passare all’azione anche da noi. Indipendentemente dalle necessità difensive nazionali, l’aumento di produzione delle eccellenze italiane in termini di sistemi militari avrà un forte ritorno economico, che contribuirà pesantemente a finanziare l’aumento del bilancio, e questo è probabilmente in cima alle motivazioni del ministro, che ha una consolidata esperienza in ambito industria della difesa.
In particolare, come messo in luce dagli eventi bellici recenti, i sistemi d’arma più richiesti in tutto il mondo al momento sono quelli legati alla difesa anti-balistica e contraerei. In questo campo, i sistemi russi e adesso anche quelli cinesi sono pesantemente squalificati dai recenti fallimenti clamorosi nella difesa dei cieli russi e iraniani. Il sistema pesante che continua a dimostrarsi complessivamente affidabile è il Patriot americano, che però oltre a risultare estremamente costoso, è anche ormai piuttosto datato e comunque gli americani sono costantemente a corto di missili. Il sistema franco-italiano Samp/t è molto più recente, e in Ucraina si è dimostrato efficace quanto e più del Patriot americano, e la sua unica vulnerabilità è risultata essere proprio la disponibilità di missili; un’accelerazione della produzione dei sistemi di lancio e soprattutto dei proiettili aprirà un’opportunità di esportazione estremamente interessante, che a sua volta comporterà non solo vantaggi economici ma soprattutto diplomatici. Se a questo aggiungiamo che il Samp/t è solo la punta dell’iceberg (o meglio della “cupola di Michelangelo”) della capacità di difesa aerea italiana, vediamo che il discorso si allarga di molto. Naturalmente poi la difesa aerea è solo uno dei molti settori in cui l’industria militare italiana è attiva e competente. Allargando ulteriormente il discorso, questa industria è intimamente connessa a quella europea (francese, britannica e soprattutto tedesca), risultando quindi un pilastro centrale del programma Readiness 2030 europeo. Di qui l’importanza del suo (tardivo) risveglio produttivo.
(*) Colonnello Orio Giorgio Stirpe, Ufficiale dell'Esercito Italiano in congedo
di Orio Giorgio Stirpe (*)