lunedì 16 febbraio 2026
Non vi è questione più delicata, in uno Stato costituzionale, di quella che riguarda l’equilibrio tra i poteri. Ogni volta che si tocca l’assetto della magistratura, si tocca un nervo scoperto della Repubblica. Non si discute, infatti, di un semplice organo amministrativo, ma di quella funzione che veglia sull’osservanza della legge, che tutela i diritti dei cittadini, che garantisce che nessuno – né potente né umile – sia al di sopra delle norme comuni. È dunque naturale che un referendum in materia susciti passioni, diffidenze, timori. E tuttavia, proprio perché la materia è alta, occorre affrontarla con mente fredda e con sguardo rivolto non alle convenienze contingenti, ma alla struttura stessa dell’ordinamento. Chi si dichiara complessivamente favorevole al “Sì” non lo fa perché nutra ostilità verso la magistratura, né perché desideri indebolirne l’indipendenza. Al contrario: lo fa nella convinzione che l’indipendenza, per essere credibile, debba essere non solo affermata in astratto, ma custodita anche contro le degenerazioni che il tempo può generare all’interno delle istituzioni. La storia delle costituzioni insegna che nessun assetto è immune da incrostazioni, nessun equilibrio è eterno; e quando un meccanismo produce effetti distorsivi, la correzione non è un atto di sfiducia, ma un atto di responsabilità.
Il punto centrale della riforma riguarda l’autogoverno della magistratura. L’organo deputato a questo compito non giudica i processi, non pronuncia sentenze, non interpreta direttamente la legge nel merito delle controversie; ma decide delle carriere, delle nomine, delle funzioni direttive, della disciplina. In esso si concentra, per così dire, il potere organizzativo della magistratura. È dunque lì che eventuali dinamiche di blocco, di appartenenza, di competizione interna possono incidere con maggiore forza. Negli ultimi decenni si è assistito al consolidarsi di strutture correntizie che, pur nascendo come espressione di sensibilità culturali legittime, hanno finito per assumere talora un ruolo determinante nelle dinamiche di nomina e di governo interno. Non si tratta di negare che ogni magistrato abbia idee, convinzioni, orientamenti; ciò sarebbe non solo irrealistico, ma contrario alla stessa natura umana. Il problema sorge quando le idee si organizzano in strutture stabili di potere, quando l’accesso alle posizioni di responsabilità passa attraverso reti di appartenenza, quando l’allineamento diviene, più che frutto di convinzione, condizione spesso indispensabile per ottenere avanzamenti di carriera. In ogni organizzazione, dove l’accesso al potere è mediato da gruppi, si genera inevitabilmente un incentivo al conformismo strategico. Non tutte le adesioni sono figlie di profonda meditazione; alcune possono essere, più semplicemente, espressione di calcolo.
È qui che il sorteggio assume il suo significato. Esso non pretende di modificare le coscienze né di cancellare le culture diffuse; non è uno strumento morale, ma un meccanismo istituzionale. Esso non elimina le idee, ma indebolisce la possibilità di organizzarle in leve di potere preventivamente strutturate. Se l’accesso all’organo di autogoverno non dipende più da una competizione elettorale interna, ma dall’estrazione tra una platea ampia e qualificata, l’incentivo ad aggregarsi per conquistare voti si riduce. L’imprevedibilità dell’esito spezza la logica della coalizione stabile; il premio all’appartenenza perde rendimento; l’opportunismo organizzativo si indebolisce. La cultura maggioritaria, se tale è, continuerà a manifestarsi; ma la sua cristallizzazione in sistema di potere ne risulterà attenuata. In tal modo si rafforza anche la separazione dei poteri. La magistratura, infatti, non è un organo politico, non rappresenta un elettorato, non esprime un indirizzo di governo. È un insieme di singole coscienze chiamate ad applicare la legge. Se l’autogoverno si trasforma in rappresentanza organizzata di un corpo, il rischio è che si consolidi un’identità collettiva che si percepisce come soggetto politico tra altri soggetti politici. Il sorteggio, invece, favorisce una composizione non rappresentativa in senso partitico, ma pluralistica in senso statistico: un insieme di individui che, proprio perché non investiti di un mandato di gruppo, sono meno vincolati a logiche di schieramento.
Analoghe considerazioni valgono per la componente laica. Il passaggio dal voto parlamentare diretto al sorteggio su una lista ampia riduce il peso della maggioranza politica contingente nella scelta dei singoli nomi. Se la platea degli eleggibili è definita con criteri oggettivi e ampi, l’influenza politica non scompare, ma si attenua sensibilmente, perché il Parlamento non sceglie più chi entrerà nel Consiglio, bensì delimita un ambito entro cui opera il caso. Anche qui, non si pretende la purezza assoluta; si persegue un riequilibrio. Vi è infine un aspetto che non può essere trascurato: la fiducia pubblica. Le vicende che hanno coinvolto il sistema delle nomine hanno inciso profondamente sulla percezione di imparzialità. Un ordinamento può essere giuridicamente corretto e tuttavia apparire opaco. E l’apparenza, in materia di giustizia, non è cosa secondaria. Una riforma che disarticoli le reti organizzate, che renda meno prevedibili le alleanze interne, che rafforzi la distanza tra funzione giudiziaria e competizione politica, può contribuire a ricostruire quella fiducia senza la quale anche la migliore sentenza rischia di essere guardata con sospetto.
Chi vota “Sì”, dunque, non immagina una rivoluzione né sogna una magistratura immune da ogni influenza. Sa bene che nessun sistema elimina del tutto le pressioni, che ogni potere vive in un contesto sociale e culturale. Ma ritiene che l’assetto vigente abbia prodotto dinamiche tali da giustificare un intervento correttivo. Ritiene che ridurre l’organizzazione del potere sia preferibile al conservarla intatta; che indebolire l’opportunismo sia meglio che alimentarlo; che rafforzare la distinzione tra giurisdizione e politica sia un passo verso una più limpida separazione dei poteri. In questo senso, votare “Sì” al prossimo quesito referendario non è un atto di sfiducia verso la magistratura, ma un atto di fiducia nella capacità dell’ordinamento di riformarsi quando necessario. Non è la ricerca di una purezza impossibile, ma il tentativo di riportare equilibrio là dove l’esperienza ha mostrato segni di squilibrio. E se è vero che nessuna riforma è perfetta, è altrettanto vero che questa della giustizia è volta a tutelare, e non a indebolire o ridurre, quella divisione dei poteri che costituisce uno dei baluardi fondamentali della concezione liberale e democratica dello Stato.
di Gustavo Micheletti