mercoledì 11 febbraio 2026
Le guerre alle porte dell’Europa, dall’Ucraina al Medio Oriente, la competizione tecnologica schiacciante tra Stati Uniti e Cina, la dipendenza dalla Russia e da altri fornitori esterni per le questioni energetiche e per le materie prime, l’erosione della base manifatturiera, le ondate migratorie incontrollate e la frammentazione politica interna ci mettono di fronte ad una dura realtà: l’Unione Europea, così com’è, non regge più e rischia di schiantarsi alla prima vera curva della sua storia recente.
Essa non può sopravvivere come semplice confederazione di Stati gelosi delle loro prerogative nazionali, in cui peraltro il mercato interno è ancora frammentato e con una governance priva di reale capacità decisionale. Senza un potere federale autentico, limitato ma forte, sul modello dei Federalist Papers di Hamilton e Madison che andrebbe ovviamente ottimizzato per il contesto del Vecchio Continente, è destinata purtroppo a diventare irrilevante o, peggio, preda delle grandi potenze globali, Usa e Repubblica popolare cinese in primis.
Purtroppo, i ceti dirigenti europei sembra che ancora non si siano resi ben conto che la globalizzazione ha reso obsolete ed in parte irrilevanti se non dannose le sovranità nazionali sul piano politico, economico e militare.
La Cina è la fabbrica del mondo; gli Stati Uniti mantengono con le buone e con le cattive un dominio tecnologico, finanziario e militare sul pianeta; la Russia avendo ancora enormi risorse energetiche è un attore mondiale di cui tenere conto anche per la spregiudicatezza con la quale pretende di imporre, soprattutto con la pratica della guerr,a le sue ambizioni imperialistiche; per non trascurare tutti quei regimi illiberali o ibridi che popolano la Terra. In questo scenario gli stati come l’Italia, la Germania, il Regno Unito, la Francia da soli non hanno la possibilità nemmeno di proporre un’idea alternativa a quella degli altri competitor globali e conseguentemente non riusciranno più a garantire la propria visione, ammesso che ne abbiano una, su intelligenza artificiale, difesa e sicurezza cibernetica.
Più volte abbiamo scritto che solo un’Europa federale, anche solo per iniziare con chi ci sta, potrebbe essere capace di negoziare più facilmente alla pari con Washington, Pechino e Mosca. I ceti dirigenti dovrebbero spiegare ai loro concittadini a chiare lettere che federarsi non si significa cedere sovranità, ma trasferirla a un livello superiore per riaverla indietro in forma moltiplicata sul piano politico, economico e militare per meglio tutelarsi dall’aggressività dei nemici (vicini e lontani) esattamente come fecero le tredici colonie americane nel 1787 con la Costituzione di Filadelfia.
Non si tratta di schiacciare le identità nazionali ma di proteggerle su un piano dimensionale più grande per preservare le libertà individuali e le diversità culturali uscendo dell’attuale palude intergovernativa, in cui i veti nazionali bloccano ogni decisione importante. Infatti, la competizione al ribasso tra ordinamenti favorisce il dumping fiscale e normativo e la dipendenza da fornitori esterni (gas, chip, farmaci, terre rare) rendendo ricattabili le singole realtà statuali. Senza investimenti massicci in infrastrutture digitali, semiconduttori, intelligenza artificiale, energia nucleare di nuova generazione e ricerca militare, la nostra patria europea diventerà un bel museo a cielo aperto per i turisti provenienti dagli Usa, dalla Cina e anche dalla Russia.
Se gli Stati nazionali preferiranno, per paura dei nazional-populismi interni, un’Unione parcellizzata la sua dissoluzione sarà solo questione di tempo. Ed è facilmente prevedibile che non sarà un processo ordinato come la Brexit, ma si scatenerà un disordine ad alto livello entropico con un prevedibile triste esito finale di erodere quel sistema di valori liberali che sono la base della nostra democrazia, intesa come limitazione del potere di chi governa e non come dittatura della maggioranza che invece piace tanto ai regimi autoritari di stampo populistico.
Proprio per questo oggi dobbiamo difendere l’Europa unita, che non significa tutelare l’attuale assetto istituzionale, che nessuno nega che sia centralista, burocratico e distante, impegnato quasi sempre a regolamentare tutto, anche l’aria che respiriamo, ma incapace di affrontare le crisi importanti con efficacia, autorevolezza e concretezza. Significa, invece, avere il coraggio di completare il progetto iniziato sulle ceneri fumanti della Seconda guerra mondiale: passare dall’Unione alla Federazione per preservare le nostre libertà, per mantenere un modello di civiltà basato sul diritto, per garantire prosperità alle nuove generazioni e per presentarsi da soggetto sovrano nel multipolarismo odierno. La vera alternativa non è tra sovranismo nazionale ed europeo, ma tra grandezza di una civiltà libera ed aperta e l’irrilevanza geopolitica.
Si possono individuare pertanto due ragioni principali per cui oggi presidiare un’Europa unita e federale non è solo una questione di opportunismo, ma un impegno tanto epocale quanto necessario. La prima è storico-culturale: solo chi non è mai uscito davvero di casa, chiuso nel proprio cortile nazionale come in una prigione dorata, non capisce che l’Europa è innanzitutto una patria spirituale forgiata dal cristianesimo, dal diritto romano, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo e dalla resistenza ai totalitarismi sia di destra che di sinistra; un’eredità che ha trasceso le nazioni come entità biologiche o etniche e le ha sublimate in una civiltà comune. Negare questa dimensione significa chiudersi in un provincialismo miope, incapace di comprendere che la Patria non è un sacellum (spazio chiuso) magico-tribale dove operare riti ancestrali, ma una comunità di destino che ha come suoi padri Eraclito, Democrito, Empedocle, Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, Quintiliano, Maimonide, San Tommaso d’Aquino, Dante, Shakespeare, Bach, Kant, Kierkegaard, Manzoni, Leopardi, Smith, Hume, Hayek, Steiner, Schrödinger, Pirandello solo per citarne alcuni.
La seconda motivazione è economico-strategica: ideare, progettare, realizzare e competere sul piano internazionale con spirito critico ed intelligenza, tenendo anche in debito conto per superarle le ragioni di chi è euroscettico senza però cedere a facili demagogismi.
In un tempo come quello che stiamo vivendo dominato da giganti demografici, tecnologici e militari, la frammentazione nazionale non difende né la propria piccola patria né la sua sovranità: le consegna semplicemente al più forte.
La patria europea non è un mero ornamento retorico né un concetto vago, ma la dimensione metafisica più autentica che trascende le nazioni intese come entità biologiche, etniche e materialistiche. Essa evoca quel suolo natio intrecciato a storia, tradizione, cultura, religione, elevato ad un livello spirituale superiore rispetto alla “nazione” che proviene, così come dicevano gli antichi romani, dalle comunità barbare o straniere che si contrapponevano alla civiltà ordinata che è quel luogo dove il “noi” non annulla l’“io”, ma lo esalta nella diversità, nell’individualità e nella libertà. Una dimensione olistica, dialogica e relazionale in cui l’identità non è statica e chiusa, ma un campo dinamico di stati sovrapposti e co-creati nel confronto con l’altro.
In quest’ottica, ridurre l’Europa a somma di tribù, come vorrebbero certi nazionalismi riduzionisti, significa ignorare che la vera Patria non è il recinto del sangue o del suolo, ma lo “spirito” che li sublima.
L’Europa è la sintesi irripetibile tra l’Atene del “logos” e della razionalità, della Roma del diritto universale e della civitas, della Gerusalemme della rivelazione biblica (Vecchio e Nuovo Testamento), della Londra della Magna Charta Libertatum e della Parigi dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge del Codice napoleonico.
Da questa fusione fiorirono i principi europei che oggi ci sono peculiari: la separazione tra il potere spirituale e temporale, il primato della coscienza, la libertà come valore supremo, la legge naturale sopra ogni sovranità.
Gli Europei sopravviveranno solo riconoscendo gli ideali di questa patria metafisica come orizzonte condiviso, ma senza tale consapevolezza, l’Ue rischia di ridursi a un mosaico frammentato senza visione unitaria, popolato da tribù barbare in lotta tra loro incapaci di una idealità comune come espressione politica di una civiltà unica nel suo genere, aperta all’universale e radicata nel diritto e nell’umanesimo integrale.
Ecco perché oggi più che mai va difesa l’Europa unita e ciò che essa ha rappresentato nella storia ed ancora rappresenta, anche se essa è imperfetta, piena di contraddizioni e criticità ancora irrisolte.
di Antonino Sala